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Dopo Flynn, Puzder: Trump perde pezzi

Il ministro del Lavoro scaricato anche dal GOP dopo i casi delle violenze verso l'ex moglie e dell'impiego come domestica di un'immigrata irregolare

Food Workers Protest Andy Puzder's  Labor Secretary Nomination

Chicago, Illinois: le proteste dei lavoratori dei fast food contro la nomina di Puzder – Credits: GETTY IMAGES

Andrew F. Puzder, l'amministratore delegato della catena di fast food CKE Restaurants che nel dicembre scorso era stato scelto da Trump come suo prossimo ministro del Lavoro, è stato costretto a rinunciare all'incarico. Dopo il caso Flynn, Trump perde un altro pezzo.

Decisivi per costringerlo al fatidico passo indietro sono stati, persino in un Congresso in mano al partito repubblicano, le proteste e i malumori di una parte del GOP.

Puzder, la cui contrarietà all'incremento del salario minimo a 15 dollari orari aveva già suscitato scandalo negli ambienti sindacali americani, ha dovuto fare i conti anche con l'opposizione del suo partito, dopo che la stampa aveva cominciato a scoperchiare alcuni fattacci che hanno accompagnato la biografia politica dell'aspirante ministro del Lavoro.

Il primo scandalo, cavalcato dalla rivista conservatrice National Review, riguardava l'impiego, per anni, nella sua abitazione, di una collaboratrice domestica clandestina che non era in regola con i documenti dell'immigrazione. Non esattamente un buon biglietto da visita per un ministro del Lavoro.

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Il secondo scandalo,  più grave, riguarda un episodio di violenza he lo stesso Puzder avrebbe commesso nel maggio 1986, ai tempi del suo divorzio con l'ex moglie Lisa: Puzder -  secondo un vecchio videotape del 1990 custodito da una corte del Missouri e nuovamente diffuso in qusti giorni dall'Oprah Winfrey Show - avrebbe a più riprese «picchiato la moglie violentemente in volto, al seno, alle spalle e al collo senza un motivo apparente» lasciando la donna in pietose condizioni fisiche, con due dischi rotti che le avrebbero procurato «gravi danni fisici permanenti».

Il tentativo di Puzder di resistere alla campagna di stampa e alla crescente opposizione negli ambienti del GOP è durato poco.

Né gli è bastato sostenere che «ora con la mia ex moglie siamo amici, si tratta di un episodio di trenta anni fa» oppure, nel caso dell'assunzione dell'immigrata irregolare come domestica, che si era trattato solo di un errore fatto in buona fede.  Un errore ritenuto anche dai repubblicani ancora più grave, se si pensa che Puzder - grande finanziatore della campagna di Trump con una donazione di circa 350 mila dollari - avrebbe ricoperto la carica di ministro del Lavoro, per di più in un governo in guerra contro i clandestini e gli irregolari.

Con un reddito che oscilla negli ultimi anni tra i 4 e i dieci milioni di dollari, Puzder aveva già suscitato scandalo negli ambienti più liberal per le sue posizioni apertamente anti-sindacali quando era il capo della catena di fastfood. Ma a costringerlo alle dimissioni senza nemmeno andare alla conta è stata la palese contrarietà di un pezzo importante del suo partito: quando è apparso chiaro che almeno sette parlamentari repubblicani (John Thune del South Dakota, Rob Portman dell'Ohio, Thom Tillis del North Carolina, Susan Collins del Maine, Johnny Isakson della Georgia, Lisa Murkowski dell'Alaska e Tim Scott della South Carolina) non avrebbero ratificato la sua nomina a ministro, per lui la partita poteva dirsi chiusa.

Le dimissioni, a quel punto, erano diventate scontate. Non avrebbe mai avuto i voti necessari per essere nominato a capo del Dipartimento del Lavoro.

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