L'ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump, Paul Manafort, ha rassegnato le dimissioni dopo il rimpasto della squadra annunciato dal candidato presidenziale che lo aveva di fatto "declassato".

A comunicarlo lo stesso Trump: "Questa mattina Paul Manafort ha rassegnato le sua dimissioni dalla campagna e io le ho accettate. Sono molto riconoscente per il grande lavoro che ha fatto per portarci dove siamo oggi e soprattutto per averci guidati durante il processo delle primarie e della convention - ha aggiunto Trump - Paul è un vero professionista e gli auguro un grande successo".

Manafort aveva assunto l'incarico a maggio ed era poi finito nel ciclone delle polemiche non solo per i toni sopra le righe del candidato repubblicano (spesso violenti e aggressivi al punto da creare scontento anche tra i repubblicani stessi) ma anche per i suoi legami con la dirigenza politica ucraina filo-russa, compreso l'ex presidente Viktor Yanukovic, nell'ambito di attività di consulenza a Kiev e di lobbying a Washington (qui l'inchiesta del New York Times).

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Il giornalista e parlamentare ucraino Serhiy Leshchenko con le prove dei legami di Paul Manafort, capo della campagna elettorale di Donald Trump, con i filo russi in Ucraina - Kiev, 19 agosto 2016 – Credits: SERGEI SUPINSKY/AFP/Getty Images

Campagna in salita

Per quanto fosse già nell'aria, la notizia non è certo delle migliori per il tycoon la cui campagna verso le elezioni presidenziali continua a essere in salita. Non è un caso che sempre oggi, nel giorno delle dimissioni di Manafort, Trump abbia messo da parte la sua consueta spavalderia e, per la prima volta dalla sua discesa in campo, si sia scusato con gli elettori per aver usato parole sbagliate e che possono essere risultate offensive. "A volte si dice la cosa sbagliata" ha detto. "L'ho fatto e che ci crediate o no mi dispiace", ha continuato precisando di pentirsi soprattutto per i casi in cui "ha causato dolore personale" (i media americani si riferiscono sopratutto alla reazione del candidato repubblicano all'intervento del padre di un soldato musulmano caduto in Iraq), pur rimanendo sul generico.

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Trump si trova a dover combattere anche una battaglia interna al suo partito repubblicano dove in molti lo stanno abbandonando. Da ultimo, il 18 agosto, anche Richard Cross, lo speechwriter del Comitato Nazionale Repubblicano. In un editoriale sul Baltimor Sun, ha attaccato il candidato Gop alla Casa Bianca, spiegando che nonostante abbia duramente criticato la Clinton nel discorso scritto alla Convention, ora potrebbe votare per lei. "Dopo la fine della kermesse mi sono trovato di fronte ad un fatto scomodo - ha rivelato - nonostante ciò che ho scritto potrei votare per lei a causa delle carenze epiche del nominato del mio partito". "Il presidente Eisenhower non avrebbe mai proposto di bandire i musulmani dagli Stati Uniti, nè lo avrebbero fatto Nixon e Reagan - ha poi aggiunto - Trump ha tradito la loro eredità, di conseguenza non riconosco più il mio partito". Quindi, Cross ha spiegato di "non aver mai votato un democratico per un ufficio federale, ma quando sento il presidente criticare il candidato repubblicano onestamente non posso non essere d'accordo con lui".

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