Esteri

"Ecco l'Egitto che ho visto"

L'inviata di Mediaset, Gabriella Simoni, al ritorno dal Cairo racconta i perché della rivolta e le sue 7 ore di paura - le immagini - il sondaggio - i Fratelli Musulmani, scheda - la guerra dei bambini -

L'inviata di Mediaset, Gabriella Simoni, durante le proteste dei giorni scori al Cairo (Credits: Mediaset)

"E' stata sottovalutata la questione egiziana e la sua complessità..."

La voce è sempre la sua, grintosa, ma riflessiva e lucida. Gabriella Simoni, storica e prestigiosa inviata di Mediaset, è atterrata ieri dall'Egitto, dopo essere stata aggredita da una folla inferocita e fuori controllo, dopo che è stata salvata(?) dall'esercito che l'ha bendata, perquisita, interrogata per 7 ore prima di essere rilasciata, assieme all'operatore, Arturo Scotti.

"Non si è capito che l'Egitto, dal 2011, dalla fine dell'era Mubarak sia una polveriera. Da qua non si capisce come i processi di cambiamento siano lenti e portano anche violenza. Non è pensabile che destituito Mubarak si arrivasse alla pace senza che succedesse più nulla. Il sogno della democrazia con i Fratelli Musulmani al potere si è inevitabilmente scontrato con la realtà; hanno tradito le aspettative, hanno tradito i rapporti con gli alleati anti-mubarak. Così adesso il paese si è spaccato di nuovo, tra anti e pro Morsi"

Quindi, non c'è via d'uscita? Ci sarà altra violenza?

"Purtroppo credo di si, a meno che non ci sia esercito a prendere in mano la situazione, instaurando un vero e proprio regime militare. Alla faccia della primavera araba..."

Come giudichi l'atteggiamento dell'Europa o più in generale dell'Occidente? C'è chi parla del solito immobilismo

"Noi pensiamo sempre da un lato a quello che cinicamente ci piacerebbe di più, all'utopia. E' difficile muoversi in questi contesti, guarda la Siria; anche qui si è accusato l'occidente di immobilismo. Ma cosa sarebbe successo se fossimo intervenuti? Molto probabilmente ci sarebbe un altro paese diviso come l'Iraq, l'Afghanistan o la Libia. E queste sono le destabilizzazioni più pericolose. Alla fine forse è più saggio, opportuno ed importante appoggiare un futuro (che però non si sa quale sia) oppure quella mancanza di libertà garantisce uno status quo o una stabilità che sono necessari per tutta l'area? Sarebbe bello partire e difendere la libertà. Anche io con il cuore credevo in questo, ma non è così semplice. Anche per l'Italia, l'unità non è stata semplice. Soprattutto dobbiamo capire che l'Egitto, come tanti altri, è un paese che ha insito l'idea, la presenza di un raìs..."

Dalle immagini che anche tu hai mostrato abbiamo l'idea di una piazza prevalentemente maschile. Qual'è il ruolo delle donne in questo momento storico per l'Egitto?

"Le donne vivono, secondo le loro idee religiose, sono in piazza, protestano anche con il velo. Ma non è una presenza attiva ed appena ci sono gli scontri spariscono. La blogger che combatte per la libertà esiste, ma alla fine conta poco, è più una mitizzazione nostra. Ci sono donne che combattono per le libertà feminili, ci sono donne in tutti i settori della società, ma questa non è la maggioranza del paese".

Questa crisi arriva dopo situazioni analoghe in altri paesi dell'area nordafricana. Cos'ha di diverso l'Egitto?

"La destabilizzazione dell'Egitto, è una cosa molto più seria, molto più grossa e quindi molto più temuta e pericolosa; non fanno così paura ad esempio la Tunisia o la Libia. E' un paese cruciale geopoliticamente ed ha numeri grandi come popolazione, esercito ed altro. L'Egitto non è uno scherzo".

Si può dire che, malgrado la tua esperienza sul campo anche in diverse guerre, questa è la volta in cui hai avuto più paura?

"No. So per esperienza che situazioni come queste non sono le più pericolose. In Libia, ad esempio, era peggio, c'erano bombardamenti dappertutto, dal cielo, da terrae non avevi vie di fuga. Questa in Egitto è stata pericolosa per la sua imprevedibilità e l'impossibilità di arginarla. E' stato davvero un attimo. Ci hanno scambiato per una troupe di Al Jazeera, che hanno sempre appoggiato i fratelli musulmani; è bastato un urlo ed è successo di tutto. C'erano bastoni, fuoco dappertutto e quando una folla infuriata ti piomba addosso non c'è controllo o modo di fermarli, puoi soltanto cercare di seguire regole di sopravvivenza. Poi quando l'esercito mi ha prelevato per sottrarmi alla gente ho avuto un altro tipo di preoccupazione, è stata una cosa diversa. Sapevo di essere in mano ad un esercito che ha scritto leggi speciali e le può applicare come vuole e su chi vuole. Ma sapevo anche che l'esercito è comunque un'istituzione con la quale è possibile dialogare, tramite la Farnesina o l'ambasciata. E così sono cominciate quelle 7 febbrili ore di lavoro per liberarci. Dopo quindi ero attenta e preoccupata; prima quand'ero nel mirino della folla e della sua rabbia, poteva essere qualunque cosa"

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