Esteri

Cavalli che sussurrano ai reduci di guerra

Veterani dell’Afghanistan e dell’Iraq, feriti e mutilati, ritrovano in Scozia la forza di vivere: grazie all’ippoterapia

Credits: foto di Jeff J. Mitchell

Un cavallo come terapia? «L’idea mi è venuta alla fine del 2007, nella notte di Capodanno, dopo qualche bicchiere di whisky. È così che mi vengono le pensate migliori» dice Jock Hutchison, l’ex marine britannico che si è inventato un progetto per aiutare i soldati che tornano dall’Afghanistan, spesso mutilati: Horseback («a cavallo») Uk. A Hutchison si rivolgono soldati che hanno perso degli arti in battaglia o che portano dentro una ferita che non si vede, provocata da mesi di scontri al fronte. Molti di loro hanno perso le gambe per colpa degli ordigni che i talebani nascondono sotto le strade.

«Dopo avere combattuto in Afghanistan, tornano a casa e si scontrano con gente che non conoscono in un mondo che ormai non capiscono» dice Hutchison a Panorama. Lui lo sa bene, perché ha combattuto la stessa battaglia: «Nel 1996, dopo 10 anni, ho lasciato i marines. Ero arrivato al top, ero pilota d’elicotteri. Ma quando sono tornato a casa, all’ufficio di collocamento, la segretaria mi ha detto: “Non so che farmene del tuo curriculum, di queste competenze qui non c’è bisogno”. Mi ha spiazzato, ero al massimo livello professionale e di colpo tutto ciò che avevo fatto non serviva più a niente».

L’ex capitano Hutchison ha saputo reagire, creando un servizio di sicurezza privata che ha dato lavoro ad altre 46 persone. Affrontando le difficoltà si è aperta una nuova possibilità. Il suo è un traguardo che i soldati che arrivano alle sue due tenute nel Royal Desidee, vallata che il fiume Dee scava vicino ad Aberdeen, in Scozia, considerano un sogno impossibile. E invece, assicura Hutchison, dopo i primi contatti con i cavalli la loro prospettiva cambia. «Quando arrivano da noi» racconta l’ex capitano «trovano corsi gratuiti pensati e tenuti da persone che, come loro, sono tornate mutilate dal fronte. Per quanto tu possa essere messo male, qui c’è gente che se l’è vista anche peggio e che capisce quello che stai passando».

A Horseback Uk, in una trentina di ettari, si svolgono 22 corsi, ognuno dedicato a una mansione tipica della vita di campagna: si pesca, si costruisce, si cura il giardino. Si spera che, fra queste attività, un reduce ne trovi una che gli piace, in cui specializzarsi fino a farne una professione.

Ma al centro di tutto sono i cavalli di razza quarter horse, americani. «Molti dei giovani che arrivano non sono mai stati vicini a un cavallo in vita loro» racconta Hutchison. «Quasi tutti dicono: “Gli altri corsi mi interessano, però lasciamo stare il cavallo, non fa per me”. Poi, di solito, bastano un paio di giorni e non riesco più a farli scendere di sella».

I corsi iniziano sempre a contatto con l’animale: i reduci devono imparare subito a capire come si muove, cosa comunica, come reagisce. Il secondo giorno viene assegnato il cavallo più adatto e loro imparano a parlargli e a farsi obbedire. «I nostri quadrupedi sono molto docili, rispondono facilmente ai comandi» sottolinea Hutchison «e per chi arriva qui è una sorpresa. Per mesi sono stati vittime o pazienti e ora scoprono di poter essere leader. Rinascono con facilità perché, tra l’altro, più sono sicuri di sé e più il cavallo li rispetta».

Il terzo giorno si cavalca. Si trova la sella più adatta, si impara a comandare l’animale e poi si monta. «Il cavallo è un animale maestoso, che ti eleva, ti rende imponente. In sella alcuni scoprono di potere essere autorevoli per la prima volta nella loro vita. In questi giorni ho fatto cavalcare un giovane
che è appena uscito dall’ospedale, dopo tre anni di cure, in sedia a rotelle. Dovevate vederlo quando ha iniziato a cavalcare» dice Hutchison. «Muoversi a cavallo in montagna è la massima espressione di libertà, farlo per lavoro è sempre stato il sogno mio e di mia moglie Emma» si infervora. «Per i reduci è una scoperta incredibile. Non sono qui per giocare, seguono corsi studiati con atenei come la Robert Gordon University di Aberdeen. Non so come, ma i cavalli riescono a fare rinascere questi soldati feriti».

Tant’è vero che alcuni rimangono molto più del corso di due settimane. «In 16 si sono fermati da noi diventando istruttori» dice Hutchison. «Andiamo avanti grazie alle donazioni, quindi più di metà sono volontari. A loro non importa: hanno l’assegno di invalidità, non hanno più bisogno di soldi, ma di qualcosa che dia senso alla vita».

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