La guerra del piccolo Charlie Gard contro la malattia e la sofferenza è arrivata al termine.

Charlie, il neonato di 11 mesi ricoverato al Great Ormond Street Hospital di Londra per una rara malattia (sindrome da deplezione del Dna mitocondriale) non ce l'ha fatta a festeggiare il suo primo anno di vita.

La sua storia ha commosso il mondo. Mentre i medici, in accordo con il tribunale inglese e la Corte di Strasburgo volevano staccare il respiratore che lo tiene in vita, i genitori del piccolo erano contrari. E hanno fatto di tutto per opporsi.

A cercare di aiutare la coppia a tenerlo in vita il più possibile, sono intervenuti da Papa Francesco a Donald Trump fino all'ospedale Bambino Gesù di Roma. Ma non è servito.

Il 28 luglio 2017, su ordine del giudice del tribunale londinese in accordo con i medici del Great Ormond Street il bambino è stato trasferito in un hospice per malati terminali e lì gli è stato staccato il respiratore artificile.

E il suo caso, contestualmente, ha diviso il mondo. Meglio lasciare andare chi soffre e non ha alcuna speranza di vita degna di essere definita tale, o meglio attendere che la natura della malattia faccia il suo corso, sperando in una cura sperimentale che potrebbe però rivelarsi un accanimento terapeutico? Rispettare la vita fino alla fine o arrivare all’estremo gesto dell’eutanasia? Che diritto hanno di decidere della vita di un bambino giudici e medici?

La malattia di Charlie

Nato il 4 agosto 2017, Charlie soffre di una rarissima malattia genetica che indebolisce gli organi vitali e i muscoli fino alla morte e che i medici chiamano sindrome da deperimento mitocondriale. A soli dieci mesi Charlie non è in grado di respirare se non con un polmone artificiale. Il suo è un caso disperato: uno dei soli sedici al mondo conosciuti e studiati.

La battaglia dei genitori

Quando Chris Gard e Connie Yates, genitori del piccolino, sono venuti a conoscenza della malattia non si sono dati per vinti. Non hanno sperato e basta. Anzi, hanno tentato di salvarlo, di trovare una cura portando il bambino a proprie spese (hanno ricevuto ricevuto 1 milione e 400 mila sterline in donazioni private da tutto il mondo) negli Usa per sottoporlo a una cura ancora in via di studio.

Ma ecco che a questo punto della storia le strade si dividono tra cuore e testa. Tra sentimento e razionalità. I medici del Great Ormond Hospital, un’eccellenza tra gli ospedali per l'infanzia di Londra dove Charlie è ricoverato, comunicano ai coniugi Gard che il loro bambino ha subito danni cerebrali irreversibili. Che sta peggiorando, che inoltre, non vede, non sente e non si muove e che per questo hanno fatto richiesta al tribunale inglese dell’autorizzazione di sospendere le terapie che tengono in vita il piccolo. Anche contro la volontà degli stessi genitori.

I genitori di Charlie, contrari, cercano di dimostrare che il figlio riesce invece ad aprire gli occhi e a percepisce la loro presenza. Ma tutto questo non è valso a niente.

Le sentenze

L’ultima sentenza arriva dalla giustizia europea, da Strasburgo, che di fatto nega ai due genitori inglesi l'autorizzazione a continuare le cure al piccolo Charlie. Ma quello stesso verdetto era stato comunicato già in precedenza da ben tre tribunali del Regno Unito: dall'Alta Corte di Londra, dalla Corte d'Appello e infine dalla Corte Suprema britannica. E il verdetto in tutti i casi era stato unanime: “Non ci sono speranze di migliorare la condizione del bambino e ogni ulteriore tentativo costituirebbe un inutile accanimento”.

La solidarietà

In segno di solidarietà nei confronti dei due genitori è intervenuto da ultimo Donald Trump: "Se possiamo aiutare, saremo felici di farlo", ha postato il presidente su Twitter.

Prima di lui Papa Francesco aveva sostenuto con forza l'importanza di "difendere la vita umana" chiedendo di rispettare il desiderio dei genitori"Il santo Padre segue con affetto e commozione la vicenda del piccolo Charlie Gard ed esprime la propria vicinanza ai suoi genitori. Per essi prega, auspicando che non si trascuri il loro desiderio di accompagnare e curare sino alla fine il proprio bimbo", ha dichiarato questa sera il direttore della Sala Stampa Vaticana, Greg Burke.

Un invito alla famiglia è arrivato anche dalla Cei. "Le strutture cattoliche, come il Gemelli o il Bambin Gesù, o altre strutture simili, sarebbero ben disposte ad accogliere questo fanciullo per potergli dare vita", ha dichiarato don Carmine Arice, Direttore dell'Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei e membro della Pontificia commissione per le strutture sanitarie". Un appello contro l'eutanasia.

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