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Elezioni in Argentina: che cosa accadrà al ballottaggio?

L'affermazione a sorpresa di Mauricio Macri. La sconfitta del peronismo clientelare di Cristina. Le incognite in vista del voto-chiave del 22 novembre

Macrì

Mauricio Macrì, candidato del centrodestra alle elezioni argentine – Credits: GETTY IMAGES

È forse prematuro suonare le campane a lutte del peronismo cristinista, un impasto di politiche clientelari, autarchia  e duro confronto con le autorità finanziarie internazionali, ma l'esito del voto in Argentina ha riservato più di una sorpresa, contro le previsioni della vigilia. La notizia inattesa è che Daniel Scioli, il candidato di Cristina Kirchner impossibilitata dalla Costituzione a candidarsi per un terzo mandato, sarà costretto al ballottaggio dal suo amico-rivale, Mauricio Macri, avendolo superato - contro i sondaggi della vigilia -  solo di pochi pochi punti (36,3 per cento vs 34,7 per cento). La seconda notizia inattesa è la vittoria del candidato di Mauricio Macri, Maria Eugenia Vidal, nella popolosa provincia di Buenos Aires, storicamente serbatoio di voti per i peronisti. Il 20% che gli elettori hanno tributato a Sergio Massa, peronista antigovernativo, dovrebbero essere decisivi per l'assegnazione della vittoria finale, il 22 novembre prossimo, quando gli argentini saranno chiamati al ballottaggio chiave per il futuro dell'Argentina. 


Comunque vada, il peronismo - nelle sue varie articolazioni, di destra e di sinistra - rimarrà ancora la stella polare della politica argentina

In questi ultimi quindici anni, prima con Nestor Kirchner, poi soprattutto con sua moglie Cristina, l'Argentina - reduce da uno spaventoso crac finanziario - ha scelto la strada dell'autarchia economica, di politiche clientelari e sussidi a pioggia per le fasce più povere, in qualche caso del rifiuto di ripagare i fondi detentori degli ultimo tango bonds divenuti carta straccia dopo il crac. Ma il peronismo - nelle sue varie articolazioni, di destra e di sinistra - rimane ancora la stella polare della politica argentina. Basti dire che Macri, il candidato del centrodestra, nipote di emigranti calabresi, ex presidente del Boca Juniors ed ex sindaco di Buenos Aires, è amico personale del suo rivale, Scioli, al quale - ricambiato - non ha mai riservato un attacco personale, un colpo basso, durante tutta la campagna elettorale. E basti dire, soprattutto, che l'alleanza che sostiene Macri ha dentro di sé sensibilità e formazioni peroniste, assai critiche con Cristina Kirchner, il cui passato - sin dai tempi universitari - è quello della peronista di sinistra che ha guardato con simpatia, durante i convulsi anni 70 e durante la dittatura de La Junta degli anni 80, alle formazioni guerrigliere, come i Montoneros, pernisti sì ma filomarxisti. La cultura politica dell'Argentina è questa.

Per Macri ora la strada parrebbe in discesa. Ma il timore che gli elettori che al primo turno hanno votato Massa possano riversarsi per paura al secondo turno su Scioli, per evitare nuovi pesanti tagli della macchina pubblica e clientelare  di cui gli argentini conservano viva memoria sin dai tempi di Carlos Menem (un peronista di destra) è ben presente tra gli uomini che curano la campagna elettorale di Macri. Senza contare che c'è un'altra incognita, che pesa sulle spalle, questa volta, di Scioli: il timore che possa essere un presidente temporaneo e di transizione, in attesa che Cristina possa - a furor di popolo - ritornare alla Casa Rosada. Dopo aver saltato un giro, la Costituzione le consentirebbe di ricandidarsi. Uno scenario tutt'altro che irrealistico.  


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