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Esteri

Cosa ci ha detto l'audizione di James Comey su Russiagate

L'ex direttore dell'Fbi al comitato del Senato sull'intelligence ribadisce che Trump è un bugiardo e che ha cercato di deviare le indagini

L'audizione di James Comey, ex direttore dell'Fbi licenziato da Trump il 9 maggio, all'Intelligence Committee del Senato, ribattezzata con talento giornalistico come il “Superbowl di Washington”, ci offre alcuni spunti notevoli.

La forza del sistema informazione

Il primo, paradossalmente, è che nulla di nuovo è emerso da quello che la stampa americana aveva anticipato. E questa sì è una notizia di assoluto spessore. Vuol dire che le indiscrezioni tali non erano, o che al contrario il lavoro dei giornalisti delle grandi testate USA è stato eccellente. La notizia principale è stata confermata: Trump chiese a Comey di lasciar correre su Michael Flynn e per estensione sul tema ingerenza russe nella democrazia americana.

Senatori moderati

Diversamente dai media, ma non potevamo saperlo prima (cioè prima del Superbowl), i membri del Commitee del Senato sono sembrati molto morigerati rispetto alla figura del Presidente, nel senso che oggi avevano l’interlocuzione col co-protagonista del caso ma non hanno affondato le domande. Aplomb istituzionale o scarso coraggio? Per alcuni osservatori indipendenti la seconda lettura è quella preferibile.

Dettagli da non sottovalutare

Di nuovo sono invece emersi alcuni dettagli, già contenuti nella memoria scritta presentata da Comey prima dell’audizione. Trump, per sottoporre all’ex direttore dell’FBI i tre nodi cruciali della questione, ha allontanato tutti i presenti e, rimasto a tu per tu con Comey (sullo squilibrio delle forze tutti convengono: è il Presidente degli Stati Uniti con l’enorme autorevolezza della carica che si rivolge a un pubblico ufficiale convocato alla Casa Bianca), chiede: 1. Lealtà, 2. Lasciar perdere Flynn, 3. Far sapere a tutti gli americani, in qualità di capo dell’FBI, che Trump non è indagato.

La speranza è intralcio alla giustizia?

Non sapevamo, ma potevamo immaginare benissimo, quanto Comey potesse rimanere stupefatto di queste richieste.
Nonostante ciò James Risch, repubblicano, con toni da principe del foro, ha sfidato Comey sostenendo che le parole testuali di Trump su Flynn (ossia “I hope you can let this go”) non sono sufficienti per sancire un ostacolo alla giustizia, dal momento che la speranza non è una minaccia.

Trump: un bugiardo

Ma dalla testimonianza di Comey emerge benissimo come autorevolezza della sede (Casa Bianca, anzi Studio Ovale), della carica (Presidente degli Stati Uniti) e personalità specifica dell’uomo Trump mettessero molto a disagio l’allora capo dell’FBI. E qui emerge forse il dettaglio psicologico più rilevante: convinto che Trump potesse mentire per suo rendiconto, Comey ha trascritto a caldo la conversazione avuta col Presidente. Insomma per Comey, di mestiere investigatore, Trump è un bugiardo attitudinale.

La conferma russa

Questa inevitabile personalizzazione del confronto fa quasi passare in secondo piano un’altra conferma. Sì, la Russia ha sistematicamente cercato d’interferire nel processo democratico statunitense (senza riuscirci) e lo farà ancora con potenti mezzi. Per questa ragione Flynn, che coi russi ha avuto rapporti significativi, è l’uomo di cerniera tra il Russiagate pre licenziamento Comey e quello successivo.

Vero o falso?

Le versioni di Trump e Comey differiscono sin dal principio. La sera della fatidica cena, Trump sostiene che fu Comey a sollecitare l’invito, allo scopo di chiedere la sua riconferma al vertice del Bureau. Comey invece sostiene che fu Trump a chiamarlo al telefono il giorno stesso, invitandolo a cena per le 18.30.
Insomma: vero e falso, come nella più pura tradizione di spionaggio internazionale. Quanto alla metafora sportiva invece siamo solo all’intervallo del Superbowl e non sappiamo ancora chi avrà la meglio alla fine.

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