Esteri

L'Angela sopra Berlino

La Merkel grazie alle sue capacità di identificarsi con il paese si appresta, il 22 settembre, a conquistare per la terza volta consecutiva la cancelleria.

Un manifesto elettorale di Angela Merkel (Ansa/Julian Stratenschulte)

Era l’aprile del 2006, Angela Merkel era stata eletta solo cinque mesi prima. Eravamo in viaggio, in direzione di Tomsk, città a sud-ovest della Siberia, per il primo incontro ufficiale tra l’allora neocancelliera e Vladimir Putin. Durante il viaggio c’era chi chiacchierava, chi vedeva film, chi dormiva, e poi c’era lei che leggeva senza sosta. Non libri, ma relazioni. Non si accontentava di sapere tutto sul tema dell’incontro, ma si era messa a studiare anche Putin, i suoi gusti, il suo modo di portare avanti gli incontri con gli altri leader europei. Voleva avere la piena conoscenza di tutto e per questo si documentava.

Studiava come quando era dottoranda in chimica quantistica». Preparata, precisa, puntuale, così Margaret Heckel, autrice del libro biografico So Regiert die Kanzlerin (Così governa la cancelliera), racconta del suo primo incontro con Angela Merkel, colei che il prossimo 22 settembre probabilmente verrà rieletta per la terza volta consecutiva a capo del governo. Secondo i sondaggi il suo partito, la Cdu, viaggia intorno al 39 per cento dei consensi, contro il 24,5 per cento del suo principale avversario, i socialdemocratici dell’Spd. Rimane da capire solo quale sarà la coalizione che la supporterà, se ancora i liberali (che però dovranno superare la soglia dello sbarramento del 5 per cento) o l’Spd, in una riedizione di quella Große Koalition che già caratterizzò il suo primo mandato.

Angela Merkel e la Germania: due vite parallele? I tedeschi si fidano ancora di lei, di questa signora cinquantanovenne nata a Ovest, ad Amburgo, ma costretta a crescere a Est, a pochi chilometri da Berlino, dove il padre pastore luterano fu trasferito poco dopo la sua nascita. Sono passati otto anni dalla sua prima elezione, eppure il calo di popolarità che da sempre contraddistingue i politici che stanno a lungo al posto di comando non sembra toccarla più di tanto. Il suo segreto? Prima di tutto alcuni soddisfacenti dati economici. Dal 2005 a oggi, in un periodo di congiuntura economica europea piuttosto sfavorevole, la Germania è riuscita ad abbassare sensibilmente il tasso di disoccupazione (dall’11,5 al 5,4 per cento: nel resto dell’area euro la media è del 12 per cento), ad aumentare
costantemente il pil (escludendo l’annus horribilis 2009, quando il calo coinvolse tutte le grandi economie occidentali) e a vedere crescere in maniera eccezionale l’export (da 786,3 miliardi di euro a 1.097,3 miliardi di fine 2012).

È vero, come confermano molti analisti, che Merkel si è trovata a ereditare anche gli effetti di quell’Agenda 2010 messa a punto dal suo predecessore, Gerhard Schröder, che ha reso il mercato del lavoro più flessibile, ma la cancelliera ci ha messo anche del suo. Ha saputo tenere la barra dritta, non si è avventurata in nessuna manovra troppo ardita né in termini economici né elettorali. In questo si può dire che sia molto tedesca. Del resto persino uno dei più popolari cancellieri tedeschi del dopoguerra, il socialdemocratico Helmut Schmidt, disse una volta che «le persone con una grande visione dovrebbero farsi vedere
da un dottore». 

Baluardo contro la crisi. «In un momento di difficoltà, agli occhi dei tedeschi lei rappresenta il mantenimento di uno status quo di ricchezza da preservare»: per Gian Enrico Rusconi, storico, politologo ed ex direttore dell’Istituto storico italogermanico di Trento, la cancelliera «incarna al meglio la soluzione a quel timore di crisi economica che nel XX secolo ha sempre caratterizzato la storia tedesca». «L’Spd sa bene che sarebbe difficile fare di meglio e così l’aspetto economico è totalmente fuori dalla campagna elettorale» spiega a Panorama Marc Kayser, docente di politiche comparative della Hertie school of governance di Berlino. «Merkel è molto abile. Quando vede che un tema viene fortemente sostenuto dall’opinione pubblica, non si fa scrupolo a farlo proprio. Oggi sono gli assegni familiari, tema portante della campagna elettorale dell’Spd, che ormai lei stessa appoggia. Due anni fa invece fu lo stop al nucleare».

