Ha sempre più la forma di una spy story con delitto la vicenda che ha portato alla morte di Kim Jong-nam, fratellastro del leader nordcoreano Kim Jong-Un. Dopo i dubbi sul movente, su chi ci sia dietro l'assassinio e le incursioni nella camera mortuaria dove è custodito il cadavere, gli esiti dell'autopsia è la volta dell'ingresso in scena di Kim Han-sol, figlio Kim Jong-nam. "Mio padre è stato assassinato pochi giorni fa - ha dichiarato comparendo in un video - Adesso sono con mia madre e mia sorella. Speriamo che questa situazione migliori presto".

Nei 40 secondi del filmato postato martedì su YouTube dal gruppo Cheollima Civil Defense, noto per sostenere i dissidenti del Nord, l'uomo, riporta la Yonhap, per l'intelligence di Seul è il figlio del fratellastro del leader Kim Jong-un ucciso il 13 febbraio.

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Per quanto riguarda le conclusioni preliminari dell'autopsia, è emerso che sul suo viso sono state trovate tracce del famigerato "VX" (ethyl N-2 Diisopropylaminoethyl Methyphosphonothiolate), un gas nervino inodore e insapore, considerato dalle Nazioni Unite un'arma chimica di distruzione di massa.

Contestualmente, pare anche che per via del contatto con lo stesso gas, una delle due donne (ancora non si sa se la vietnamita o l'indonesiana, tutti i dettagli di seguito nel testo, ndr) che attaccarono Kim Jong-nam all'aeroporto di Kuala Lumpur abbia mostrato sintomi di malessere.

Chi lo ha ucciso?
Ad oggi la polizia della Malaysia ha arrestato 4 degli 8 sospetti: Muhammad Faird Bin Jalaluddin, malesiano, Doan Thi Huongn, una donna con passaporto vietnamita, Siti Aisyah, indonesiana, e Ri Jong-chol, 46 anni. Quest'ultimo è un cittadino nordcoreano: è stato rintracciato a Selangor, vicino alla capitale, e gli è stata ritrovata una carta i-Kad, tessera di riconoscimento data dal governo malese ai lavoratori stranieri residenti.

Anche gli altri 4 sospetti sono tutti stati identificati: sono Ri Ji Hyon, 33 anni, Hong Song Hac, 34, O Jong Gil, 55, Ri Jae Nam, 57. Secondo quanto ha riferito il vice capo della polizia, Noor Rashid Ibrahim, i quattro uomini sono partiti dalla Malaysia il 13 febbraio, lo stesso giorno in cui Kim Jong-nam è stato ucciso, dopo essere giunti nel Paese in giorni diversi nelle settimane precedenti. Sarebbero tutti e quattro tornati a Pyongyang via Giacarta, Dubai e Vladivostok in Russia.

L'ispettore generale Khalid Abu Bakar ha detto in una conferenza stampa di non poter confermare se il governo nordcoreano sia dietro la morte di Kim Jong Nam avvenuta il 13 febbraio scorso, ma ha aggiunto che "quello che è certo è che le persone coinvolte sono nordcoreane".

La camera mortuaria violata
Ripetute irruzioni nella camera mortuaria dove è custodito il cadavere di Kim Jong-nam sarebbero state tentate da ignoti nel corso degli ultimi giorni. "I tentativi di irruzione sono stati diversi, abbiamo dovuto prendere delle contromisure", ha detto alla stampa il capo della polizia Khaild Abu Bakar.

Le accuse di Malaysia e Corea del Sud
La Corea del Nord, intanto, ha già fatto sapere che non ritiene credibili le indagini della polizia malese e non accetterà i risultati dell'autopsia e ha chiesto che il corpo di Kim faccia rientro nel Paese, ma le autorità della Malaysia sostengono che prima bisognerà fare gli esami del Dna e per questo è necessario il campione di un altro membro della famiglia. "Stiamo faticosamente cercando di avere un parente qui per aiutarci nelle indagini", ha detto il vice capo della polizia Ibrahim.

Da par suo, il ministero degli Esteri malese ha convocato l'ambasciatore della Corea del Nord per le sue accuse alla gestione delle indagini sull'omicidio, e ha richiamato "per consultazioni" l'ambasciatore malese a Pyongyang.

Il dicastero afferma che Kang Chol è stato convocato per "una spiegazione sulle accuse che ha fatto contro il governo malese nella sua conferenza stampa del 17 Febbraio 2017. Ha insinuato che la Malesia ha "qualcosa da nascondere" e che il governo malese è "colluso e agisce sotto l'influenza di forze esterne", si legge in un comunicato.

Sulla vicenda è intervenuta anche la Corea del Sud per bocca del portavoce del ministero per l'unificazione di Seul. "Siamo convinti che il regime nordcoreano sia responsabile dell'assassinio, considerato che cinque sospetti sono nordcoreani", ha detto il portavoce alla luce degli ultimi sviluppi investigativi.

Già nei giorni scorsi era apparso evidente il coinvolgimento del regime comunista nella morte di Kim Jong-nam, che da tempo viveva in esilio a Macao, dove si era rifugiato da anni, sotto la protezione della Cina, in aperto contrasto con Kim Jong-un.

Tanto più dopo le prime indiscrezioni sull'utilizzo del gas nervino, il famigerato "agente Vx", usato già in altre occasioni dai sicari di Pyongyang. Ma oggi Seul ha voluto apertamente, per la prima volta, puntare il dito contro il Nord.

Gli inquirenti ritengono che sia stato avvelenato: secondo una prima ricostruzione, Kim ha chiesto aiuto all'ufficio del servizio clienti dell'aeroporto a cui avrebbe detto che due sconosciute lo avevano attaccato con un liquido. Subito dopo ha avuto attacchi di vertigini ed è morto durante il trasporto in ospedale.

Oppositore del regime?
Figlio primogenito del defunto dittatore nordcoreano Kim Jong-il (che l'aveva avuto con la sua prima concubina, l'attrice Song Hye-rim), Kim Jong-nam era stato a lungo considerato il "delfino" destinato a raccoglierne il testimone alla guida del regime, salvo poi cadere in disgrazia. Emigrato in Cina nel 1995, Kim Jong-nam (che oggi viveva tra Pechino e Macao) aveva però definitivamente perso il favore del padre quando nel 2001 era stato fermato in un aeroporto di Tokyo con un passaporto dominicano falso, che voleva usare per entrare in Giappone. Quando gli venne chiesto cosa pensasse di fare rispose che voleva andare a visitare il parco divertimenti di Disneyland con la famiglia. Risposta che gli costò la condanna definitiva da parte della famiglia e l'esilio da parte del padre.

Secondo alcune indiscrezioni, Kim Jong-nam (già scampato a un attentato nel 2010) stava di recente coalizzando intorno a sé le forze di opposizione al regime del fratellastro, il dittatore Kim Yong-un, dal quale si era più volte dissociato in passato per la sua politica totalitaria e dittatoriale. Pur non essendoci ancora prove né indicazioni chiare in merito, potrebbe quindi essere verosimile che anche Kim Yong-nam possa essere stato vittima della follia omicida del dittatore nordcoreano, che ha già fatto uccidere senza alcuno scrupolo oltre 300 avversari politici, tra cui uno zio accusato di "non sognare la coesione del partito".

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