Cronaca

Padri amorevoli e crudeli assassini

Ecco come un padre "normale" diventa uno spietato assassino e uccide, senza pietà, i propri figli. Lo psicanalista: "La scienza psichiatrica non è quasi mai in grado di prevedere il realizzarsi di gesti omicidi". La ferocia di un uomo normale

Padri normali o mostri?

– Credits: Ansa

La normalità che si trasforma in follia omicida. Amorevoli padri di famiglia che impugnano un coltello e sgozzano i figli con i quali pochi istanti prima hanno mangiato in pizzeria, giocato e riso in cameretta con le macchinine o le costruzioni della Lego. Uomini che uccidono “con efferata crudeltà” ragazzi che hanno la stessa età dei propri figli. E nessuno di questi “soggetti” ha mai manifestato, in precedenza, nessuna forma di violenza o aggressività. Anzi. Chi conosce bene gli autori di questi delitti o stragi, a partire dai familiari, spesso sono i primi a rimanere sconvolti e sorpresi.

Dunque chi sono realmente questi assassini? Sono ottimi attori tali da ingannare tutti compresi i familiari? Oppure folli dotati di una freddezza e una lucidità inimmaginabile?    

Professor Raffaele Bracalenti , medico psicoterapeuta, Presidente Istituto Psicoanalitico per le Ricerche Sociali nessun vicino di casa avrebbe mai immaginato che il padre di Motta Visconti potesse realizzare una carneficina simile; molti dubbi e perplessità anche sulla personalità del presunto killer di Yara Gambirasio. 

Come può un uomo nascondere così bene la propria aggressività?
Dopo tanti anni di ricerche e soprattutto dopo lo scritto di Hannah Arendet sulla banalità del male, si cerca ancora disperatamente di trovare la drammaticità del male nell’Altro, in colui che è sostanzialmente diverso. Qualcuno che si faccia carico di portare in maniera visibile e facilmente riconoscibile lo stigma della malattia e della violenza. Purtroppo coloro che mostrano in maniera evidente i segni del disagio psichico e che suscitano ancora troppa paura sociale, sono in realtà color che hanno perduto la loro battaglia: i veri vinti e sconfitti, e troppo spesso i più inermi. Vi sono, in qualche caso, nella storia di coloro che all’improvviso riempiono le pagine dei giornali per l’efferatezza e l’insensatezza dei propri crimini, elementi evidenti di una follia assassina che si va costruendo, come nel caso dell’omicida della strage sull’isola norvegese. E tuttavia nella maggioranza dei casi ci si sveglia all’improvviso scarafaggi, come nel caso di Gregor Sansa, senza che alcuno ne avesse potuto prevedere l’evenienza. E’ questo che rende la radice del male e questa sorta di lucida follia criminale ancor più misteriosa e perturbante.
 
Come è possibile che un uomo dopo aver ucciso possa far finta che nulla sia accaduto nascondendo le sue emozioni?

Freud parla di delinquenti per senso di colpa: persone che commettono un reato per poter finalmente ricevere la punizione che inconsciamente attendono. Così dopo il gesto vi è come un rilassamento, la sensazione di aver fatto ciò che potrà placare un angoscioso sentimento interiore di colpa. Aggiungerei qui la geniale lettura che ci offre Dostojevskij in Delitto e castigo. Raskolnikov compie un gesto assurdo, l’uccisione della vecchietta, per poter avere conferma dell’assoluta insensata sensatezza del mondo: tutto poi sarà come prima, e  in un certo senso questo è vero, a livello sociale. Cosa vuole che cambi nel mondo. Un omicidio in più o in meno non trasforma certo il senso del mondo. Purtroppo, come per Raskolnikov, a livello individuale non è così. La vita di Raskolnikov, così come quella di colui che compie un simile gesto, sarà stravolta per sempre, e l’illusione della normalità non dura che poche ore.
 
 
Nel caso di Yara Gambirasio, il presunto killer ha tre figli di cui uno della stessa età della vittima. L'omicida crea nella propria mente un rapporto, un collegamento tra la vittima appena uccisa e i propri figli? Solitamente si crea una sorta di "traslazione" tra vittima e prole?

Sa, questa domanda può avere due tipi di lettura: la prima riguarda l’eventuale attrazione sessuale nei confronti dei propri figli- la dimensione incestuosa – che verrebbe esperita su altri bambini, che sarebbero chiamati, per così dire, a prendere il posto dei propri figli nel gioco sessuale: la psicoanalisi ci ha abituati a non scandalizzarci delle pulsioni incestuose, presenti in tutti. Ovviamente il non scandalizzarsi non vuol dire accettarne serenamente la messa in atto, anche quando non dovessero giungere a esiti così drammatici. Nessuna forma di violenza è naturalmente mai accettabile, e purtroppo troppo spesso i bambini sono oggetto di un vergognoso abuso sessuale. L’altra riguarda l’esistenza di una pulsione omicida, come nel caso di Motta Visconti, qui, però deviata dai propri figli e indirizzata all’esterno. Su questo punto posso dirle che la cultura greca ci ha abituati a pensare che l’origine del mondo inizi con un padre, Urano, che divora i figli, sin a quando saranno i figli a compiere il parricidio. Freud, in Totem e tabù, riprende, in una lettura a metà tra il mito e la scienza, l’ipotesi che a fondamento dell’organizzazione sociale vi sia la ribellione dei figli nei confronti del padre despota, che si organizzano per ucciderlo. Che, quindi, al fondo di ogni essere umano vi sia un Urano che divora i suoi figli,  un Karamazov che sogna di uccidere il padre,  una Medea che uccidi i figli, purtroppo non dovrebbe sorprende più di tanto. Il gioco delle identificazioni, poi, è ancora più complesso, poiché quel padre è a sua volta figlio, forse, chissà è stato vittima di violenza, reale o immaginaria. E’ ovvio che qui parliamo di dinamiche inconsce, profonde, che ancorché rintracciabili in tutti, e rintracciabili nei miti fondativi della nostra società,  solo raramente si trasformano in atti concreti.
 
Quali possono essere gli atteggiamenti che permettono di decifrare un'aggressività latente che può trasformarsi in furia omicida?

Come ho detto prima trovo questa domanda pericolosa: vorrei evitare che qualsiasi persona si sentisse in grado di diagnosticare l’incipiente follia omicida nel proprio collega di lavoro o vicino di casa. Sappiamo bene quanto sia rischioso alimentare quelle che una volta si chiamavano psicosi collettive, in cui si era certi di aver scoperto il possibile omicida, pedofilo, rapitore di bambini, e a quali talvolta orrende azioni “preventive” quelle psicosi abbiano condotto. Troppo spesso i media prima alimentano la paura del mostro dietro casa, e poi pensano di ridurne l’effetto dando istruzioni per l’uso su come difendersi dal mostro o come riconoscerlo a prima vista. La scienza psichiatrica non è quasi mai in grado di prevedere il realizzarsi di gesti omicidi: questo, purtroppo, è un esercizio in cui falliscono fior di clinici con anni e anni di esperienza. Si figuri se è possibile dare la lista dei cinque o dieci atteggiamenti che tradiscono l’assassino che è in noi.
 

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