Emergenza immigrati: le risposte che l'Italia non sa dare

Prima di pensare a un intervento in Libia, il governo dovrebbe occuparsi della gestione del flussi migratori: le possibili soluzioni

Uno sbarco di immigrati a Lampedusa (Ansa/Filippo Venezia)

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Tra le molte fortune di cui dispone l’Italia (oltre al clima mite, al suolo fertile, a due catene di monti che forniscono costantemente acqua potabile e al fatto di non dover condividere fiumi con nessuno Stato estero – a parte l’Isonzo con la Slovenia), c’è anche quella di avere le migliori frontiere possibili: una catena di alti monti con pochi valichi praticabili e circa 8.000 chilometri di coste.

 A dispetto di quello che si vuol far credere ai cittadini, l’Italia non ha una frontiera colabrodo come quella tra Stati uniti e Messico con circa di 3.000 chilometri di deserto attraversabile in qualunque punto. Gli Usa possono mettere sbarramenti quanto vogliono: ma basta un casotto a poche decine di metri dalla frontiera da un lato, un altro dall’altra parte e dei volonterosi che scavano ed ecco aggirato l’ostacolo. Ne sanno qualcosa egiziani e israeliani, sempre alle prese col continuo rosicchiare dei palestinesi. Il mare è dunque la migliore delle frontiere possibili, ma solo per chi voglia e sappia difenderla. Se in un anno 170.000 “profughi” sono arrivati via mare, questo vuol dire che l’Italia non sa, ma soprattutto non vuole, difendere le sue frontiere.

Oggi la situazione è molto migliore che negli anni Novanta in Albania: non bisogna andarci, bastano un po’ di droni armati. E se il barcone parte, va affondato in mare aperto non appena sgomberato.

L’episodio d’inizio febbraio 2015, in cui una motovedetta italiana è stata costretta con la minaccia delle armi a riconsegnare il barcone dal quale aveva prelevato centinaia di “profughi” accatastati, è estremamente significativo: i “mercanti di carne” non hanno più barconi e quindi se li vanno a prendere con la forza, a rischio di farsi sparare o riconoscere.

 A questo proposito, da tempo una domanda serpeggia tra gli italiani, ma viene ignorata a bella posta dai mass media e dalle autorità: ma in Libia quanti barconi hanno? È forte il sospetto che i barconi vengano riciclati sotto gli occhi di autorità distratte o conniventi.

 Se uno dei problemi è questo, allora sarebbe opportuno che l’Italia, prima ancora di pensare a un qualsiasi intervento in Libia, facesse quello che fecero in Albania i nostri Servizi nei primi anni Novanta: per fermare il continuo via vai di gommoni in Adriatico, distrussero migliaia di gommoni in terra d’Albania, prima ancora che fossero caricati di “profughi”.

 

Lo stesso si dovrebbe fare in Libia: distruggere i barconi a terra, prima che siano caricati di merce umana. Oggi la situazione è molto migliore che negli anni Novanta in Albania: non bisogna andarci, bastano un po’ di droni armati. E se il barcone parte, va affondato in mare aperto non appena sgomberato. Qualcuno giustamente ha osservato: negli anni Novanta avevamo ancora dei Servizi, oggi?

 Seconda questione: siamo francamente arcistufi di doverci sentire colpevoli perché centinaia di disperati muoiono in mare, siamo arcistufi di sentircelo dire in continuazione; in primo luogo perché non gli abbiamo imposto noi di imbarcarsi. Ma soprattutto perché anche questa è un’emergenza creata ad arte, da gruppi di potere che cooperano con gruppi criminali, da soggetti internazionali che vogliono un’Italia sempre più sprofondata nel caos, persino da coloro per i quali il solidarismo terzomondista è più importante dei danni (e dei rischi crescenti di guerra civile) che quella che possiamo definire un’invasione può produrre nella società civile ospitante.

 La teoria dello sviluppo sostenibile afferma che i territori hanno limiti di capienza in termini di popolazione. Ma in Italia i più accesi sostenitori della teoria dello sviluppo sostenibile, le sinistre, sostengono il suo opposto e cioè: un’accoglienza senza limiti. Come se non fossimo già il Paese più affollato d’Europa, con una densità di popolazione ormai vicina a quella dell’India. Fateci caso: sono truccati persino i dati sulla densità della popolazione, perché non comprendono mai i 7 milioni di immigrati. Anzi: di questi ormai hanno perso il conto.

 Questo nutrito gruppo di criminali ha bisogno che l’emergenza sia continua, che i barconi compaiano dal nulla, improvvisamente in mezzo al mare, di modo che non si possa far altro che soccorrerli. Quanto siano potenti si deduce dalla campagna mediatica che li spalleggia: unilaterale, assillante, dai toni alternativamente pietistici o emergenziali, soprattutto totalizzante, neanche vivessimo in un regime. O forse perché ci stiamo senza saperlo. Si vive in un costante ricatto morale, artificialmente costruito, che invece dovrebbe essere respinto al mittente.

 Perché la verità è questa: esistono satelliti in grado di leggere i numeri delle targhe e di seguire passo-passo una persona. In Campania, una delle nostre regioni più povere, i coltivatori usano il satellite per stabilire se i campi vadano irrigati. Decine, centinaia di satelliti sono usati per trasmettere qualsiasi stupidaggine commerciale. Qualsiasi immagine di pannolone, crema o pillola per rinvigorire ha valore e dignità tali da poter essere trasmesso via satellite. Possibile che non ci sia un satellite, uno solo, in grado di controllare il Mediterraneo? O che non sia possibile mettere in campo una schiera di droni, che ormai costano talmente poco da essere usati persino per seguire i venditori abusivi sulle spiagge? Con poca spesa potremmo sapere chi parte, da dove parte, quando parte, dove sta e chi guida.

 E allora: questo satellite, questi droni, non ci sono o non si vuole che ci siano?

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