John Kerry ed il re Saudita Abdullah bin Abdul Aziz al-Saud
Esteri

I leader del mondo contro i boia dell'Isis

Raid, forniture d'armi, sostegno economico; ecco cos'ha deciso il vertice di Parigi contro il terrorismo

Parigi ha battezzato la nascita di un fronte globale contro i boia dell'Isis. 27 ministri degli esteri dei paesi occidentali e arabi più Onu, Lega Araba e Ue si sono seduti attorno a un tavolo al Quai d'Orsay e hanno promesso di sconfiggere lo Stato islamico "con ogni mezzo". La minaccia globale delle truppe del califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha prodotto un nuovo asse trasversale nel mondo, che promette di spazzare via la minaccia jihadista e aiutare l'Iraq a liberarsi dai terroristi del Califfato.

Eppure il peso degli assenti si è fatto sentire. L'Iran non ha inviato alcun rappresentante a Parigi, sollevando le lamentele di Baghdad, che oggi ha visto iniziare i primi raid americani nei suoi pressi. Ci ha però pensato il capo della Diplomazia russa, Sergey Lavrov, a gettare acqua sul fuoco e a definire Russia, Siria e Iran "naturali alleate" contro il terrore globale.

L'assenza di Teheran non è casuale, visto che la Repubblica islamica considera "illegittima" la coalizione internazionale e sostiene che il suo obiettivo reale è quello di rovesciare il regime siriano. E' anche vero che per parte loro gli Usa hanno sottolineato il fatto che non avrebbero mai accettato di "coordinare militarmente" un gruppo in cui fossero presenti gli iraniani.

Ma distruggere l'Isis con "ogni mezzo necessario" cosa significa tradotto in mosse concrete? Nel documento siglato dai 27 a Parigi viene specificato che tra i "mezzi necessari" è prioritario "un aiuto militare appropriato". Esattamente come accadde in Libia nel 2011, con l'intervento della coalizione che spalleggiava l'allora presidente francese Nicolas Sarkozy. Così, anche oggi i caccia francesi si sono già alzati in volo per una prima missione anti-Isis in Iraq, non in azione di guerra - specificano da Parigi - ma per una ricognizione.

Tuttavia, nonostante i buoni propositi e le dichiarazioni unitarie contro l'orrore dei tagliagole dell'isis, (che proprio qualche giorno fa hanno decapitato un terzo ostaggio britannico, David Haines), il nuovo fronte globale contro il terrore non ha fornito alcun tipo di dettaglio sui mezzi che saranno messi in campo, né tanto meno sulle future misure militari che saranno adottate.

L'Europa si sta orientando a inviare armi e munizioni in Iraq, per sostenere i peshmerga di Barzani in Kurdistan che combattono da settimane contro le truppe dell'Isis. Sul fronte americano, gli Usa sono già in campo con raid aerei dall'8 agosto scorso. Quasi 200 le operazioni condotte finora dai caccia del Pentagono. E il Segretario di Stato John Kerry ha dichiarato che "numerosi paesi hanno offerto la loro partecipazione".

Quanto ai russi, si sono detti al fianco della coalizione e pronti a "partecipare all'elaborazione di misure supplementari" e il ministro degli Esteri di Londra, Philip Hammond, ha detto che il Regno Unito giocherà un ruolo da leader all'interno della coalizione, suggerendo sforzi militari che vanno oltre l'attuale coinvolgimento per armare i curdi e oltre le attuali missioni di ricognizione dei caccia della Royal Air Force.

E Washington fa sapere che al momento sono già più di 40 i paesi nel mondo che si offrono per combattere i jihadisti dell'Isis, una coalizione da cui resta fuori la Turchia, preoccupata del rafforzamento dei curdi nel nord dell'Iraq e della possibile nascita di un Kurdistan indipendente.

Il nuovo governo iracheno a Parigi ha incassato un sostegno pieno, ma al di là delle dichiarazioni forti e condivise, nessuno dei Paesi della coalizione anti-Isis ha pubblicamente parlato della possibilità di attaccare i terroristi nella loro culla, in Siria, dove l'azione è molto più problematica sia da un punto di vista politico che di diritto internazionale, perché - a differenza dell'Iraq - in Siria un eventuale intervento militare della coalizione non avrebbe il via libera del presidente Bashar al-Assad, o la legittimazione di una risoluzione Onu, sulla quale insiste la Russia in qualità di membro del Consiglio di sicurezza.

Certo è che il messaggio più forte uscito dal summit di Parigi riguarda il sostegno internazionale al governo del neo premier iracheno Hayder al-Abadi, che ora dovrà dimostrare di non essere settario come il suo predecessore, per riunire i sunniti finora messi ai margini dell'attività politica e utilizzarli come alleati nella lotta all'Isis.

Per il resto, in attesa di un secondo meeting che si terrà in Bahrein e che sarà incentrato su come tagliare i finanziamenti ai terroristi dell'Isis e bloccare il loro reclutamento di forze fresche in 51 paesi del mondo, la coalizione dei 30 deve ancora coordinarsi e decidere chi farà cosa sotto il comando operativo degli Usa.

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