Cronaca

Yara, perché Bossetti è colpevole

Nessun dubbio per inquirenti e giudici sulle prove contro il muratore bergamasco: dal dna sulle mutandine di Yara agli "elementi indiretti di conforto"

bossetti

Un'immagine di Massimo Bossetti tratta dal profilo Facebook – Credits: Massimo Bossetti/Facebook

Il dna non è una prova scientifica dotata di valore assoluto. Ogni dna ha un suo particolare peso probatorio. E quello che ha portato alla condanna all'ergastolo in primo grado di Massimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio ha pesato come un macigno anche nel processo d'appello che si è chiuso il 18 luglio poco dopo la mezzanotte a Brescia dopo 15 ore di Camera di Consiglio: Bossetti è l'assassino di Yara. È ergastolo.


Carabinieri, polizia, procura, Tribunale del Riesame, Cassazione, corte d'assise di Bergamo. Nessuno degli inquirenti, magistrati, avvocati di parte civile e giudici che in questi anni si sono confrontati con gli atti di indagine ha mai avuto alcun dubbio: il muratore bergamasco è l'assassino della tredicenne che la sera del 26 novembre 2010 scomparve nel nulla all'uscita della palestra di Brembate di Sopra.

Proviamo a capire da dove deriva questa convinzione.

Il dna

Il punto di partenza è che Yara è stata uccisa da colui che ha lasciato la sua traccia sulle sue mutandine. Da qui è impossibile scostarsi, per un paio di ragioni.

  • Primo: la traccia è mista, nel senso che contiene materiale genetico della vittima e del suo aggressore.
  • Secondo: la posizione della stessa, ovvero in prossimità del taglio delle mutandine, dimostra non un semplice contatto, ma la partecipazione alla fase omicidiaria del "proprietario" di quella traccia.

Per intenderci, la traccia dell'allenatrice di Yara, Silvia Brena, trovata sulla manica del giubbotto, può essere finita lì in mille occasioni e modalità lecite, a partire da un banale contatto degli indumenti in palestra. Mentre la traccia di un uomo depositata sulle mutandine quando le stesse vengono tagliate in un contesto di aggressione a sfondo sessuale, uomo che è totalmente estraneo al mondo di Yara e che non frequenta gli stessi posti, non può avere altra spiegazione se non quella del coinvolgimento nell'omicidio.

L'identità genetica

Stabilito che l'assassino è il proprietario di quella traccia, si tratta ora di risalire a chi appartiene. L'operazione di estrazione di una identità genetica da quel materiale biologico è stata fatta dai Carabinieri del Ris di Parma, nei cui laboratori si è svolto soltanto questo passaggio: dalla traccia all'individuazione di un profilo che non risultava già schedato, quindi sconosciuto, tanto che è stato chiamato "Ignoto Uno".

Durante questo percorso scientifico, va sottolineato, il dna di Massimo Bossetti non è mai entrato nei laboratori del Ris, fattore che ci porta a escludere ogni eventuale rischio di contaminazione, e pure che l'indagine genetica possa essere stata in qualche modo indirizzata a monte su un obiettivo predeterminato.

L'assassino è Ignoto uno, dunque, ma noi non sappiamo chi sia, dicono i Carabinieri del Ris. Sappiamo soltanto che non è figlio di suo papà, ma anche se lui adesso non lo sa, l'uomo che l'ha concepito è un autista di pulmann che risponde al nome di Giuseppe Guerinoni e che in passato ha avuto una relazione sessuale con sua mamma.

Il percorso investigativo e genetico che porta da un frequentatore della discoteca accanto al campo dove è stata trovata Yara è lungo e travagliato. Fatto sta che a un certo punto si arriva alla signora Ester Arzuffi e da lei al figlio Massimo Bossetti.

Come si arriva a Bossetti

Il dna del muratore bergamasco, preso attraverso un finto controllo alcolemico, viene portato nel laboratorio di genetica forense dell'università di Pavia dove il direttore responsabile, il professore Carlo Previderè, lo mette accanto a quello di Ignoto Uno che gli hanno fornito i Ris e stabilisce che si sovrappone in maniera certa, assoluta. Non può esistere altra persona al mondo con quel profilo genetico: Massimo Bossetti è Ignoto uno.

C'è la prova scientifica, ma durante il processo di primo grado arriva anche la controprova scientifica, perché l'intera famiglia Bossetti si sottopone a esame del dna in un laboratorio di Torino e viene confermata la via senza uscita che avevano imboccato i Ris: lo sconosciuto "proprietario" di quella traccia scoprirà di non essere figlio del padre che l'ha cresciuto.

Gli altri elementi di conforto

Ma la portata probatoria del dna viene ulteriormente raffornzata da quelli che la corte d'assise di Bergamo nelle motivazioni della condanna di Bossetti definisce "elementi indiretti di conforto".

Il "proprietario" di quella traccia la sera del 26 novembre 2010 poteva trovarsi in qualsiasi città d'Italia o del mondo, invece era proprio lì nel momento in cui Yara scompare. I tabulati telefonici infatti "hanno consentito di escludere che l'imputato il giorno dell'omicidio fosse altrove" scrivono i giudici di Bergamo, i quali evidenziano come nelle ore in cui viene commesso l'assassinio il telefono di Bossetti non soltanto si trova lì, ma non genera alcun tipo di traffico.

Non è la prova, per i giudici, ma l'indizio che rafforza la prova. Come la calce trovata sulla pelle e le ferite di Yara, compatibile con l'attività professionale di Bossetti, le sfere sui vestiti, compatibili con quelle dell'autocarro del muratore: elementi singolarmente privi di capacità individualizzante ma convergenti nella stessa direzione, ovvero quella di rafforzare ulteriormente la portata probatoria del dna.

Ogni indizio, scrivono i giudici nella sentenza, è per sua natura ambiguo, suscettibile di una pluralità di spiegazioni alternative, altrimenti sarebbe una prova. Non va dunque considerato una prova, con pretesa di autosufficienza ed esaustività probatoria, ma va valutato insieme con gli altri elementi di indagine.

Il movente sessuale

Infine il movente sessuale dell'omicidio, che si ricava dal reggiseno slacciato, le mutandine tagliate e che trova riscontri nelle ricerche sul computer di casa Bossetti e nelle lettere scritte in seguito dal carcere a un'altra detenuta di nome Gina. Sono diverse e ripetute le navigazioni sui siti con minorenni, tredicenni, e particolari sessuali.

In aula c'è stata battaglia tra i periti dell'accusa e quelli della difesa, e perfino la moglie di Bossetti, Marita Comi, con grande coraggio si è intestata gran parte della navigazione sui siti pornografici. Ma alla domanda se aveva mai digitato nel motore di ricerca le parole "ragazzine con vagina rasate", la donna non ha risposto.

Ed è proprio questa che per gli inquirenti può essere ascrivibile con certezza a Bossetti la mattina del 29 maggio 2014 alle 9,55, quando i suoi figli sono a scuola e lui non è andato al lavoro. Quanto basta, per i giudici, ad assegnare un valore indiziario anche alle altre ricerche su particolari anatomici (rosse, poco pelo) associate a ragazzine che guarda caso si ritrovano nelle lettere scritte di suo pugno e indirizzate a Gina, dove Bossetti dimostra propensione per la rasatura degli organi genitali maschili e femminili.

Secondo i giudici un ulteriore indizio anche della sua incapacità di controllo, perché non puoi scrivere cose di questo genere se sei accusato di un delitto di questo genere e sai che sul tuo computer sono state trovate cose dello stesso genere.

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