Opportunista? Forse. Sicuramente abile. «Non raduna le folle come Obama, i tedeschi forse ne hanno avuto abbastanza di leader carismatici» sottolinea Quentin Peel, storico corrispondente prima da Bonn e poi da Berlino per il Financial Times. «Quando alcuni media greci l’hanno rappresentata con i baffetti alla Adolf Hitler, lei ha incassato con grande dignità. Non ha alzato la voce, non ha preteso scuse ufficiali e questo basso profilo è piaciuto molto ai tedeschi». Lo scrittore
Günther Grass l’ha definita «un’opportunista ». Certo è che, come spiega Ugo Perone, ex direttore dell’Istituto italiano di cultura a Berlino «nonostante qualcuno ci abbia visto fini elettorali, la sua recente visita al campo di Dachau è stata sostanzialmente apprezzata dall’opinione pubblica, nessun cancelliere prima di lei si era mai recato nel primo campo di concentramento tedesco. Lei ha avuto il coraggio di farlo».

Che sia anche un’ottima comunicatrice è convinzione anche di Ester Faia, docente di economia monetaria e fiscale all’Università di Francoforte. «Basta pensare a
come oggi, grazie a lei, la percezione generale in Europa sia che l’Italia stia ricevendo soldi dalla Germania. Non è così: quando la Banca centrale europea acquista i nostri titoli di stato, finisce con distribuire buona parte dei proventi degli interessi proprio alla Germania».

L’emblema di una Germania solida e finalmente riunificata. «In questo momento» sottolinea Peel «la Germania è guidata da due ex cittadini dell’Est, Angela Merkel alla cancelleria e Joachim Gauck alla presidenza della repubblica. Il loro successo è quello di una nazione che gradualmente sta arrivando alla piena riunificazione, senza dover inseguire un’idelogia. Una volta chiesero a Merkel che opinione avesse della Ddr, la sua risposta fu semplicemente che il sistema non funzionò. Nessun accenno alla qualità della vita. Non le interessava. Come a molti tedeschi, le interessa l’efficacia delle cose, non altro».

Leader (quasi) per sbaglio. Se, come una volta ha affermato Matthew Kaminski del Wall Street Journal, con la crisi greca la Germania si è trovata in primo piano soltanto perché «in quel momento rappresentava l’economia più grande e sana del continente», anche la giovane Angela Merkel non aveva sogni di
leadership. Peel la incontrò nel 1991. «Era appena stata nominata ministro della Famiglia da Helmut Kohl e la prima cosa che notai fu che sembrò quasi infastidita da quella nomina. Sapeva di non avere competenze specifiche per quel ruolo e aveva il timore di essere stata utilizzata a fini propagandistici in quanto donna e proveniente dalla Germania Est. Non sembrava interessarle il posto di potere. Ogni cosa  per lei doveva stare al posto giusto, proprio come Margaret Thatcher, un’altra che in gioventù aveva studiato chimica.

Purtroppo però quell’intervista con la giovane Merkel non l’ho mai pubblicata: fu troppo noiosa». L’ambizione «è cresciuta con il tempo. Merkel ha preso coscienza delle proprie abilità persuasive solo con il passare degli anni. Ormai non si fa più scrupoli a tagliare via i remi secchi di chi le sta intorno, se pensa che stia danneggiando la sua immagine, come è successo con gli ultimi due dimissionari presidenti della repubblica, entrambi a loro modo protagonisti di scandali. Merkel ormai è una che vince tanto in Germania quanto all’estero. Quando c’è un meeting internazionale, assume naturalmente il ruolo di mediatrice fra le parti. Così alla fine dell’incontro tutti escono dalla sala con l’idea di avere ottenuto qualcosa, mentre ogni volta la vera vincitrice è lei. E per i tedeschi, la consapevolezza di avere qualcuno che badi bene ai loro interessi, è forse la più grande delle soddisfazioni possibili». 

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