Esteri

Contagio arabo

A oltre due anni dalla cacciata  di Hosni Mubarak l’Egitto  è sprofondato in un incubo da più di 1.000 morti. Tre analisi per capire tre questioni decisive. Ritratti: Mubarak e i Fratelli

Un sostenitore dell’ex presidente Morsi steso nella moschea di piazza Ramses, al Cairo, teatro degli scontri più violenti tra Fratelli musulmani ed esercito.

L’orologio dell’Egitto sembra tornato a prima dell’inverno 2011, quando Hosni Mubarak  cedeva, dopo 30 anni di dominio, alle richieste di piazza Tahrir. Mohamed Morsi, primo  presidente eletto della storia egiziana, è in prigione con i leader dei Fratelli musulmani.
I cristiani, che hanno appoggiato l’esercito, subiscono la peggiore ritorsione da secoli. Il generale Abdel Fattah al-Sisi, presidente ad interim, si è detto «costretto a intervenire» perché «volevano creare un impero islamico e stava per scoppiare una guerra civile». Il risultato, per ora, è il caos.  Domande e risposte per capire che cosa sta accadendo al Cairo e perché ci riguarda.

Ma da che parte stanno gli egiziani?
L’offensiva dell’esercito contro i Fratelli  ha più sostenitori di quanto si è detto finora. Di Fausto Biloslavo

L’Egitto sta pagando un prezzo molto alto per farla finita con la Fratellanza fascista che stava prendendo il controllo di tutto» dice duro Mahmoud Badr, fondatore del movimento Tamarod (ribellione), che ha portato alla deposizione manu militari del presidente Mohamed Morsi. Non è l’unico a pensare che il bagno di sangue all’ombra delle Piramidi, costato un migliaio di morti, sia un prezzo accettabile per salvare il paese. I media occidentali si vergognano a raccontarlo, ma il pugno di ferro dei militari gode di un vasto appoggio a tutti i livelli della popolazione egiziana.
Il generale Abdel Fattah al-Sisi, che ha scatenato la sanguinosa repressione, è considerato un nuovo Gamal Abdel Nasser, pronto a diventare presidente nel 2014, anche se Hosni Mubarak potrebbe venire scarcerato e Morsi, il presidente eletto, restare in carcere. Emad Abu Ghazi, che fa parte del partito liberale Al-Dastour, ammette: «Non sono felice per quello che è accaduto, ma i Fratelli musulmani sono un’organizzazione terroristica». Visione forse esagerata, ma l’occupazione del potere da parte degli islamici ha suscitato, anche per l’inasprimento della crisi economica e per la loro incompetenza politica, una specie di reazione patriottica paragonabile ai sentimenti antibritannici di 60 anni fa. Il premio Nobel Mohamed ElBaradei, che si è dimesso da vicepresidente per protesta contro il bagno di sangue, viene ora additato come una sorta di traditore della patria. Anche i cristiani puntano il dito contro la Fratellanza. Padre Rafic Greiche, portavoce della Chiesa cattolica al Cairo, ha denunciato un’impressionante lista di attacchi dal 14 agosto: sette vittime cristiane e 17 rapimenti, oltre a 49 chiese distrutte, 162 case, negozi, farmacie, hotel presi d’assalto per vendetta, come 75 bus e automobili.
I Fratelli musulmani scesi in piazza cercavano il martirio, come il militante a braccia alzate contro il carro armato falciato da un proiettile, per impietosire gli occidentali e sollevare i loro accoliti in Egitto e nel mondo arabo. Quando il gioco si è fatto duro, con 36 Fratelli uccisi dalla polizia dopo l’arresto, la risposta è arrivata dal Sinai: il 19 agosto un gruppo armato ha ucciso 25 agenti, come capita in Iraq o in Siria per mano delle bande di Al Qaeda. Badr, di Tamarod, è reciso: «Più violenza e assassini politici saranno possibili nelle prossime settimane, ma alla fine vinceremo sul terrorismo e la guerra civile».

