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Dayr az Zora: come rispondere alla controffensiva Isis in Siria

Dai raid aerei all'assedio delle roccaforti islamiste: dopo le stragi e la conquista da parte del Daesh del polo petrolifero, occorre una nuova strategia

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Soldati dell'esercito siriano bombardano un'area di Aleppo – Credits: GEORGE OURFALIAN/AFP/Getty Images

La strage di massa compiuta domenica 17 gennaio in due sobborghi controllati dal regime siriano a Dayr az Zor, nell'est della Siria, dove i miliziani dell'Isis avrebbero massacrato centinaia di persone e rapito circa 400 civili, pone una serie di inquietanti interrogativi sulla strategia che avrebbero finora seguito le potenze occidentali e la Russia per sconfiggere lo Stato islamico. Dayr az Zora, ormai quasi completamente nelle mani degli uomini di Al Baghdadi, è infatti  una città strategica per le risorse petrolifere della regione ed è strategica anche dal punto di vista militare, essendo il crocevia del collegamento tra Raqqa e la frontiera con l'Iraq.

MANOVRA A TENAGLIA
Il fatto che l'Isis l'abbia quasi completamente conquistata, ad eccezione del piccolo aereoporto militare, dopo le battute d'arresto subite in Iraq (Ramadi) e in Siria, dimostra che la strategia basata soltanto sull'intensificazione dei raid aerei - senza un contestuale supporto di terra e per di più in un'area grande come la Gran Bretagna - è destinata comunque al fallimento. O meglio: i raid contro le infrastrutture petrolifere dell'Isis, fonti finanziarie di primaria importanza, continuano a essere decisive. Ma per rovesciare le sorti della guerra occorrono, oltre che  un accordo politico tra le potenze regionali e internazionali sulla transizione in Siria, uomini sul terreno che possano adottare contro i miliziani le tradizionali  tattiche militari di guerra e di logoramento, al fine di togliere loro le fonti di approvigionamento con cui amministrano le loro roccaforti.


 

Una manovra a tenaglia, insomma - confermata a ottobre scorso con la nomina da parte americana del generale Sean MacFarland, più avvezzo a schemi di vecchio stampo e meno a operazioni chirurgiche condotte da forze speciali - che necessita uomini preparati sul terreno che forniscano in Iraq aiuti e armi all’esercito iracheno per attaccare l’Isis da sud e ai peshmerga iracheni per colpire da nord e da est. Il tutto, continuando a supportare sul fronte siriano le milizie amiche nel nordest, per assediare le roccaforti dei miliziani. Una manovra di logoramento che, con i raid aerei, miri da un lato a prosciugare le fonti di approvigionamento dei miliziani e dall'altro a ricacciarli in un territorio sempre più stretto.

FATTORE INSURREZIONE
La speranza del Pentagono è che che, una volta che dopo mesi di assedio una forza d’invasione arriverà nelle città occupate dai drappi neri, la resistenza armata scoppierà per le strade e contribuirà ad accelerare la sconfitta del gruppo estremista. Se cominciassero a indebolirsi e a non poter pagare i combattenti o fornire alcuni servizi essenziali che danno alla popolazione, grazie a questa strategia di accerchiamento, l'operazione - secondo Aron Lund, un esperto di Siria del Carnegie Endowment for International Peace, potrebbe anche avere qualche chance di riuscita.

Resta il tema, non secondario, di cosa fare una volta che gli uomini di Abu Bakr Al Baghdadi fossero sconfitti. Una cosa è conquistare un territorio - obiettivo relatovamente semplice considerato lo strapotere tecnologico e militare occidentale - un'altra è tenerlo, una volta conquistato. Chi non ricorda quanto accadde in Libia nel 2011, dove  dopo l'intervento per deporre il rais Muammar Gheddafi, scoppiò una sanguinosa guerra civile?

L'ipotesi più probabile, secondo gli esperti militari del Pentagono, è che una fase di contro-insurrezione sia da mettere in conto dopo il crollo di una realtà come l’Isis. È per questo che, a Damasco, occorre un accordo politico tra tutti gli attori impegnati a finanziare le varie fazioni in lotta una volta che Assad decida di farsi da parte. E a Baghdad, occorre che il governo sciita filamericano decida di stringere un accordo con le componenti sunnite che, dopo la sciagurata decisione di Paul Bremer di sciogliere nel 2005 il vecchio esercito multiconfessionale di Saddam Hussein, hanno finito per ingrossare le fila della resistenza antiamericana. Senza politica, e senza un modus vivendi tra iraniani e sauditi da un lato e russi e americani dall'altro, qualsiasi vittoria militare sarebbe una breve illusione. E l'Isis continuerebbe, nonostante alcune battute d'arresto, a prendere terreno.

 

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