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Dopo Monti, Monti

E se i partiti chiedessero al premier, già senatore a vita, un supplemento di governo tecnico? Tutto dipende dalla legge elettorale e dalle scelte del Pd

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Mario Monti

La politica ha due fronti: uno esterno per la comunicazione e uno interno, anzi sotterraneo, in cui si prendono le vere decisioni. Fra un anno avremo un nuovo Parlamento e un nuovo presidente della Repubblica, dunque il panorama dovrebbe essere molto diverso da quello odierno. Ma quanto diverso? Ad occhio e croce alcuni elementi fondamentali resteranno costanti. Il primo di questi elementi è il governo del professor Monti, Monti non si candida perché non ne ha bisogno: è senatore a vita. Monti auspica il ritorno della politica, ma sa benissimo che la politica, comunque sia rappresentata dopo le elezioni, non sarà in grado di proseguire sul terreno delle riforme epocali. Dunque, è molto probabile che dopo le elezioni, costata la fragilità di qualsiasi maggioranza parlamentare, i partiti vadano a bussare alla sua porta per chiedergli un supplemento di governo tecnico, magari con la correzione di qualche rappresentante politico.

Secondo i sondaggi, se si andasse a votare oggi il Pd vincerebbe, ma non otterrebbe la maggioranza sufficiente per governare mettendo mano alle riforme da fare, né per affrontare i nodi economici della serie “lacrime e sangue” che provocano già oggi la ribellione nelle sue file. Inoltre dovrebbe governare trovando appoggio o sulla sinistra radicale di Vendola e del suo movimento, o di Di Pietro e Casini, il quale ultimo non ne vuole sapere di fare un patto sbilanciato a sinistra.
E qui viene la questione della legge elettorale. Tutti sono d’accordo per cancellare il “porcellum” e fare una nuova legge. Ma quale? I partiti in Parlamento discutono della nuova possibile legge misurandosi addosso le conseguenze. Lo sbarramento, il premio di maggioranza, le preferenze, le dimensioni dei collegi elettorali, questi i nodi da sciogliere e ogni partito cerca di far passare l’idea di legge che fa di più al caso suo. E’ lì che si gioca la partita, ed è lì che si decide anche il destino del movimento di Grillo e del Sel.
Oggi come oggi, stando ai sondaggi, il movimento di Grillo vale fra i 40 e i 50 deputati. Il Sel molto meno. Ma il punto è: chi li vuole davvero in Parlamento?

La scelta è tutta e soltanto del Partito democratico che prima di decidere quale legge elettorale vuole, deve decidere se – in prospettiva e dopo un eventuale governo Monti – intende governare una coalizione con alleati estremisti e riottosi, oppure fare il pieno dei voti e dei parlamentari ed allearsi con il centro. Questa è una decisione politica, che condiziona la scelta della legge. Il Pd è fortemente tentato di fare il pieno penalizzando l’estrema sinistra, ma se la deve vedere al suo interno dove questa scelta è condivisa soltanto in parte.
Il Pdl offre di lavorare a un tavolo sul quale mettere a punto una legge cosiddetta “spagnola”, con cui lo stesso partito guidato oggi da Alfano conta di portare a casa circa 200 deputati, consentendo al Pd di conquistare più di 300 seggi. La legge elettorale di modello spagnolo prevede la riforma dei  collegi elettorali, uno sbarramento al cinque per cento e un sistema di scelta che senza ricorrere alle vecchie preferenze permette una scelta, collegio per collegio, di tre diversi candidati di ciascun partito. Il partito che vince il collegio prende un deputato, ma i molti casi anche il secondo partito prende un deputato. Questa formula non dispiace alla Lega, che spera di recuperare in questi mesi un po’ dell’enorme territorio perduto, perché la Lega è comunque concentrata in territori ristretti e di piccole dimensioni dove ha speranza di portare a casa qualche risultato. La la legge spagnola non va affatto bene per Di Pietro che si vedrebbe drasticamente ridimensionato e certamente non dà vantaggi a Casini che si troverebbe anche lui a ranghi ridotti. Nessuna speranza per l’ex Fli o ex terzo polo, che sarebbero condannati quasi a scomparire.

Tuttavia la trattativa comprende anche il cosiddetto “diritto di tribuna” per consentire a tutte le piccole formazioni politiche di avere una rappresentanza quasi simbolica. Tutto ancora da vedere, una partita ancora da giocare. Il Pd, come ho detto, riflette sulle conseguenze e cerca di mantenere alta la bandiera del doppio turno alla francese e delle preferenze, ma sa benissimo che le preferenze nel Sud andrebbero di nuovo ad alimentare la corrusione e la compravendita dei voti.
C’è infine da considerare un aspetto della presenza di Grillo – il cui movimento con la legge di modello spagnolo sarebbe molto penalizzato – su cui pochi hanno riflegttuto ed è questo: Grillo oggi, come la Lega ieri, va a scassare i partiti del Nord, ma non esiste al Sud. La Lega Nord distrusse o mise in crisi la Democrazia Cristiana e il Partito socialista e oggi Grillo va a mietere voti nel Nord fra le file legiste, pidielline e anche del Pd. Ma al Sud, Grillo non ha alcun seguito significativo. La conseguenza è che la politica dei partiti oggi inParlamento si concentra al Sud per compensare le perdite presumibili del grillismo al Nord. I partiti oggi rappresentati in Parlamento vorrebbero anche andare a votare la primavera prossima il più tardi possibile, per far sbollire la furia dell’antipolitica e nella speranza che il fenomeno Grillo siridimensioni, come sembra già accadere in seguito alle gravi difficoltà in cui si trova il sindaco di Parma che per sua stessa ammissione deve ancora imparare a fare il sindaco.

Tutto ciò vuol dire che si prepara un’estate a due piani: uno superficiale per le apparenze e uno concreto per la scelta della legge elettorale, che, se si trova un accordo, può esser approvata nel giro di un mese. Dunque sarà una stagione di tira e molla all’interno del Pd che dovrà scegliere se mangiarsi la sinistra radicale infossando la propria rappresentanza, oppure stringere la cinghia e dare spazio alle piccole formazioni con cui dovrebbe governare. Nell’attesa, Monti ha facile gioco nel dire che auspica il ritorno alla politica, sapendo che l’esito più probabile di questa stagione sarà quello di una sua permanenza a palazzo Chigi, a meno che non si trasferisca al Quirinale e non affidi a qualcuno della sua squadra, Passera per esempio, il compito di essere il suo primo ministro, attuando di fatto una Costituzione materiale “alla francese” con un Presidente all’Eliseo-Quirinale e un primo ministro al Matignon-Palazzo Chigi.

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