Esteri

Perhé è importante la grande marcia contro il terrorismo di Tunisi

Alcune domande sul senso del corteo di capi di Stato e di governo che ha sfilato domenica nella capitale

 

Non c'erano solo capi di Stato e governo a sfilare nella capitale tunisina. C'erano pezzi di società civile, leader sociali e religiosi, giovani e cittadini comuni. Tutti hanno urlato il loro no a qualsiasi forma di intolleranza e terrorismo. Un'altra immagine del mondo islamico, inedita per noi, un'altra immagine della Tunisia dopo l'attentato islamista che il 18 marzo, al Museo del Bardo,  è costato la vita a 22 persone. Una grande fiumana di gente - lavoratori, professionisti, attivisti laici e nazionalisti - che si è snodata da Bab Saadoun fino al museo del Bardo. Senza bandiere, se non quelle della Tunisia. È questa la risposta migliore che il popolo tunisino potesse dare a chi vuole far ripiombare il Paese nell'oscurità.

Eppure, nonostante la doverosa solidarietà, nonostante il simbolo di un Paese che non vuole piegare la testa, rimangono in sospeso alcune domande che nessuna retorica unanimista può cancellare. Sono le stesse domande che abbiamo fatto all'indomani dell'attentato di matrice islamista alla redazione di Charlie Hebdo.

In che modo possono sfilare a braccetto leader e rappresentanti politici di Paesi che, proprio sulla guerra al terrorismo e anche sulla strategia per stabilizzare il Medioriente, hanno e professando idee opposte? Dov'è l'unità di quel corteo dove hanno sfilato il presidente palestinese Abu Mazen e leader europei che, anche sul no agli insediamenti israeliani nella West Bank, sostengono ipotesi opposte o comunque non intendono condannare la politica abitativa di Israele ? Che cosa ne dicono Hollande, Renzi, i ministri degli Esteri di Spagna e Germania, del fatto che la Tunisia del presidente Beji Caid Essebsi (il quale, nel discorso di commemorazione, ha scambiato Hollande con Mitterand) non ha rapporti diplomatici con Tel Aviv? Dove e con chi si schiera l’Italia esattamente?

«Non con gli Stati Uniti, probabilmente, perché al momento neanche loro sanno bene con chi schierarsi e preferiscono attuare la politica dei “due forni”, tanto con Israele e Palestina quanto con Iran e Arabia Saudita. E anche perché il fatto di continuare a vendere settori strategici alla Cina non farà certo piacere a Washington. Ma neanche con la Russia, che pure noi consideriamo strategica per le nostre relazioni, perché continuiamo ad aumentare le sanzioni a danno di Mosca e ci dichiariamo dalla parte dell’Ucraina nella guerra civile», scrive il direttore di Lookout news, rivista specializzata in analisi strategiche.

Il fatto drammatico e paradigmatico è che anche una manifestazione di massa come questa - dove si sono risvegliate le energie  di un Paese colpito al cuore dallo stragismo -  rischia di consegnarci l'immagine di un'Europa e di una comunità internazionale ipocrita e disunita, persino sul modo in cui si può avere ragione sul regurgito terrorista.  Con chi ci schiereremo in Libia? Con gli islamisti di Tripoli o con i governativi di Tobruk? Se è vero che Renzi ha scelto di stare dalla parte dell’Egitto e del generale-presidente Al Sisi, grande sponsor di Tobruk, quanto durerà questa alleanza? Non è questa la prosecuzione della politica dei due forni di andreottiana memoria in Medioriente? Come vogliamo costruire una grande alleanza internazionale contro l'Isis?  Domande senza risposta. Non basta vedere uno dopo l'altro sfilare tutti i leader occidentali. Perché anche in questo caso, oltre alla doverosa solidarietà, rimane ben poco. 


 

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