Esteri

La trasferta di Donald Trump in Messico: luci e ombre

Incontrando Nieto il candidato repubblicano ha cercato di accreditarsi come statista. Richiamando sì l'attenzione mediatica, ma anche diverse critiche

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Trump stringe la mano al presidente messicano Nieto – Credits: YURI CORTEZ/AFP/Getty Images

Ricevuto con tutti gli onori a Los Pinos, il palazzo presidenziale messicano occupato da quell'Enrique Peña Nieto (PRI) che solo qualche mese fa lo aveva paragonato a Hitler e Mussolini, Donald Trump ha provato ad accreditarsi durante la conferenza stampa a Ciudad de Mexico come un leader tutto sommato ragionevole e  pragmatico, radicale sì, ma ben attento a non toccare quei tasti xenofobi che, durante le primarie, hanno da un lato galvanizzato il suo elettorato più fedele ma dall'altro allontanato milioni di potenziali voti latinos, scatenando anche la diffidenza dell'establishment messicano. I toni cordiali dell'incontro con Nieto, il fatto che sia stato ricevuto a Los Pinos, il clima disteso di una conferenza stampa congiunta che avrebbe potuto riservare ben altro copione sono stati letti da parte della stampa nordamericana come indiscutibili successi politico-diplomatici, alla maniera naturalmente di Donald Trump.

Intrisa di paternamismo padronale la frase pronunciata da The Donald è stata utile per sgomberare il campo dalle accuse di razzismo. «Ho grande rispetto per milioni di messicani che lavorano in America. Ho tanti amici fra loro. Sono persone straordinarie. Molti di loro sono miei dipendenti, li ammiro e li rispetto, bravi lavoratori». 

Sul piano pratico però Trump ha ribadito quanto dichiarato sempre durante la campagna elettorale. 

Che occorre - tutti insieme, Stati Uniti e Messico - fermare l'immigrazione clandestina anche da altri paesi latinoamericani, «un disastro umanitario che danneggia anche voi».

Che occorre costruire un muro tra Stati Uniti e Messico per difendere il confini da clandestini e cartelli dei narcos.

Che bisogna rivedere il Nafta, l'accordo di libero commercio firmato in era Clinton che secondo Trump danneggia più l'industria manifatturiera degli Stati Uniti di quanto non faccia con quella del Messico. Rivederla al fine di «mantenere la ricchezza manifatturiera nel nostro emisfero» contro la concorrenza cinese, ca va sans dire.  

Il punto - dove il punto di frizione è inevitabile - è chi paga e lì guarda caso - come ha notato anche il New York Times - entrambi i protagonisti hanno cercato di sorvolare, preferendo affidare ai comizi (Trump) e a twitter (Nieto) il loro rispettivo e inconciliabile punto di vista. A chi spetta finanziare l'opera di costruzione di quel muro anticlandestini che sarebbe necessario secondo The Donald tra i due Paesi? Nieto è stato molto chiaro, ex post. Non una lira (messicana) per costruire quella barriera divisoria. Anche lui ha da rispondere al suo elettorato, magari tramite twitter.  

Gli stessi messicani non hanno affatto dimenticato il progetto, mai ritrattato da Trump, di rispedire in patria 11 milioni di immigrati clandestini che sono presenti sul territorio negli Stati Uniti. La sua visita in Messico è infatti stata contrassegnata da una serie di manifestazioni di protesta che non sono passate sotto silenzio in Messico, cortile di casa per la dottrina Monroe e attraversato spesso - a livello di opinione pubblica - da sentimenti antistatunitensi. Sulla questione migratoria e sul progetto del candidato repubblicano di espellere 11 milioni di latinos, ha scritto il New York Times, Trump ha giocato d'astuzia, evitando toni xenofobi (quali quelli usati in campagna elettorale) e mescolando le carte, senza però retrocedere di un millimetro dalle sue parole d'ordine. 


Hillary comunque è rimasta spiazzata. «Una visita non rimedia ad un anno di insulti» ha detto, sapendo benissimo che ancora una volta il suo rivale è riuscito ad accendere su di sé i riflettori, usando con Nieto toni tutt'altro che scortesi ma al contempo rassicurando la sua base elettorale.

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