Esteri

Fondi sovrani. Qatar power

Il piccolo emirato ha grandi ambizioni ed enormi disponibilità finanziarie. Tra i suoi obiettivi preferiti, l’Italia. È un’opportunità, con qualche rischio

La skyline di Doha, in Qatar, in perenne costruzione (Credits: Epa/Ian Langsdon)

Lo «sceicco del Qatar» fabbrica miracoli. Lo stabilimento Fiat di Termini Imerese? Ha lui la soluzione giusta per rilanciarlo. Il Palermo calcio, precipitato in serie B? La sua impresa di costruzioni può diventare lo sponsor giusto per riacciuffare subito la serie A. La casbah di Mazara del Vallo? Anche il risanamento dei quartieri dell’antica città murata passa dal suo ricco portafoglio, magari con l’aggiunta di una moschea degna della città più araba della Sicilia. 

Peccato che lo «sceicco del Qatar», come è stato presentato sui giornali, le tv e i siti siciliani, altri non sia che un ricco immobiliarista di Doha, Mohammad al-Emadi, senza alcuna parentela con la famiglia allargata dell’emiro. È sbarcato in Sicilia solo per scoprire i prodotti agroalimentari da vendere nel suo centro commerciale Al-Markhya, di prossima apertura. Per la verità, «shayk emadi» (un titolo che non si nega a nessuna persona di un certo peso nel mondo arabo) ha provato a spiegare la vera ragione del suo viaggio, simile a un altro che fece un anno fa in Sardegna, ma con assai meno clamore.

Niente, il governatore Rosario Crocetta, che lo ha ricevuto in pompa magna a Palazzo d’Orleans, è stato il più solerte trombettiere delle sue virtù salvifiche. E così gli assessori regionali. E così il sindaco di Mazara. Negli stessi giorni del tour siciliano, a Milano, altri sceicchi del Qatar, questi sì con l’imprimatur dell’emiro Ahmad bin Khalifa al-Thani, mettevano la firma sul contratto che assicura alla Qatar Holding, braccio operativo del fondo sovrano Qia, il 40 per cento del progetto Porta Nuova, che ha cambiato la skyline della metropoli lombarda.

È un altro colpo messo a segno dall’ambizioso emirato, ricco di petrolio, ma soprattutto di gas naturale, e con una proiezione di potenza politica regionale. Arriva dopo la campagna di acquisti, l’anno scorso, del consorzio Costa Smeralda e del marchio Valentino. Contemporaneamente, non il fondo sovrano ma i fondi personali del sovrano hanno conquistato l’hotel Four Seasons di Firenze, che va ad aggiungersi al Gallia di Milano e a un altro Four Seasons che dovrà aprire a Roma.

Sono due storie assai diverse nella stessa settimana sui Paperoni del Golfo Persico. C’è chi venderebbe loro tutta la valle dei templi dorici di Siracusa. C’è chi li accoglie come «cavalieri bianchi» perché sono gli unici in grado di versare denaro fresco nelle asfittiche casseforti delle imprese italiane. E c’è chi grida ai «barbari alle porte di casa».

«È la schizofrenia che domina quando si parla dei fondi sovrani, in particolare di quelli arabi e nordafricani» commenta Bernardo Bortolotti, uno dei maggiori esperti italiani, direttore del Sovereign investment lab della Bocconi di Milano. «C’è tanta confusione, molto pressappochismo. E solo una certezza: siamo di fronte a una distribuzione della ricchezza globale con nuove potenze emergenti ricchissime. Questa è la realtà e con questa bisogna fare i conti».

La potenza di fuoco dei fondi sovrani è impressionante. Secondo il Sovereign wealth fund institute di Las Vegas, oggi valgono 5.500 miliardi di dollari, pari al 7 per cento del pil mondiale, il triplo degli hedge fund. Un recente rapporto del Monte dei Paschi ha calcolato che raggiungeranno i 10 trilioni di dollari già fra due anni. Il numero dei fondi è salito da 45 a 62 negli ultimi cinque anni e arriverà a 70 nel 2015.

