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Esteri

Donald Trump, le prime mosse e provvedimenti

Dal no al TPP al Muro, fino al ban all'ingresso dei cittadini provenienti da 7 Paesi islamici: i primi "rivoluzionari" executive orders del presidente Usa

Una sfilza di decreti esecutivi, dopo l'insediamento. Dall'executive order che riduce la portata dell'Obamacare, incoraggiando le agenzie federali a smantellarla pezzo dopo pezzo,  allo smantellamento del TPP, il trattato di libero scambio con 12 Paesi del Pacifico, fino al via alla costruzione del wall antiimmigrazione con il Messico, che dovrebbe essere pagato grazie a un innalzamento al 20% dei dazi sui prodotti di importazione provenienti dal Paese vicino.   Donald Trump è partito a lancia in resto, a segnalare il cambiamento simbolico che intende incarnare rispetto agli otto anni di Amministrazione Obama. Dal controverso ordine per la costruzione di due oleodotti che preoccupano gli ambientalisti e i sioux americani, da sempre sul piede di guerra contro il progetto, fino al  ban all'ingresso degli Stati Uniti  nei confronti dei musulmani provenienti da 7 Paesi islamici (anche in possesso di carta verde) non c'è tema che non abbia diviso l'opinione pubblica americana e preoccupato parte delle cancellerie mondiali.


BAN A SETTE PAESI MUSULMANI
L'ordine esecutivo emesso il 27 gennaio 2017, già annunciato in campagna elettorale, prevede per 90 giorni il bando all'ingresso negli Usa delle persone provenienti da sette Paesi islamici, anche in possesso di carta verde, anche per possessori di doppia nazionalità. I Paesi coinvolti sono Iraq, Iran, Sudan, Somalia, Siria, Yemen, Libia, da cui provengono - secondo i dati ufficiali del Ministero per l'immigrazione - il 43% dei rifugiati in America nell'ultimo anno. Un giudice federale di Brooklin Anne Donnelly - seguita dai giudici di altri quindici Stati americani - ha ordinato alle autorità di non procedere ai respingimenti (spesso negli aereoporti) dei cittadini provenienti provenienti dai sette Paesi in oggetto, qualora siano in regola con i documenti e con la green card. Un ammonimento che sta inducendo l'amministrazione Usa a fare parziale marcia indietro, per lo meno per quei residenti che sono in possesso della carta verde. Quanto ai rifugiati, che Trump intende rdurre a un numero massimo di 50 mila annui (contro i centomila attuali)  il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale darà priorità, secondo quanto comunicato da Trump, agli immigrati di religione cristiana, un provvedimento a rischio incostituzionalità, perché violerebbe il primo e il quinto emendamento sulla libertà religiosa.

IL MURO AL VIA
Il tweet della Casa Bianca ha confermato l'anticipazione arrivata dal New York Times: Trump  ha firmato, mercoledì 25 gennaio, un decreto che sblocca i fondi necessari per la costruzione del muro con il Messico, una parte del quale - al confine con Tijuana - fu iniziata da Bill Clinton. Non è ancora chiaro né se riuscirà a farlo pagare ai messicani, come promesso in campagna elettorale, né di quanti chilometri sarà l'allungamento del Muro. Gli ordini esecutivi attesi dovrebbero prevedere anche restrizioni per i rifugiati negli Usa e persone in possesso di visto provenienti da Iraq, Iran, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Sul fronte immigrazione - con il via alla costruzione del Muro - Trump intende dare un colpo all'immigrazione "economica" che viene dal Sud. Quanto all'immigrazione provenienti dalla Siria e dai Paesi islamici - tema sul quale Trump evocò in campagna elettorale il tema controverso degli esami di religione all'ingresso - il presidente intenderebbe imprimere un'accelerazione, fondandola sul principo emergenziale antiterroristico. Resta da capire se un provvedimento troppo duro, basato sulla religione di appartenenza delle centinaia di richiedenti asilo provenienti dai Paesi islamici, possa essere considerato costituzionale. Pù volte, durante la campagna elettorale, Trump auspicò anche delle restrizioni sugli ingressi dall'Europa, che potrebbero cancellare il sistema Esta di visti online concessi anche ai turisti italiani.




