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2013, fuga dalla Svezia

Nonostante un tasso di disoccupazione al 7,7 per cento la Svezia si riscopre terra di emigrazione, soprattutto per i giovani

Credits: Casper Hedberg/Bloomberg/Getty Images

CHE COSA È SUCCESSO
Nonostante un tasso di disoccupazione al 7,7 per cento (quasi 4 punti in meno dell’Italia), la Svezia si riscopre terra di emigrazione, soprattutto per i giovani. Tra i 15 e i 24 anni, infatti, il dato sui senza lavoro è molto più pesante della media nazionale: sono il 23,9 per cento, dice l’Ocse. Il fenomeno, che inizia a preoccupare il governo del moderato Fredrik Reinfeldt, ha una direzione chiara: i giovani vanno soprattutto in Norvegia, per ragioni di lingua, di legami storici (fino al 1905 i due paesi erano sotto la stessa corona), ma anche di buste paga: quelle norvegesi sono in media il 14 per cento più alte. Il risultato è che ora gli svedesi che lavorano in Norvegia sono 75 mila: se prima dello scoppio della crisi a cercare occupazione oltre confine erano 4 mila ogni anno, nel 2011 sono stati quasi 10 mila.

CHE COSA HANNO SCRITTO
Nella città di Söderhamn, colpita da una grave deindustrializzazione, racconta il Wall Street Journal, il centro di collocamento locale è arrivato al punto di fornire ai giovani non solo un passaggio in autobus verso la Norvegia, ma anche una somma in denaro e ospitalità per un mese in ostello, durante la ricerca di un lavoro. La forza lavoro svedese è essenziale per mantenere il boom economico norvegese, alimentato dalla produzione di gas e petrolio. E, come spiega il quotidiano Dagens Nyheter, i giovani sotto i 30 anni rappresentano oltre un terzo degli svedesi che lavorano in Norvegia. Fra di loro non c’è solo manodopera generica, ma anche un numero crescente di laureati. Ma questa emigrazione «privilegiata», spiega l’economista Malin Sahlén, rischia di minare nel lungo termine le prospettive di sviluppo e di benessere della loro paese d’origine, la Svezia.

CHE COSA SUCCEDERÀ?
Il mercato del lavoro svedese, come ricordava nei suoi studi Elsa Fornero, è un esempio di «flessibilità buona». Il modello ha però qualche ombra, come sul fronte dell’accesso femminile ad alcune professioni. Ai nuovi problemi nei settori immobiliare e bancario ora si somma la disoccupazione giovanile. Ma a Stoccolma la politica ha già iniziato a dare risposte efficaci: il governo è intervenuto sul mercato occupazionale, fornendo training e informazioni ai disoccupati e abbassando le tasse sul lavoro. Tutto senza compromettere i conti pubblici.

Il parere di Giulia Guazzaloca
docente di Storia contemporanea all’Università di Bologna, collaboratrice di Europressresearch.eu

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