Esteri

Guerra all'Isis: a cosa puntano Stati Uniti e Turchia

Washington e Ankara pronte all'offensiva contro le milizie jihadiste: l’obiettivo di Erdogan è ritagliarsi un ruolo chiave nel regime change siriano

Profughi curdi in fuga dall'Isis

Suruc, provincia di Sanliurfa, Turchia, 23 settembre 2014. – Credits: BULENT KILIC/AFP/Getty Images

Per Lookout news

In accordo con gli Stati Uniti, la Turchia si sta preparando a sostenere i miliziani di Thuwar al-Sham, un’alleanza di brigate non jihadiste che ad Aleppo si sono già scontrate con le forze islamiste della coalizione Al Shamiya Front. L’obiettivo è scacciare i combattenti dello Stato Islamico dai territori che occupano a ridosso del confine tra Turchia e Siria.

 Finora queste brigate, riconducibili ad alterne alleanze con altre fazioni del Free Syrian Army, erano state scarsamente supportate perché la Turchia aveva puntato sull’ISIS sia per annientare i curdi siriani e la regione autonoma che avevano costituito, sia per forzare la caduta del regime di Bashar Assad. Così ad Aleppo le brigate di Thuwar al-Sham erano state messe in scacco dalla superiorità di armamenti e mezzi (come visori notturni di ultima generazione) di cui disponevano le forze jihadiste ed erano prossime al collasso. Con la decisione presa ora dalla Turchia le cose andranno in senso inverso. Le brigate di Thuwar al-Sham necessitano di armi e munizioni, camion e APC (Armored Personnel Carriers) di cui Ankara ha garantito la fornitura.

 
Turchia: il bivio di Erdogan Turchia, l’attacco a Suruc e gli obiettivi dell'Isis
Mentre per gli USA andrebbe creata una zona libera dall’ISIS, la Turchia vuole creare una buffer safe zone, vale a dire una zona libera da combattimenti

Il 27 luglio si è tenuta una riunione tra militari turchi e i comandanti delle brigate di Aleppo per pianificare l’attacco, per il quale la Turchia ha garantito, oltre alle forniture, anche il necessario appoggio aereo. Il giorno successivo i leader delle brigate si sono incontrati con ufficiali del Military Operations Center segretamente stabilito in Giordania, e di cui fanno parte le potenze fautrici del rovesciamento militare di Assad. Nella riunione è stata messa a punto la creazione di una operations room per coordinare posizioni delle varie brigate lungo il fronte di attacco, condividere le informazioni e incanalare le richieste di attacchi aerei per rendere possibili le offensive contro i soldati del Califfato. Le brigate di Thuwar al-Sham, con una forza stimata in 3.500 miliziani, dovrebbero estromettere l’ISIS dalla fascia di territorio di circa 100 chilometri tra le città di Jarabulus, a est, e Azaz, a ovest del confine turco-siriano.

 

Gli obiettivi della Turchia
Ma mentre per gli USA andrebbe creata una zona libera dall’ISIS, la Turchia vuole creare una buffer safe zone, vale a dire una zona libera da combattimenti. Obiettivo che può raggiungere soltanto prendendone il controllo a terra e nei cieli, istituendo de facto raid dopo raid una no-fly-zone (lofarebbe però in violazione delle leggi internazionali, perché una no-fly zone può essere autorizzata solo dalle Nazioni Unite).

 La Turchia userebbe quindi il pretesto della lotta all’ISIS per prendere parte direttamente alla guerra in Siria. D’altronde, è interesse turco che Assad cada sotto forze controllate da Ankara. Così come è interesse turco che i curdi siriani dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo) non conquistino ulteriore territorio a ridosso del confine con la Turchia e che non arrivino fino alla roccaforte del Califfato di Raqqa, da cui distano ormai circa quaranta chilometri. Se vi arrivassero, i miliziani jihadisti potrebbero scompaginarsi e, al contempo, l’YPG espanderebbe ulteriormente il territorio del Kurdistan siriano (che a fine ostilità potrebbe, come quello iracheno, essere sostenuto da USA e alleati), fornendo alimento e supporto ai separatisti della regione curda in Turchia.

 La Turchia può raggiungere questi obbiettivi con l’operazione pianificata che, oltre il resto, potrebbe distogliere i caccia USA, in una scala di priorità tattiche, dall’appoggio finora fornito ai curdi dell’YPG impegnati contro l’ISIS. Se le nuove forze su cui ora punta e che supporta riusciranno nell’intento di eliminare la presenza di ISIS dalla zona di frontiera, gli USA avrebbero altre forze vincenti in Siria da appoggiare per combattere la minaccia jihadista e verrebbero perciò messi nelle “condizioni” di diminuire il loro supporto ai curdi filo-PKK.

 Il problema per la Turchia si presenterebbe una volta ottenuta la buffer free zone richiesta, poiché avrebbe bisogno di inviare militari per presidiarla. Motivo per cui Erdogan già da mesi ha iniziato a muoversi. A Baku, dove a giugno ha incontrato Vladimir Putin a margine dei Giochi Europei, ha affermato che il presidente russo si sarebbe convinto di non dover più sostenere Assad. La realtà, però, è ben diversa. Putin in questi giorni ha convocato l’ambasciatore turco in Russia minacciandolo di fare della Siria una Stalingrado per Erdogan se ci metterà piede.

 

Le ultime mosse degli USA
Intanto gli USA hanno iniziato a mandare droni armati nel nord della Siria dalla base turca di Incirlik. La Casa Bianca ha autorizzato a usarli contro le milizie qaediste di Jabhat al-Nusra, che hanno attaccato miliziani del New Syrian Army (nuova formazione militare segnalata dal Washington Post, ndr) addestrati dagli americani in Giordania. Secondo il Wall Street Journal – che cita fonti anonime dell’esercito americano – la Casa Bianca avrebbe anche dato l’approvazione per proteggere i ribelli moderati anche da attacchi dell’esercito siriano. Al che sono seguite le dichiarazioni del 3 agosto del ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il quale, giusto dopo aver incontrato il segretario di Stato americano John Kerry in Qatar, ha detto che un attacco degli USA contro le forze armate di Damasco sarebbe una “violazione delle leggi internazionali”, oltre che “un ostacolo a formare un fronte unito antiterrorismo” per combattere le milizie qaediste di ISIS e al-Nusra.

  Dunque nella partita siriana ognuno persegue i propri scopi, quasi mai allineati o coincidenti anche con quelli degli alleati. Sotto il pretesto della bonifica dall’ISIS della zona di frontiera, la Turchia prepara un proprio intervento per bloccare i curdi e per garantirsi un ruolo primario nel regime change di Assad. Gli USA, dal canto loro, sotto il pretesto della protezione dei ribelli siriani da loro addestrati, potrebbero preparare un attacco diretto contro l’esercito siriano. Alla luce di quanto accaduto negli ultimi giorni è difficile credere che, se avverranno, le due escalation saranno separate.

di Tersite

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