Ecco che cosa ci ha insegnato la più sorprendente elezione della storia americana, che ha incoronato Donald Trump quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti.

Aumenta il divario fra elite e uomo della strada

L'analista Paul Krugman lo ha ammesso sul New York Times: "Persone come me e probabilmente come gran parte dei lettori del New York Times, non capiscono proprio il Paese in cui viviamo". Il premio Nobel per l'economia ha spiegato che gli intellettuali come lui pensavano che la maggior parte degli americani apprezzasse le norme democratiche e lo stato di diritto. E invece "è saltato fuori che ci sbagliavamo". Cioé che un gran numero di persone (per lo più bianchi residenti in zone rurali) non condivide l'idea di America dell'élite che vive nella Costa orientale. Come ha titolato il tabloid New York Post, schierato dalla parte del nuovo presidente, "la vittoria di Trump è la riscossa dell'uomo qualunque sull'élite". E non c'è da stupirsi se, come ha riportato l'agenzia Reuters, "l'élite di Wall Street è rimasta stordita dopo l'elezione di Trump".

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I sondaggi sono inaffidabili 

In Italia lo avevamo percepito da qualche qualche anno, ma il 2016 ce ne ha dato la conferma: in tutto il mondo, i sondaggisti non sanno più intercettare le vere intenzioni di voto degli elettori. A maggio, il voto sulla Brexit ce lo aveva già chiaramente indicato, ma l'8 novembre è risultato lampante. Il candidato che praticamente tutti davano perdente ha stravinto. Ancora l'8 novembre, giorno delle elezioni, la media dei sondaggi nazionali elaborata dal New York Times dava una vittoria di Hillary Clinton del 45,9 per cento contro il 42,8 di Donald J. Trump. E dava una chance di vittoria a Hillary dell'85 per cento (contro il 15 di Donald). Per non parlare degli altri sondaggisti: otto su otto (da 538 all'Huffington post, da Daily Kos a Cook Political Report), davano per certa la vittoria di Hillary. Con il Consorzio elettorale dell'università di Princeton che arrivava a predire una vittoria di Hillary nientemeno che al 99 per cento.

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 I toni forti pagano
Con i suoi toni bombastici, il consumato showman ha incendiato gli animi degli elettori. E non c'è da stupirsi se poi ha riportato un tale successo elettorale. Ai tempi dei social media, chi urla di più viene premiato. E Donald Trump, che ha fatto grande uso di Twitter per interagire con i suoi sostenitori, ha urlato parecchio, arrivando anche a twittare una frase di Benito Mussolini ("meglio un giorno da leone che cento da pecora"). Secondo un recente studio dell'autorevole Pew Research Center sul "Tono delle discussioni politiche sui social media", molti utenti vedono "i social media come luoghi in cui la gente dice cose che non direbbe mai di persona" e "vedono le discussioni politiche sui social media come straordinariamente arrabbiate e irrispettose".

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Quello che conta è la percezione dei fatti
"I nostri posti di lavoro stanno lasciando il Paese". E poi: "Stiamo morendo, con la crescita dell'1 per cento del pil". Ma anche "Il nostro Paese è in enormi difficoltà". In campagna elettorale, Donald Trump ha tratteggiato l'economia statunitense come un inferno, ha denunciato il mensile The Atlantic,  "dove gli interessi stranieri calano sulle città americane come demoni di un dipinto di Bosch, lasciando dietro di sé una scia di miseria". Peccato che la realtà fosse diversa. Che negli ultimi decenni la classe media si sia impoverita è fuor di dubbio. La sua quotidianità però non è certo l'inferno che descrive Trump. Consultando i dati dell'Ufficio statistiche del lavoro, il prestigioso magazine ha scoperto che lo scorso settembre negli Usa "i posti di lavoro nel settore privato erano aumentati per il settantasettesimo mese consecutivo e che il tasso di disoccupazione era rimasto al 5 per cento (o sotto) nei precedenti 11 mesi". Di più: il Censimento statunitense aveva appena riferito che "il reddito familiare medio cresceva al registrato più alto mai registrato". Eppure la percezione degli elettori di Trump era che l'economia del Paese fosse, come ha scritto l'Atlantic, "uno scenario infernale post-apocalittico che poteva essere riscattato solo attraverso guerre commerciali con la Cina e il Messico". 

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La politica della paura premia
"Donald Trump fearmonger (diffusore di paure, ndr) in capo". Così la rivista Rolling Stone ha definito il tycoon newyorkese, riferendosi alla sua straordinaria capacità di manipolare le paure più profonde e ancestrali del suo elettorato bianco. Sostenendo che la sua nomination arrivava in un momento di crisi nazionale, "di povertà e violenza a casa e di guerra e distruzione all'estero", Trump si è autonominato difensore del popolo americano. "Ogni mattina" ha proclamato il tycoon, "mi sveglio determinato a offrire una vita migliore a tutta la gente di questa nazione, che è stata trascurata, ignorata e abbandonata". Come ha dichiarato all'Atlantic Rick Wilson, un pubblicitario repubblicano della Florida, "la paura è semplice". E Trump l'ha usata in modo magistrale: "Paura dei messicani, paura dei cinesi, paura degli afro-americani – Donald Trump l'ha attizzata e infiammata, facendone un pezzo forte della sua campagna".  

Il sostegno dell'estabilishment vale poco
Che il supporto del sistema non conti più lo ha dimostrato la campagna di Hillary Clinton. La candidata democratica ha sempre avuto dalla sua parte Wall Street, il partito democratico, l'élite della Costa orientale, i grandi giornali e l'ex marito presidente. Poi si sono schierati al suo fianco i big del partito repubblicano, dalla famiglia Bush all'ex segretario di Stato Colin Powell. E quando il gioco si è fatto duro sono scesi in campo anche il presidente in carica con la sua popolare consorte, le stelle di Hollywood come Robert De Niro e Natalie Portman, la crème de la crème dello show business (da Madonna a Beyoncé a Lady Gaga)... Eppure è finita come è finita. Perché Hillary era un candidato debole, ma anche perché ormai nella politica occidentale sono spesso più forti gli outsider dei rappresentanti del sistema.   

La competenza è un optional

Perfino i sondaggi della rete conservatrice Fox News avevano rivelato che per una vastissima maggioranza di americani Donald Trump non era qualificato per diventare il comandante in capo della superpotenza planetaria. Al di là dei dubbi sul suo temperamento e sulla sua moralità, gli elettori si rendevano conto che il candidato repubblicano era privo di esperienze in politica estera, pubblica amministrazione, sicurezza nazionale...  Eppure sarà Trump a entrare alla Casa Bianca come il 20 gennaio 2017, non la qualificatissima Hillary Clinton. "La Cina è felice" ha commentato il settimanale britannico The Economist. "A confronto, la vittoria di un tamarro non qualificato fa brillare il suo sistema di meritocrazia strettamente controllato".  

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