Esteri

Mark e gli 'invisibili' d'America

La storia di Mark Horvath, dal successo alla strada fino alla rinascita grazie ad una telecamera

Il creatore di "invisible people", Mark Horvath

LOS ANGELES -  Mark Horvath ha in mano un paio di calzettoni nuovi. I classici tubolari bianchi. Quelli che si acquistano in pacchi da quattro al negozio dove tutto costa 99 centesimi di dollaro. Percorre qualche decina di metri lungo Hollywood Boulevard e si avvicina ad un uomo seduto a terra con la testa bassa. Davanti ha un bicchiere di carta. Dentro c’è qualche dollaro. Il senza tetto alza lo sguardo. Mark gli da’ i calzini, e riceve un sorriso sdentato che illumina la faccia dell’uomo. Gli si siede accanto. Dopo qualche veloce scambio di battute Mark tira fuori dallo zaino una telecamerina. Poi inizia a filmare, una delle centinaia di storie degli Invisibili d’America.

Agli inizi degli anni Novanta, Mark Horvath aveva tutto. Una carriera da executive a Hollywood, uno stipendio a sei cifre, una villa con piscina. Meno di cinque anni più tardi, racimolava qualche dollaro lasciando fotografare ai turisti la sua iguana. Tra gli altri “homeless”, era conosciuto con il nome di “Lizard Man of Hollywood Boulevard”, l’uomo lucertola. A distruggergli la vita erano stati alcol, droga e la convinzione di essere imbattibile.

“Ricordo chiaramente il giorno in cui ho capito che le cose dovevano cambiare– racconta – sedevo con la testa bassa, circondato da turisti asiatici che scattavano incessantemente foto e pensavo “come posso uscire da questa situazione?”.

Hovath varca così le porte del “Dream Center “di Los Angeles, un’associazione religiosa, non profit che fornisce a senza tetto e sbandati cibo, riparo ed un programma di riabilitazione. Sceglie il percorso di “marketing e broadcast religioso” e, nel 2005, si trasferisce a St. Louis, Missouri. “Inizio così una nuova vita – continua – che mi permette persino di acquistare una casa con tre camere da letto”.

Dopo due anni di stabilità, tuttavia, Horvath affronta un'altra sfida: la vacillante economia. Perde il lavoro di marketing nella chiesa di St. Louis, trascorre nove mesi da disoccupato e decide di tornare a Los Angeles. “E’ stato allora che ho deciso di usare una vecchia telecamera che non riuscivo neppure a rivendere per raccontare altre storie come la mia”.  Storie di uomini e donne, dimenticati, incompresi. Invisibili. Fonda così, nel novembre 2008 il blog, http://invisiblepeople.tv/blog/

Con gli ultimi 300 dollari disponibili sulla carta di credito, Hovath, compra un biglietto per Sacramento deve centinaia di senza tetto, vittime della recessione, hanno creato una tent city, una città di tende. Ne intervista a decine documentando la sua esperienza su Twitter @HardlyNormal. Un viaggio non privo di contrattempi e pericoli. “Più di una volta sono stato inseguito. Molte volte ho pensato di soffrire di infermità mentale” – dice oggi – “ma sono sempre stato convinto dell’importanza di raccontare queste storie”. I continui tweet di Hovath catturano l’attenzione di diversi social media, in particolare di Whrrl, creatore dell’omonima applicazione per condividere storie, via brevi update, foto e mappe.  E’ la società di Seattle, assieme a benefattori ed altri sponsor (tra i quali una famosa azienda di calzettoni, una delle cose che più mancano, ai senzatetto), a finanziare il primo vero e proprio viaggio di InvisiblePeople nell’America degli Homeless.

Mark raccoglie decine di interviste che diventano in breve centinaia. Materiale grezzo, senza filtri, a volte difficile da guardare. Come la storia di Rico, che disegna sui marciapiedi con colori a gesso che escono dalla borsa che contiene tutta la sua vita. Quella di Brian, 54 anni, senza tetto da quando ne aveva 15. E quella di Joni, raccontata, mentre la gente passa velocemente, ignorandola. Tra le lacrime, Joni dice di avere tre desideri: “Vorrei avere una casa, del cibo e soprattutto che tutti smettessero di trattarmi come se fossi invisibile”.

Sono queste parole che hanno dato la forza a Hovath di andare avanti. “La mia situazione non è cambiata, mi mantengo ancora facendo lavori temporanei, ma sono io ad essere cambiato. So di non poter smettere – continua -. Devo dare voce a chi non ce l’ha”. Per farlo ha recentemente aperto anche un sito, wearevisible.com http://wearevisible.com con tutorial sull’importanza dell’utilizzo dei social media per chi si trova in situazioni di difficoltà. Una nuova scommessa, un nuovo progetto che Hovath affronta come una missione. “Incoraggio gli “homeless” a fare qualsiasi cosa possibile per uscire dalla situazione nella quale si trovano. E sono la testimonianza che i social media possono aiutare”.

Com’è vivere da senzatetto?” – chiede Mark all’uomo mentre questo si infila i calzettoni suoi piedi sporchi e feriti. “Come si finisce sulla strada e come si sopravvive?”. Sono le tre domande che ripete ad ognuno degli intervistati. Le risposte sono sorprendenti. Tristi ed oneste. Perché non ci sono bugie sulla strada.

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