"Estamos seguros che este es el momento de desplegar nuestras banderas... y hacer saber a lo resto del mundo che nos deseamos los mejor". "Siamo sicuri che questo è il momento di sventolare le nostre bandiere e far sapere al resto del mondo che desideriamo il meglio per entrambi i Paesi".

È con queste parole che il segretario di stato Usa, John Kerry, ha chiuso il suo discorso inaugurale per la riapertura dell'ambasciata americana ad Avana.

Un momento storico dopo 54 anni di rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.

Assieme a Kerry, sono arrivati a Cuba questa mattina una ventina di membri del Congresso e funzionari della Casa Bianca, del Dipartimento di Stato, del Tesoro, del Commercio e delle Difesa Usa.

A issare la bandiera tre ex marine che 54 anni fa, il 4 gennaio 1961, ammainarono la bandiera statunitense. Si tratta del 78enne sergente Jim Tracy, il 76enne caporale Mike East ed il 75enne soldato Larry Morris.

"Gli Stati Uniti e Cuba "non sono prigionieri della storia": Raul Castro e Barack Obama hanno preso decisioni coraggiose" ha detto Kerry. E ha aggiunto: "Mi sento davvero a casa qui, sono riconoscente a chi è venuto oggi, mi sento a casa perché questa è davvero una occasione memorabile. È il giorno per eliminare tutte le barriere ed esplorare nuove possibilità. È arrivato il momento di riavvicinarci, come due popoli non più nemici, ma vicini".

"Siamo riuniti qui per volontà dei presidenti americano Barack Obama e dell'omologo cubano Raul Castro, che hanno preso una decisione coraggiosa, per iniziare una nuova storia" ha aggiunto Kerry, parlando davanti all'ambasciata Usa all'Avana. "Non vuol dire che abbiamo dimenticato il passato, come potremmo?", ha aggiunto, parlando di "immagini indelebili per le persone della sua generazione".

 

"Eravamo incerti sul futuro", ha detto Kerry a proposito di quando era giovane, "perché non sapevamo cosa avremmo trovato l'indomani. Le nostre politiche del passato non hanno portato a una transizione democratica a Cuba. Sarebbe poco realistico sperare che la normalizzazione delle relazioni riesca a portare cambiamenti nel breve periodo".

Ha poi aggiunto: "Il futuro di Cuba deve essere fatto dai cubani, non può venire da una entità esterna. Ma i leader cubani sappiano che gli Usa resteranno sempre un campione di principi democratici e riforme, continueranno a esortare il governo sul rispetto dei diritti umani".

Infine le parole che tutti aspettavano: "Il presidente Obama sostiene con forza che l'embargo possa essere tolto solo dal Congresso, sta facendo passi per diminuire i vincoli e rendere più facile la vita a imprese e famiglie. Ma vogliamo andare oltre, per collegare Cuba con il mondo. Facciamo la nostra parte, ma chiediamo al governo di Cuba di rendere più facile ai cittadini agire. Ambedue le parti devono togliere le restrizioni che hanno trattenuto Cuba".

Non è mancato il ringraziamento a Papa Francesco per l'importante ruolo di mediazione svolto: "Il Santo padre e il Vaticano hanno avviato un nuovo capitolo nelle relazioni tra i due Paesi" ha specificato Kerry. "Non è per caso che il pontefice verrà qui e poi negli Usa".

 

Il ritorno dopo 70 anni

Dopo 70 anni un capo della diplomazia Usa va all'Avana. Tocca al segretario di Stato John Kerry farsi trovare a questo nuovo appuntamento con la storia, in un viaggio che lo vedrà protagonista nel dare un nuovo volto alle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba.

L'impresa non sarà semplice, a partire dal passaggio cruciale, quello della questione dei diritti umani. Durante la sua visita, Kerry incontrerà alcuni dissidenti (Yoani Sanchez, Manuel Cuesta Morua, Martha Beatriz Roque), e la cosa non sarà di certo gradita da una certa frangia della dirigenza cubana. E poi c'è la questione dell'embargo, tanto essenziale per i rapporti tra i due Paesi, quanto complessa da sciogliere. Senza contare il processo che dovrà portare alla restituzione a Cuba del territorio occupato fino a oggi da Guantanamo.

 

Le parole di Fidel Castro

Non sono previsti, invece, incontri con Fidel e Raùl Castro.

Ma El Lìder si è fatto sentire lo stesso. Ha presentato il conto a Washington per l'embargo di questi decenni contro l'isola comunista senza giri di parole, nel giorno del suo 89/o compleanno. E lo fa sulle pagine di Granma, il quotidiano comunista cubano. "Ci dovete molti milioni di dollari", dice, a causa dei "danni" provocati dalle politiche Usa con L'Avana, come denunciato all'Onu dall'isola "con argomentazioni e dati non contestabili", sottolinea Fidel, precisando che i cubani "non smetteranno mai di lottare per la pace e il benessere", "cosi' come - puntualizza ancora l'ex presidente - nel diritto di tutti ad avere, oppure no, una fede religiosa".

Nel breve articolo, il quasi novantenne Castro non cita esplicitamente il termine "embargo", così come d'altro lato non fa parola della visita di Kerry o della normalizzazione dei rapporti bilaterali. È chiaro però che il tema chiave è proprio il "bloqueo", economico e non solo, degli Usa con l'isola comunista.


© Riproduzione Riservata

Commenti