Esteri

I raid su Gaza e il rischio di un'escalation

Le responsabiità di Netanyahu e il pericolo che ora a vincere siano i più estremisti dei due campi. La morte in diretta degli "uomini rana" di Hamas - Possibile invasione di Gaza

Un'immagine notturna dei raid su Gaza – Credits: ANSA

È stata una notte di guerra, tra Israele e Gaza: 164 i razzi palestinesi lanciati contro le città israeliane, 160 gli obiettivi colpiti dall'aviazione di Gerusalemme nella Striscia di Gaza, controllata da Hamas. Tra questi, stando a quanto riferisce la stampa israeliana, ci sarebbero 10 tunnel e 120 rampe di lancio. Sei le vittime finora, tutte palestinesi: uno era un miliziano della Jihad islamica, un'altra un'anziana donna, le identità degli altri quattro non sono note. A questo giro i razzi palestinesi, oltre a colpire le solite cittadine nel Sud di Israele, vicine al confine, si sono spinti fino al centro del paese: le sirene sono suonate a Gerusalemme, Tel Aviv, Hedera e Rehovot, che alcuni ritenevano al di là della gettata di Hamas. Molti dei razzi sono stati intercettati dal sistema difensivo “Iron Dome”, ma alcuni sono riusciti a centrare gli obiettivi: un ordigno è caduto nei pressi di una scuola a Hedera.
È un'escalation probabilmente destinata a proseguire. Anche perché al momento manca un mediatore internazionale forte e credibile, capace di convincere ambedue le parti a un cessate il fuoco. L'unico candidato pare l'Egitto, che confina con Gaza e mantiene tiepide relazioni diplomatiche con Israele: il problema è che il presidente al-Sisi, nemico giurato dei Fratelli Musulmani, ha un pessimo rapporto con Hamas.

Dal punto di vista israeliano, oramai è troppo tardi per contenere le azioni: i lanci di razzi su Gerusalemme e Tel Aviv hanno segnato un punto di non ritorno, il superamento di una soglia psicologica. Dal canto suo, Hamas non sembra avere alcun interesse ad abbassare il livello degli scontri, almeno a breve termine: avere raggiunto il contro di Israele è una bella “pubblicità” per il movimento islamista. Inoltre pare che a questo giro i leader di Hamas siano ben protetti dei bunker, a differenza di quanto avvenuto nel 2012, quando Israele aveva eliminato qualche colonnello del movimento, sfruttando l'effetto sorpresa.

L'impressione, come riferiscono anche alcuni osservatori israeliani, è che il primo ministro Netanuyahu avrebbe voluto evitare questa escalation, ma che adesso si senta obbligato ad andare avanti. La situazione, in altre parole, gli è sfuggita di mano.
Inizialmente, a dire il vero, sembrava che il premier fosse determinato a lanciare una vasta campagna contro Hamas. Netanyahu infatti riteneva il gruppo islamista responsabile della morte dei tre adolescenti israeliani, rapiti e uccisi il mese scorso in Cisgiordania. Immediatamente, aveva ordinato non solo operazioni di ricerca dei tre ragazzini ma anche ritorsioni punitive nei confronti di Hamas. Quando i corpi dei tre adolescenti sono stati ritrovati senza vita, in molti si erano aspettati un'immediata risposta israeliana su vasta scala, che però sul momento non c'è stata.

Nel frattempo, infatti, la situazione in Israele era molto peggiorata. Per vendicare l'uccisione dei tre teenager, un gruppo di estremisti ebrei – pare giovanissimi, forse anche minorenni, ragion per cui le loro identità non sono state rese note – ha bruciato vivo un sedicenne palestinese. Nel frattempo un'altra ragazza ebrea, una ventenne della Galilea, è stata uccisa in quello che pare un altro omicidio di odio etnico. Insomma, la situazione interna è tesa come una corda di violino.

A questo si è aggiunto il fatto che i vertici dei servizi segreti e dell'esercito pare abbiano consigliato a Netanyahu di evitare una operazione di vasta scala: avrebbero preferito una serie di azioni mirate contro i diretti responsabili degli omicidi, non contro Hamas come organizzazione. Il risultato è che, a un certo punto, il primo ministro pareva avere cambiato idea: aveva lanciato una serie di raid, ma molto più contenuti di quanto non ci si sarebbe aspettati. Proprio su questo punto, Netanyahu si è dovuto scontrare con i più falchi tra i suoi alleati di governo: Naftali Bennet, il capo del partito dei coloni, e il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Lieberman ha persino rotto l'alleanza tra il suo partito Yisrael Beitenu e il Likud di Netanyahu.
Probabilmente Netanyahu puntava a una via di mezzo: non le poche azioni mirate che avrebbero voluto i generali, né la guerra aperta che chiedevano Lieberman e Bennet, ma una campagna punitiva relativamente contenuta contro Hamas. La risposta di Hamas – o, meglio, la potenza di fuoco che Hamas ha saputo dimostrare – ha però cambiato le condizioni. La guerra aperta ormai è un fatto, che Neatanyahu lo voglia oppure no.

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