Tra i fondi sovrani più attivi ci sono quelli dell’area mediorientale e nordafricana (Mena). Sono 16 e gestiscono un patrimonio di quasi 2 trilioni di dollari, poco meno del pil italiano. Preferiscono investire soprattutto in Europa, un po’ perché incontrano meno barriere politiche rispetto agli Usa, ancora in preda alla sindrome dell’11 settembre, un po’ perché gli sceicchi, i sultani e gli emiri hanno più familiarità con le città europee, avendo studiato a Londra o a Parigi e passando le vacanze in Costa azzurra, in Costa Brava o in Costa Smeralda. E, terzo, perché i fondi più vecchi, come quello del Kuwait, dell’Arabia Saudita o di Abu Dhabi, hanno rapporti consolidati con le piazze finanziarie di Londra e di Zurigo.

L’Italia solo di recente è entrata nel mirino dei fondi sovrani. Particolarmente significativo è l’attivismo in borsa. Un’analisi della Consob ha rivelato che il 36 per cento delle società quotate è partecipato dai fondi sovrani contro il 25 per cento di quelle del Regno Unito. Eppure, nonostante questo dato, fino a poco tempo fa l’Italia occupava l’ultima posizione nella classifica dei primi 20 paesi al mondo diventati obiettivo dei fondi.

Nel 2012 abbiamo guadagnato il 17° posto, molto ma molto più attraenti risultano non solo la solita Gran Bretagna e la Germania, ma anche Spagna, Francia, Paesi Bassi e Svezia. Bortolotti ha calcolato che nel periodo 2000-2010 il nostro Paese ha ricevuto 4 miliardi 840 milioni di dollari da altri stati o governi, il 90 per cento dai paesi Medio Oriente-Nord Africa (il resto è appannaggio del fondo di Singapore). È una goccia nel mare di petrodollari disponibili.

«Uno dei problemi principali della scarsa rilevanza dell’Italia è costituito dal fatto che abbiamo un sistema di imprese polverizzato. I fondi sovrani hanno disponibilità finanziarie enormi e tendono a investire in grosse società o joint venture» sostiene Valeria Miceli, docente di economia alla Cattolica di Milano e coautrice, assieme ad Alessio Ciarlone, di uno studio appena pubblicato dalla Banca d’Italia sulle «Strategie di portafoglio dei fondi sovrani e la crisi globale». Aggiunge Miceli: «Inoltre, il fondo storicamente più dinamico in Italia è stato quello libico, che adesso è praticamente congelato per la situazione politica di quel paese.

Qualcosa ha cominciato a muoversi dopo il viaggio in Qatar dell’ex premier Mario Monti, nel novembre 2012, quando per esempio è stata stipulata una joint-venture fra il Qia e il Fondo strategico italiano, dotato inizialmente di 300 milioni di dollari, divisi in parti eguali, che potrà arrivare a 2 miliardi, per sostenere nei prossimi quattro anni le imprese del «made in Italy».

In effetti siamo nel bel mezzo di una profonda metamorfosi delle strategie dei fondi sovrani. I petrodollari sono tornati ad affluire agli stessi livelli precrisi, ma cominciano a prendere anche altre destinazioni. Non più solo la finanza e le grandi banche (l’Unicredit ha tra i soci più importanti il fondo libico e quello Ipic di Abu Dhabi). Ora i flussi di denaro fresco si dirigono anche verso le proprietà immobiliari, le società di energia e di materie prime, le imprese manifatturiere ad alta tecnologia e con grandi vocazioni all’export nei mercati emergenti. Spesso i fondi operano anche in gruppo per sostenere le operazioni più importanti, abbassando così il rischio.

E infine sembra cambiare pure l’atteggiamento, finora prudente e passivo e oggi un po’ più aggressivo soprattutto nella gestione delle partecipate. Le preoccupazioni dei governi sono destinate ad aumentare assieme ai moniti che vengono lanciati dai servizi d’intelligence, sempre più allarmati dalla perdurante opacità dei fondi e dalle «agende nascoste» di alcuni emirati, come dimostrerebbe il protagonismo del Qatar nel Medio Oriente infuocato dalle primavere arabe e dalle guerre civili in Siria e, prima ancora, in Libia..

Gli studiosi che seguono l’evoluzione dei fondi sono assai meno pessimisti e, per il momento, non scorgono alcuna minaccia. Semmai vedono le opportunità da sfruttare da questi investimenti a lungo termine, sia pure nel quadro di norme più incisive che garantiscano maggiore trasparenza. «È sbagliato sia cedere le armi di fronte ai nuovi conquistatori sia alzare i ponti levatoi» afferma Bortolotti. «Anche perché i gestori di questi fondi non hanno tempo da perdere e dirigono il denaro dove ci sono le occasioni più favorevoli e i governi meno schizzinosi».

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