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Esteri

Gli orti salveranno le città

Si apre a Napoli il World Urban Forum. La Fao afferma: l'agricoltura urbana è la strada per metropoli sostenibili

FAO/Erick-Christian Ahounou

Nel mondo, il numero delle persone che vivono in città ha superato quello dei residenti nelle aree rurali. Il sorpasso, certifica l’Onu, è avvenuto nel 2008.

Tra meno di 40 anni il 68 per cento dell’umanità vivrà all’ombra di un grattacielo (o in una baraccopoli). Il 10 per cento sarà prigioniero, più o meno felice, di un agglomerato di oltre 10 milioni di abitanti.

Da oggi, e per una settimana, Napoli ospiterà il World urban forum . Oltre 3000 partecipanti di 114 Paesi discuteranno del futuro delle città, di come renderle più sostenibili e vivibili. Una sfida che diventa ancora più importante in Africa dove le aree urbane sono povere, il 43 per cento dei residenti sopravvive con 1 dollaro al giorno e insane: 180 persone sono prive di accesso ad adeguati sistemi idrici e igienici. Ma soprattutto nelle città africane è forte la malnutrizione.

Problemi, dice la Fao, che rischiano di aggravarsi con il cambiamento climatico che ha già mostrato alcuni dei suoi terribili effetti: piogge torrenziali a Nairobi, Brazzaville e Saputo hanno provocato smottamenti e distruzioni, città costiere come Accra, Luanda e Lagos sono a rischio inondazioni.

Paradossalmente le enormi discariche che si creano (e si creeranno) nelle città emettono crescenti quantità di gas serra.

Una delle possibili risposte, dice il rapporto della Fao Growing greener cities passa dal rafforzare le esperienze di agricoltura urbana.

L’orticoltura, sostiene il documento, permette alle persone di mangiare meglio (a volte semplicemente di mangiare), crea posti di lavoro (uno ogni 110 metri quadrati a Pechino, 150 mila in tutto ad Hanoi). Consente anche di migliorare le condizioni ambientali. A Santiago, la capitale del Cile, il 70 per cento delle acque reflue viene trattato e riutilizzato per irrigare le coltivazioni alle porte della città, in India 5 milioni di tonnellate vengono di rifiuti diventano compost, gli orti contribuiscono ad accrescere le aree verdi.

Le esperienze africane sono esempi di grandi opportunità e creatività. A Dakar  si calcola che esistano almeno 7.500 micro jardin, mini-orti ricavati in vecchi copertoni, vasi, sacchi, riempiti di terriccio e sostanze nutrienti. A Bulawayo nello Zimbabwe 1000 persone a basso reddito coltivano in comune 13 ettari, per le proprie esigenze e quelle di altre famiglie povere. Ma la vera differenza, sotto il profilo economico, la fanno le fattorie urbane a scopo commerciale. Vi si coltivano ortaggi destinati ai mercati di città dove i consumi sono destinati a crescere, di pari passo con quella classe media che si allarga grazie alla robusta crescita del Pil, nei paesi subsahariani.

Questo tipo di orti, i market garden, danno lavoro ad almeno 10 mila persone a Brazzaville, e 8000 a Kinshasa. A Nairobi, chi pianta spinaci e zucche sono soprattutto donne povere, che con i soldi guadagnati grazie alle vendite della verdura riescono a mandare i figli a scuola o dal medico. Purtoppo in molti casi, per massimizzare la produzione, ammette la Fao, si fa un ricorso insostenibile ai pesticidi, inquinando l’acqua.

Tuttavia, l’espansione delle città spesso ingurgita i pochi spazi verdi rimasti, i contadini urbani non sempre hanno accesso legale alla terra, a fonti d’acqua pulita, a semi, fertilizzanti, tecniche efficaci di coltivazione. È tempo che amministratori cittadini, agricoltori, venditori, trasportatori, si siedano insieme attorno a un tavolo e scrivano le regole per lo sviluppo sostenibile dell’agricoltura urbana. È in gioco la qualità della vita, o la vita stessa dei 600 milioni di africani che affolleranno le città nel 2030.

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