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Charlie Hebdo: come difendersi dai terroristi

Dopo la strage, l’Occidente si interroga sulla strategia da adottare contro gli integralisti. Senza cadere nelle trappole dei populisti

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Charb, direttore di Charlie Hebdo, in un'immagine del 2012. – Credits: FRED DUFOUR/AFP/GettyImages

Il 7 gennaio un vero e proprio attacco militare al giornale satirico francese Charlie Hedbo, «reo» di aver pubblicato una vignetta irridente Abu Bakr al Bagdadi, ha provocato almeno 12 morti in piena Parigi. A cavallo dell’inizio dell’anno, marce «anti-islamiche» hanno avuto per sfondo diverse città tedesche, subito seguite da altre mobilitazioni «anti-xenofobe». Immediatamente prima dell’epifania, l’imam della cittadina bosniaca di Trnovi, Selvedin Baganovic, veniva gravemente ferito da fanatici islamisti. Era il settimo attentato che subiva per la sua instancabile predicazione contro l’arruolamento dei giovani bosniaci fra le milizie dello Stato islamico, all’insegna dello slogan «quella in corso in Siria e in Iraq non è la nostra guerra!». Lo stesso giorno della strage alla redazione di Charlie Hedbo usciva il controverso libro di Michel Hoellebecq, Sottomissione, nel quale si ipotizza un testa a testa tra Fronte nazionale e Fratellanza musulmana alle elezioni politiche del 2022.
Si tratta di fatti molto diversi, ma tutti collegati da un filo rosso sangue: il rischio, la paura che il nostro stile di vita, le nostre «società aperte», fondate sulla libertà di parola, sulla tolleranza e sul rispetto per ciò che è anche radicalmente diverso, siano destinati a essere travolti da quest’ondata di odio fanatico e dalle reazioni che esso suscita.


Charlie Hebdo, la strage

«Postfascisti» contro «fascisti islamici» (per usare due etichette che in maniera diversa sono state al centro di molte polemiche negli scorsi anni) e in mezzo noi, le nostre società sgomente, scosse fin nelle fondamenta dallo spettacolo della morte in piazza, dei kalashnikov che vomitano piombo per strada e i nostri governi, ormai non più disattenti, ma ancora molto lontani dall’articolare una risposta in grado sia di contrastare efficacemente il fenomeno di questo nuovo terrorismo fatto di microcommandos sanguinari, sia di rassicurare l’opinione pubblica.

Ci stiamo scoprendo sempre più vulnerabili di fronte a questa nuova offensiva terroristica, incapaci di articolare un piano d’azione in grado di conseguire risultati apprezzabili senza sconfinare nel «profiling». I «barbuti» cominciano a essere guardati con diffidenza nelle metropolitane e per strada e ci dimentichiamo che anche il coraggioso imam bosniaco di Trnovi è un «barbuto», eppure schierato come noi dalla parte della ragione e della tolleranza e proprio per questo, per il suo essere un predicatore dell’islam e della tolleranza, particolarmente inviso agli estremisti di Allah. La violenza, il fanatismo non fanno altro che alimentare altra violenza e altro fanatismo e il rischio che attentati come quelli di Parigi generino ondate di xenofobia anti-musulmana è tutt’altro che da prendere sottogamba.


Ogni giorno che passa senza che si riesca a elaborare una strategia efficace (e possibilmente comune perlomeno tra i diversi Paesi dell’Unione europea) avvicina il cupo scenario descritto nel romanzo fantapolitico di Michel Hoellbecq: sarebbe la fine della civilizzazione europea uscita dal secolo dei lumi, il ritorno a una barbarie che l’Europa ha conosciuto molto bene nel suo passato, che ha saputo riproporre tra le due guerre mondiali e che oggi sembra invece giungere dal di fuori.

Si ripropone la questione del legame tra queste cellule occidentali del fanatismo islamista e il regno del terrore instaurato dal califfo al Bagdadi a cavallo tra Siria e Iraq. La sopravvivenza dello Stato islamico è chiaramente incompatibile con la sicurezza delle nostre società, e forse è incompatibile persino con la sopravvivenza stessa delle nostre istituzioni democratiche, di fronte a società che divenissero sempre più, e legittimamente, impaurite da quanto sta avvenendo ormai con frequenza crescente. Come abbiamo sostenuto più volte, il successo degli uomini di al Bagdadi genera effetti emulativi a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. Allo stesso tempo, la drammatica facilità con cui i terroristi sono riusciti a seminare la morte nelle strade di Parigi rischia di infiammare e spingere al proselitismo chissà quanti altri estremisti pronti a valicare la linea tra radicalizzazione e lotta armata. La jihad globale appare oggi una prospettiva molto più atterrente e molto meno utopica di quanto fosse mai stato ai tempi di Osama Bin Laden.
In termini di strategia d’azione è sempre più evidente come la guerra contro il califfato sanguinario di al Bagdadi sia una priorità che non può più essere sottovalutata. Il cancro deve essere estirpato alla radice, se non si vuole che le metastasi si diffondano ovunque vivano comunità islamiche, ovvero ormai per tutto l’organismo della società mondiale. Continuare a illudersi che la guerra aerea sia sufficiente è sempre più pericoloso.


Al tempo stesso, la soglia di vigilanza, interdizione e repressione del terrorismo fondamentalista nelle nostre società deve essere innalzata. Se i governi non agiranno tempestivamente, saranno i leader populisti e xenofobi a proporsi come «re taumaturgi», fornendo un deciso contributo all’ulteriore radicalizzazione di un  quadro già estremamente preoccupante.  Proprio allo scopo di non alimentare il muro contro muro, è di fondamentale importanza proteggere e valorizzare le tante voci dell’islam tollerante e moderno che sono presenti nelle nostre società ma anche nel mondo arabo, mentre nel contempo occorre dimostrare la massima intransigenza verso i predicatori dell’odio e chi li tutela e li finanzia.
Così, mentre non ha alcuna legittimità il movimento di ostilità all’edificazione di luoghi di culto per i musulmani europei, è invece assolutamente ragionevole pretendere che le prediche nelle moschee avvenga nella lingua del paese ospite. Allo stesso tempo, ben venga la ricerca di alleati islamici (arabi e non) nella lotta contro lo Stato islamico. Ma guai a pensare che questo ci libererà dalla dura necessità di incrementare, ampliare e differenziare il nostro sforzo militare per distruggere il regno del terrore di al Bagdadi.


*Ordinario di relazioni internazionali all’università Cattolica di Milano
 

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