IL Sì AI DUE OLEODOTTI
Il decreto presidenziale vergato il 24 da Trump ha rilanciato la costruzione di due oleodotti già finiti al centro di vastissime proteste nel Paese, tra cui il Keystone XL Pipeline, bloccato alla fine del 2015 da Barack Obama. Il primo, lungo 1.897 chilometri, è disegnato per portare il petrolio dai giacimenti canadesi dell'Alberta fino a Steele City, nel Nebraska. A regime consentirebbe un afflusso di 830 mila barili al giorno. Il secondo, invece, lungo 1.900 chilometri, permetterebbe di trasportare quotidianamente 470 mila barili di petrolio dal North Dakota all'Illinois. Il Keystone XL è diventato un progetto controverso per la fragilità dell'ecosistema che la condotta dovrebbe attraversare. Il Dakota Access Pipeline, invece, vede in prima linea tra gli oppositori i nativi americani, in particolare il popolo Sioux. Il suo percorso, infatti, violerebbe alcuni siti ancestrali e terreni sacri che hanno resistito intatti nel corso dei secoli.



AFFOSSAMENTO TPP
Il primo decreto di lunedì, il più potente dal punto di vista politico, è l'affossamento del Trans Pacific Partnership, il trattato di libero scambio con 11 Paesi che si affacciano sull'Oceano Pacifico, tra cui Canada e Messico, Giappone, Australia e Vietnam. Un colpo a un'idea di globalizzazione e di progressivo abbattimento delle barriere doganali che era stata egemone e vincente, anche a destra, per quasi un ventennio. È perora un atto solo formale, perché l'accordo non è ancora stato ratificato da Senato, ma è assai significativo.

L'effetto è stato un immediato calo del dollaro sul mercato, cosa che a Trump nemmeno dispiace ritenendolo un mezzo per dare fiato alle esportazioni e alla produzione e rafforzare quel legame sociale con la classe operaia della Rust Belt che è stata decisiva per le sorti della sfida presidenziale. Il TPP - criticato anche da Bernie Sanders - era stato pensato dall'Amministrazione Obama per escludere la Cina (che possiede buona parte del debito americano) dal grosso del commercio mondiale, obiettivo che Trump intende raggiungere - a quanto ha dichiarato - imponendo dazi e con la svalutazione competitiva. Uno degli effetti non voluti dell'abrogazione del trattato è però quello di favorire la Cina nell'area, che potrebbe proporre ai partner pacifici un trattato non dissimile a quello che Trump intende abrigare.

L'ordine esecutivo dovrebbe essere solo l'antipasto di una serie di provvedimenti "no global" che ha già messo in cantiere, dalla rinegoziazione del Nafta con il Messico fino ai dazi sui prodotti che le multinazionali fabbricano all'estero e poi reimportano sul mercato domestico e all'affossamento definitivo del TTIPP con l'Europa.

All'establishment industriale, peoccupato per la svolta protezionista, all'insegna dell'ideologia America, first, Trump ha promesso in cambio una serie di provvedimenti volti a ridurre la pressione fiscale sui profitti e una serie di azioni per abbattere le poche regole sui futures e i derivati che aveva imposto l'Amministrazione Obama.

TAGLI AI FONDI A ONG PRO-ABORTO
Il secondo provvedimento è un ordine esecutivo che vieta l'uso di fondi federali per quelle Ong che praticano o favoriscono gli aborti nei Paesi poveri.

Il provvedimento è un regalo a un altro pezzo del suo elettorato: quella destra religiosa che, nonostante le perplessità sul suo stile di vita, lo ha votato in massa alle elezioni.

Si tratta di un provvedimento che, da quando fu introdotto dall'amministrazione repubblicana nel 1984, è stato revocato dalle amministrazioni democratiche e reintrodotto da quelle repubblicane che si sono succedute. L'ultima volta era stato il presidente Barack Obama a cancellare il bando.

BLOCCO ALLE ASSUNZIONI
Il terzo provvedimento è il congelamento delle assunzioni pubbliche e federali, fatta eccezione per le forze armate, e un conseguente blocco agli stipendi federali.

Si tratta di una delle sue promesse elettorali per il "Day One", il primo giorno alla Casa Bianca. Tra le prime telefonate effettuate da Trump, che secondo la stampa americana avrebbe già passato a Putin informazioni sulla dislocazione delle basi Isis in Siria e in Iraq, ce n'è una al presidente egiziano Al Sisi, al quale Trump ha ribadito l'intenzione del suo governo di trasferire l'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme.

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