Quali sono i rischi  per l’Italia?
Immigrati, terrorismo, investimenti persi. Quanto ci può costare la rivolta. Di Sherif El Sebaie

Qualora lo scontro in atto fra l’esercito egiziano e i Fratelli musulmani dovesse prolungarsi e degenerare ulteriormente, ci potrebbero essere conseguenze catastrofiche anche per l’Italia. Innanzitutto un’ondata migratoria senza precedenti dal paese più popoloso del Medio Oriente si abbatterebbe sulla Penisola, andando ad acuire un clima già teso per via della crisi economica.
Molti fra i nuovi immigrati potrebbero anche essere fondamentalisti in fuga dalla repressione dell’esercito. Altri potrebbero essere facilmente intercettati e successivamente indottrinati dalla rete estremista già operante in Italia. Questo creerebbe i presupposti per la radicalizzazione dei rapporti fra le comunità religiose e per una sanguinosa stagione terroristica. È una minaccia che potrebbe mettere a rischio la stabilità dell’Europa stessa.
Ai problemi di sicurezza si aggiungerebbero ingenti danni economici, derivanti da un eventuale crollo dell’economia egiziana. L’Italia è infatti passata negli ultimi anni dal terzo al secondo posto nella graduatoria dei paesi partner dell’Egitto, con interscambio pari a 2 miliardi di euro (il 6,5 per cento del totale). Preceduta soltanto dagli Stati Uniti. Da non sottovalutare gli investimenti esteri fatti in Egitto da importanti società italiane. Per citarne alcune: la Italcementi ha investito 750 milioni di euro; l’Intesa Sanpaolo 1,2 miliardi di euro; l’Eni oltre 1 miliardo di euro in 5 anni; la Edison 2,3 miliardi di euro per nuove attività di sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio.
Si deve infine prendere in considerazione anche il turismo, dove non sono pochi gli investimenti italiani. Dopo la fine del rapporto economico privilegiato che l’Italia aveva con la Libia, perdere anche quello con l’Egitto potrebbe rivelarsi molto grave.

È diventata una Primavera islamica?
Quanto le rivolte della piazza araba hanno aiutato chi vuole solo il terrore. Di Aron Zelin

Gli islamisti hanno avuto la possibilità di trasformare la Primavera araba in una Primavera islamica, non c’è dubbio. Soprattutto in Nord Africa: le opportunità che gli jihadisti hanno avuto in Libia sono senza precedenti. Gruppi che prima erano costretti a vivere in estremo isolamento hanno potuto avvicinare le comunità locali, mischiarsi con loro, trovare più facilmente armi, cure mediche e assistenza. Quando la struttura dello stato è crollata, gli islamisti hanno avuto la possibilità di legare a sé molte persone, offrendo cibo, aiuti e risorse. Molti gruppi legati ad Al Qaeda hanno potuto trovare nuovi affiliati e scendere apertamente in campo: è successo, per esempio, in Siria con Jabhat al-Nusra, che si sta dimostrando una tra le forze militarmente più solide tra quelle in conflitto.
In generale tutte le zone «liberate» hanno offerto nuove opportunità agli jihadisti. L’Egitto, però, è un capitolo a parte: gli esponenti del Jihad egiziano che sono rimasti in patria sono abituati a tenere un profilo basso da decenni, a causa della repressione di Mubarak. Lo mantengono ancora. Ci sono segnali di attività, ma che non sono per ora su larga scala. Il nord del Sinai è la zona in cui c’è stato un gran ritorno degli jihadisti, che ora devono però vedersela con i generali tornati a guidare l’Egitto. L’offensiva della giunta militare contro i Fratelli musulmani potrebbe avere spinto qualche attivista a prendere   le armi, ma è ancora presto per dirlo. Il Sinai è sicuramente parte della rete del Jihad globale, mentre la valle del Sinai ha ancora un ruolo di secondo piano. Le cose potrebbero cambiare: dipende da quante armi stanno arrivando dalla Libia, trafugate dai vecchi arsenali di Muammar Gheddafi.
 
 

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