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Esteri

Bambini in vendita. Il prezzo di un figlio

Due coppie italiane sono state condannate per avere pagato 20 mila euro due neonati bulgari. Ma i servizi sociali hanno riconosciuto che sono ottimi genitori. E il tribunale glieli ha lasciati

Credits: Corbis

Al supermarket del buon amore familiare un figlio nuovo di zecca da crescere bene costa 20 mila euro. È quanto hanno pagato due coppie della Campania. Stiamo parlando del 2012 e non di 60 anni fa, quando tanti bambini italiani andarono clandestinamente a ingrossare le famiglie sterili americane come una specie di indennizzo del piano Marshall.

Il traffico è stato scoperto da accurate indagini e ha avuto ovviamente un suo riscontro penale: il 7 novembre scorso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha condannato due cittadini bulgari e due italiani che avevano organizzato il business a 8 e 7 anni di carcere. Sistema collaudato quello dei trafficanti: una ragazza bulgara incinta di chissà chi arrivava nel Casertano a pochi giorni dal parto. Al momento della nascita si materializzava un uomo italiano che diceva di essere il padre naturale e che quel bambino era il frutto di una scappatella. Il piccolo veniva regolarmente riconosciuto e prendeva così il nome del padre. La ragazza bulgara tornava nel suo paese e la moglie dell’uomo diceva che, vabbè, ora che c’era il bambino, era disposta a perdonare il marito e a riprendersi a casa tutti e due. Alla madre bulgara andavano circa 3 mila euro, gli altri 17 mila finivano in tasca agli sfruttatori.

Secondo i carabinieri di Mondragone, che hanno condotto l’indagine, i bambini venduti sarebbero ben più di due. Documentano perfino una storia ancora più terribile: una bambina, anche lei nata nel 2009 nella clinica Pineta Grande di Castel Volturno, sarebbe stata rifiutata dai genitori acquirenti perché non in buone condizioni di salute. Insomma, l’articolo difettoso è stato restituito al negozio.

Ma il tribunale ha condannato anche le due coppie che hanno comprato i piccoli. Non per il reato di acquisto di bambino, che non è previsto dal codice, ma per l’articolo 567, «alterazione di stato»: «Chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità è punito con la reclusione da 5 a 15 anni».

Pene dure, dunque. Però, tra rito abbreviato, attenuanti generiche e considerazioni di buon senso, alla fine le due famiglie se la sono cavata con 2 anni e 4 mesi. Non solo, sia il gup Cettina Scognamiglio sia il pm Andreana Ambrosino sia il procuratore aggiunto Raffaella Capasso hanno deciso di non togliere la patria potestà ai genitori per valorizzare l’interesse preminente dei due minorenni che, sulla base delle relazioni affidate ai servizi sociali, hanno evidenziato il clima favorevole di crescita all’interno delle famiglie in cui vivono ormai da 3 anni. Per essere ancora più chiari: niente carcere, nessuna restrizione alla libertà e diritto a tenere i figli «comprati». Ma chi sono questi genitori? Cosa li ha spinti a infrangere la legge arrivando a comprare un neonato? E come vivono oggi la sentenza di condanna? Quali sono le loro paure?

Paolo è impiegato in un’azienda privata, Anna fa l’infermiera. Hanno tutti e due 40 anni. Gente tranquilla, perbene, incensurati. Vivono a Santa Maria Capua Vetere e dopo un bel fidanzamento arriva un bel matrimonio, con l’aspettativa di un altrettanto bel futuro. Anna però scopre di avere qualcosa che non va. Gli esami non lasciano speranza, bisogna togliere tutto: utero, ovaie e con essi anche i sogni di maternità. I due però non si rassegnano, fanno domanda di adozione, e i tempi di attesa sembrano infiniti. Arriva la dritta: qualcuno gli sussurra che forse si può fare lo stesso e in tempi velocissimi, già altri lo hanno fatto con successo, basta chiedere in giro. I due ci pensano, non sono convinti, hanno paura, sanno che non è legale. Poi capitolano. E accettano la proposta indecente: 20 mila euro e vi togliete il pensiero.

L’11 ottobre, a san Firmino, nasce Federico e Paolo lo iscrive all’anagrafe come suo figlio. Sembra andare tutto bene. Addirittura Anna chiederà ai trafficanti se c’è un altro bambino in arrivo «per una mia amica». Il bambino sta bene, cresce e sembra un miracolo. Quando però i carabinieri prima e il pubblico ministero poi li convocano, vorrebbero sprofondare dalla vergogna. Le balle raccontate a fin di bene per difendere il loro angelo, la storia con la ragazza bulgara, il finto tradimento, il falso perdono... Anna fa fatica a mettere in scena la sua umiliazione, ma per il bene del bambino bisogna inghiottire questo e altro.

Non va diversamente agli altri due quarantenni Giovanni e Mariangela, coppia di origini più modeste che vive a Casal di Principe, dove la fatica di tanta gente perbene non si conta perché lì contano e fanno notizia solo i casalesi. Giovanni e Mariangela sono paralizzati dalla vergogna. Perfino con i loro avvocati non hanno mai ammesso chiaramente cosa è successo. Ancora oggi lei racconta la storia della scappatella con la bulgara. Nonostante gli interrogatori e la sentenza di condanna, cercano di nascondersi, di non parlare con nessuno, di ripararsi dietro quello scudo che non fa divulgare i loro veri nomi. Sono poi anche paralizzati dalla paura. La paura di perdere il piccolo Carlo, nato il 22 luglio 2009, nel giorno di santa Maria Maddalena. Hanno l’angoscia che il piccolo grande reato commesso porti un giorno il tribunale dei minorenni a togliere loro il senso di una vita. Per questo vivono quasi nascosti, non accettano alcun contatto nemmeno con il loro avvocato Caterina Celentano, che pure ha dato loro più di una mano.

Eppure, a parte la sentenza decisamente tenue e ricca di buon senso, dovrebbero essere ottimisti. La relazione dei servizi sociali dice: «Il minore appare in buona salute fisica, ben curato nell’aspetto, molto vivace e bene inserito nell’ambiente in cui vive. Il signor Giovanni riferisce che il piccolo Carlo è tutto per lui e per sua moglie, che i genitori non gli fanno mancare nulla e sono pronti a qualsiasi sacrificio. Al momento non si evidenzia la necessità di intraprendere alcun provvedimento a tutela del minore protetto. La situazione sociale del nucleo familiare appare senza grosse problematiche».

Paolo e Anna fanno anche di più: da quando Federico è arrivato in casa loro, hanno cointestato tutti i beni della famiglia, dalla casa ai conti correnti, ai risparmi messi a frutto in un pacchetto di titoli. Il nonno, il papà di Anna, è in pensione e si spupazza volentieri Federico e l’altro nipotino, figlio della sorella di Anna. Federico e suo cugino sono quasi coetanei e crescono come due fratelli.

Ma anche Anna e Paolo hanno paura. Paura che il loro estremo gesto d’amore gli si possa ritorcere contro. Terrore che anche Federico possa rimanere vittima di qualche carta bollata nonostante che per lui mamma e papà non possano essere altri che Anna e Paolo. Tutti terrorizzati, ma tutti sicuri di una cosa che affidano ad Angelo Raucci, loro avvocato e presidente della camera penale di Santa Maria Capua Vetere: «Se dovessero tornare indietro, mi hanno detto, rifarebbero esattamente la stessa cosa». Reiterazione del reato, reiterazione dell’amore.

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