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Esteri

Amnesty International: il 2015 anno buio per i diritti umani

Nel rapporto dell’organizzazione parole dure anche per l’Italia per hotspot migranti e tortura. Nel giorno della sentenza da Strasburgo su Abu Omar

Amnesty International ha presentato ieri il suo rapporto 2015–2016: un “anno buio” per i diritti umani, “il peggiore dai primi anni 90”.

Nel contesto degli ultimi 50 anni, che hanno registrato comunque un crescente livello di libertà generale, nel 2015, secondo l’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani, “non solo non ci sono stati passi avanti”, ma ci sono stati segnali di “arretramento”, c’e’ stato un aumento dei conflitti e delle crisi umanitarie

Anche i Paesi occidentali “continuano a violare i diritti umani fondamentali in modo indiscriminato”, denuncia Amnesty, riferendosi in particolare ai “bombardamenti nei conflitti, che a differenza di una volta non si preoccupano più di tanto di evitare i danni collaterali”, ossia di non colpire civili innocenti, ha sottolineato il direttore generale di Amnesty Italia Gianni Rufini.

La presentazione si è aperta con due messaggi di solidarietà dell’organizzazione, uno a Medici senza Frontiere, “le cui strutture vengono bombardate ormai settimanalmente”; l’altro, alla famiglia di Giulio Regeni

La mobilitazione “andrà avanti fino a quando non emergerà la verità vera”, ha avvertito il portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury, ricordando la campagna che l’organizzazione sta portando avanti con il quotidiano La Repubblica

Amnesty ha ricordato che nel 2015 sono stati “uccisi 156 difensori di diritti umani” nel mondo. 

Ha citato la Russia, Paese in cui gli oppositori del governo “rischiano di essere minacciati, picchiati e uccisi”, ma anche i programmi di sorveglianza di massa negli Usa e in Gran Bretagna, o i partiti xenofobi e razzisti che si fanno largo in Europa, i cui discorsi e le cui idee stanno causando un “degrado della politica”. 

Rufini ha anche ricordato che “la prima risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulla Siria è arrivata dopo 4 anni di guerra ed è stata una insignificante autorizzazione degli della distribuzione degli aiuti umanitari nelle zone con controllate dal governo”. 

Ha sottolineato le “tensioni di tipo genocidario” nella repubblica Centroafricana e in Burundi e la condizione delle donne, non solo “brutalizzate e violentate”, ma in alcuni Paesi “vendute al mercato degli schiavi”.

La Turchia, ha detto il direttore generale, “sta diventando la nuova Libia, il Paese che fa il gioco sporco per l’Europa, trattenendo i migranti e violando i loro diritti”.

L’Italia, i migranti e gli hotspot
A proposito di migranti, Amnesty sostiene che il modo in cui viene applicato in Italia il nuovo approccio hotspot sia “preoccupante”. 
Le prassi adottate “rischiano di tradursi in una disapplicazione di regole e garanzie”. 
Le segnalazioni riguardano in particolare la “mancata o insufficiente informativa resa al migrante appena sbarcato circa la possibilità di richiedere la protezione internazionale, la limitazione dell’accesso alle procedure di asilo in base alla sola nazionalità” e quindi “in assenza di un’istruttoria personale, l’immediata consegna di un decreto di respingimento c.d. “differito”, nel quale si ingiunge al migrante di lasciare il paese, senza fornire l’assistenza necessaria, e il rifiuto di alcune questure di esaminare le domande di asilo successivamente alla consegna di quest’ultimo.

L’Italia e la tortura
Amnesty riserva parole dure per l’Italia anche sulla tortura.
“Chi, trovandosi in questo momento in Italia, abbia commesso atti di tortura può, nella grande maggioranza dei casi, dormire sonni tranquilli”, dice esplicitamente il rapporto 2015–2016.
“Questo è vero sia che la tortura sia stata commessa in Italia sia che sia stata commessa in un altro paese. In entrambi i casi, è sufficiente che i fatti risalgano a pochi anni addietro perché scatti la prescrizione, che impedisce la punizione in Italia ma anche, eventualmente, l’estradizione, la collaborazione con altri paesi nell’accertamento e nella punizione di gravi violazioni dei diritti umani”. 

Serve il “reato di tortura”
L’organizzazione avverte che “fino a che non ci sarà un reato di tortura, punito severamente e con un termine di prescrizione lungo, le cose sono destinate a rimanere così. 

In parlamento, la commissione Giustizia del Senato, accusa Amnesty, “prima ha reso impresentabile la definizione di tortura contenuta nel disegno di legge in discussione; poi, e da diversi mesi ormai, ha smesso di parlare dell’argomento — secondo un copione che è sempre lo stesso ormai, legislatura dopo legislatura”. 

Gli abusi di polizia
Nel corso del suo intervento, il direttore generale di Amnesty Italia, Gianni Rufini, ha denunciato “insufficienze nelle misure di prevenzione degli abusi di polizia. Non sono ad esempio previsti identificativi per gli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico, come nel caso dell’irruzione alla Diaz durante il G8 di Genova”, un fatto, ha ricordato Rufini, che secondo la Corte europea di Strasburgo deve essere qualificato come tortura. 

Il caso Abu Omar
Il direttore generale ha citato anche la condanna dell’Italia per il caso di Abu Omar.
Ieri infatti è arrivata la sentenza di condanna dell’Italia dalla Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo. 
La Corte ha stabilito che “le autorità italiane era consapevoli del fatto che il ricorrente fu vittima di un’operazione di consegna straordinaria che ha avuto inizio con il suo rapimento in Italia ed è proseguito con il trasferimento fuori dal territorio italiano”. 

Inoltre il segreto di Stato “in tutta evidenza fu applicato dal potere esecutivo italiano per impedire che i responsabili dell’affaire rispondessero delle loro azioni”.

 “L’inchiesta e il processo — proseguono i giudici — non hanno portato alla punizione dei responsabili cosicché alla fine dei conti c’è stata un’impunità”.

L’ex imam di Milano, Abu Omar, il cui vero nome è Mustafa Osama Nasr Hassn, attualmente 53enne, era arrivato in Italia nel 1998 e nel 2001 aveva ottenuto lo status di rifugiato. Fu prelevato a Milano nel febbraio 2003 e trasferito nella base militare di Aviano da dove un aereo militare lo trasportò al Cairo. In Egitto fu torturato, interrogato e liberato nell’aprile 2004 in cambio dell’impegno a tacere sulle sue condizioni. La corte ha stabilito che l’Italia dovrà pagare 70mila euro a Nasr e 15mila a sua moglie per danni morali. 

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