2015, l'anno nero dell'Afghanistan

Quello che doveva essere l’anno della svolta si avvia alla conclusione con un aumento delle vittime rispetto al 2014

Attacco talebano all'aeroporto di Kandahar

Aeroporto di Kandahar, Afghanistan, 9 dicembre 2015. Membri delle forze di sicurezza afghane in piedi accanto ai cadaveri di militanti talebani che hanno partecipato all'attacco indossando divise dell'esercito regolare. – Credits: JAWED TANVEER/AFP/Getty Images

Per Lookout news

La battaglia di Kunduz, mesi fa, poi l’assedio all’aeroporto di Kandahar e, infine, l’attacco dei talebani all’ambasciata spagnola, a Kabul. Questi sono solo i più eclatanti fatti di violenza che hanno colpito l’Afghanistan negli ultimi mesi. Nonostante gli appelli al dialogo con i Talebani lanciati dal presidente Ashraf Ghani, il 2015 sarà ricordato come l’anno record per numero di attentati e vittime militari e civili dalla fine del regime del movimento estremista, con il Paese nuovamente nel caos a causa delle violenze scatenate dai numerosi gruppi radicali presenti su tutto il suo territorio.

La possibilità di dare il via ai colloqui di pace tra talebani e governo è tramontata, almeno temporaneamente, dopo l’annuncio della morte del Mullah Omar e la successiva nomina di Akhtar Mohammad Mansour come guida spirituale del gruppo. Una scelta, quella dei vertici del movimento, che ha creato una spaccatura tra chi ha da subito sostenuto il nuovo leader e chi, invece, ha osteggiato la decisione, come l’ala più vicina alla famiglia di Omar che caldeggiava la candidatura del figlio dell’ex capo: Mullah Yaqub.

Le offensive dei Talebani e il ruolo di ISIS

Le fazioni più radicali dei talebani, contrarie al processo di pace e alla nomina di Mansour, si sono staccate così dal blocco centrale del movimento, dando il via a violenze che riportano alto il clima di terrore nel Paese, con l’obiettivo di ostacolare qualsiasi tentativo di normalizzazione. Alla loro violenza, poi, si unisce quella di gruppi estremisti considerati vicini allo Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. Queste fazioni, più radicali, presenti soprattutto nei territori occidentali, al confine con il Pakistan, sono in crescita e attirano sempre più simpatizzanti, soprattutto tra i jihadisti più giovani. L’obiettivo dei sostenitori del Califfo è, come successo in Siria e Iraq, costituire un emirato islamico del Khorasan e mettere in discussione la leadership talebana tra i gruppi estremisti presenti nel Paese.

 Dall’avvicendamento alla guida dei Talebani, gli scontri e gli attentati nel Paese sono diventati quotidiani. A fine settembre, il gruppo ha sferrato un deciso attacco che ha portato alla temporanea conquista di Kunduz, città nel nord-est del Paese, e alla più importante vittoria militare del movimento dai tempi del regime talebano. Per liberare la città è stato necessario l’intervento delle forze speciali afghane, sostenute dall’aviazione occidentale, che si è concluso con un bilancio di circa 300 vittime.

Più recentemente, invece, i miliziani hanno preso d’assedio l’aeroporto di Kandahar, il secondo più importante del Paese, per un giorno intero, provocando la morte di circa 60 persone tra civili, militari ed estremisti. Pochi giorni fa, poi, l’ultimo attentato ai danni di uno dei simboli dell’“invasione occidentale dell’Afghanistan”: l’ambasciata spagnola a Kabul. Un gruppo di terroristi ha fatto esplodere un’autobomba nei pressi del palazzo che ospita il corpo diplomatico di Madrid nella capitale afghana e ha poi dato il via a uno scontro a fuoco che ha causato 11 vittime.

 

Lo stallo dei negoziati di pace

Sembra lontana l’estate scorsa, quando la leadership talebana si era detta disposta a intavolare le trattative con il governo di Kabul per arrivare a una pacificazione che avrebbe messo in moto il processo di normalizzazione e rilancio del Paese. Dopo la nomina di Mullah Mansour e l’iniziale lotta per il potere all’interno del movimento, la nuova guida aveva dichiarato di essere aperto al dialogo ma solo dopo la cacciata degli “invasori occidentali” e dei loro eserciti. Da quel momento, il gruppo si è disunito, a causa delle divergenze anche su questo tema, e alcuni Paesi della NATO, compresi Stati Uniti e Italia, hanno rinnovato l’impegno in Afghanistan, prolungando la loro permanenza.

 

Ghani continua a parlare di processo di pace, ma è consapevole di quanto, allo stato attuale, questo sia una prospettiva ancora lontana. Le frange più radicali dei talebani, che non rispondono più alla Shura di Quetta, organo politico del movimento, hanno intrapreso una vera e propria guerra civile in molte aree del Paese, i gruppi vicini allo Stato Islamico continuano la loro lotta per la conquista di nuovi territori, mentre il gruppo legato a Mansour è tornato su posizioni più radicali e antigovernative rispetto all’estate.


I morti nel 2015

I dati ONU sulle violenze in Afghanistan, in quello che doveva essere l’anno della svolta verso la pace nel Paese, parlano di un aumento dell’1% di vittime civili rispetto al 2014, già anno record, con 1.592 morti e 3.329 feriti nei primi sei mesi del 2015. Stessa cosa se si calcolano le perdite militari che, nella prima metà dell’anno, contano 4mila soldati uccisi e 7mila feriti, il 50% in più rispetto ai primi sei mesi del 2014. Numeri che, visto il riacutizzarsi delle violenze nel Paese, sembrano destinati a far chiudere il 2015 con un bilancio mai così preoccupante dalla caduta del regime dei Talebani.

 

Le spaccature nei servizi segreti

In questa situazione di difficoltà il governo di Kabul perde anche il capo del National Directorate of Security (servizi segreti, ndr), Rahmatullah Nabil, che si è dimesso in contrasto con il presidente Ghani reo, a suo parere, di cercare l’appoggio del premier pakistano Nawaz Sharif mentre proprio il Pakistan sta sostenendo le milizie che stanno creando il caos e causando migliaia di morti in Afghanistan.

 

Le parole di Nabil prendono spunto dall’ultimo viaggio del presidente afghano proprio a Islamabad per partecipare alla conferenza “Heart of Asia”, alla quale hanno preso parte i rappresentanti di numerosi Paesi asiatici con l’obiettivo di promuovere “la cooperazione per contrastare le minacce alla sicurezza e favorire le connessioni nel cuore della regione asiatica”. Un evento promosso proprio dai governi pakistano e afghano e che agli occhi del numero uno dell’intelligence di Kabul è apparso come una genuflessione di fronte al premier di Islamabad. Nabil ha dichiarato che mentre Ghani si trovava nella capitale pakistana a dichiarare che “il nemico dell’Afghanistan è un nemico del Pakistan”, gruppi ribelli sostenuti proprio da Islamabad e dai suoi servizi segreti stavano uccidendo civili afghani a Kandahar e in altre zone del Paese: “Come è possibile – si è chiesto – che un Paese come il nostro, con 5mila anni di storia, si sia inginocchiato davanti a un altro che ne ha solo 60?”.

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