Cronaca

"Voglio lavorare all'Ilva, anche se mi ammalo"

Le voci degli operai di Taranto, disperati, perché il lavoro vale più della salute

Gli operai dell'Ilva di Taranto bloccano le strade d'accesso alla città (Credits: ANSA/RENATO INGENITO)

“Lavoro e ambiente, connubio intelligente”. Era questo lo slogan più gridato nel corteo spontaneo dei seimila lavoratori dell'Ilva, a Taranto, partito subito dopo la decisione del Gip Patrizia Todisco di sequestrare le aree della società Riva per “disastro ambientale” nel capoluogo jonico.
Industria contro ambiente, salute contro il sacrosanto diritto al lavoro: uno scontro drammatico. Insomma: meglio morire di cancro o essere disoccupato? In città, nessuno vuole prendere una posizione in favore dell'uno o dell'altro argomento, ma i lavoratori sono disposti a tutto, “anche ad anteporre la salute e la bonifica dell'azienda pur di mantenere il posto di lavoro. Un posto ottenuto dopo anni di attesa e che adesso non può svanire nel nulla in un attimo”. Voce raccolta, tra le tante, nella protesta. E' di Mario, trentenne, assunto all'Ilva da poco tempo, dopo anni di apprendistato e di attesa.

“Con una famiglia e un bimbo piccolo, come si fa ad andare avanti? L'azienda deve provvedere ad un ambiente sano, ma nell'attesa io come faccio a portare da mangiare a casa? Gli ambientalisti venissero a lavorare con noi, basta con certe dichiarazioni. Noi non stiamo inquinando, stiamo lavorando in sicurezza. I nostri capi sono stati arrestati, a noi chi penserà?”.
Oggi la città è paralizzata. Blocchi stradali sono segnalati sulla statale “100” per Bari e sulla “106” per Reggio Calabria, un altro presidio sulla superstrada che da Taranto va verso Brindisi, a ridosso dell'area industriale. E' quasi impossibile superare i blocchi. L'intenzione dei lavoratori, che stamani hanno tenuto un'assemblea dinanzi alla portineria Ilva, è quella di affluire verso la città e bloccare il ponte girevole da cui si entra in città e la statale che da Taranto porta a a S.Giorgio Jonico e Lecce.

Operai piangono davanti la prefettura. Tutta la città è solidale. Le manifestazioni dell'estate tarantina sono sospese perchè, dicono fonti vicine al sindaco Ippazio Stefàno, “non c'è niente da festeggiare e lo stesso primo cittadino è molto provato dal punto di vista personale per questa vicenda”. E Stefàno, rieletto per il secondo mandato il 7 maggio, tra una riunione e un'altra, dice che “noi non abbiamo paura della verità, soltanto conoscendo la verità si possono risolvere i problemi. Non c’è una sola famiglia di Taranto che non è solidale. Bisogna però coniugare lavoro e salute. Ci aspettiamo che con il tribunale del riesame si possa coniugare tutto ciò con impegni veri”.
Già, il lavoro. Un problema che potrebbe riguardare gli oltre 8 mila operai dello stabilimento, più almeno altri 15 mila dell'indotto. E che in questa zona della Puglia è argomento di grande preoccupazione, senza dimenticare che a 70 chilometri, a Brindisi, un altro “mostro” è attivo, la centrale “Federico II” dell'Enel, che dal 2007 ha emesso ben 14,2 tonnellate di Co2, almeno 3 volte tanto quello delle altre centrali, aggiudicandosi il ben poco invidiabile titolo di centrale più inquinante d'Italia.

Anche qui, lavoro e ambiente sembrano non conciliarsi. Sono state raccolte, e consegnate nei giorni scorsi, 10.220 firme, su una popolazione di meno di 90 mila abitanti, a supporto della richiesta di avviare un’indagine epidemiologica per poter definire con dati scientifici lo stato di salute della popolazione e la relazione con l’emergenza ambientale.
Anche per l'Ilva qualcosa si è mosso recentemente. Il Consiglio regionale pugliese ha approvato all'unanimità una nuova legge sulla tutela dell'ambiente e mettere al riparo le aree considerate ad elevato rischio di crisi ambientale, Taranto e Brindisi in particolare, da gravi pericoli per la salute dei cittadini e per lo stesso territorio. Una legge che alcuni ambientalisti del territorio, da noi ascoltati, ritengono tardiva e con poche risorse. “I 300 milioni di euro messi a disposizione dalla Regione per le bonifiche sono una goccia nel mare, visto che a Porto Marghera, altro sito industriale italiano, tra fondi pubblici e privati andranno 5 miliardi di euro”, ci dicono. E poi sentenziano:  “A Taranto, secondo i periti della magistratura, muoiono 2 persone ogni mese per inquinamento industriale. Ecco, forse la magistratura è intervenuta laddove è fallita la politica”.
“Non si può decidere di scegliere in una situazione drammatica come questa – ci racconta quasi con le lacrime agli occhi un attivista ambientale -. Io conosco tanta gente qui dentro, come si fa a dire: mettiamo i sigilli e mandiamo tutti a casa?”. E' un sentimento comune nella città jonica, soprattutto tra le madri e le mogli, che hanno dato vita ad un movimento spontaneo e che sono tra le più rumorose al fianco dei propri cari. Una voce di disperazione di donne che aspettano i soldi portati dai mariti, dai fratelli, dai figli e che non avrebbero altre fonti di sostentamento in caso di chiusura dell'Ilva.

In barba agli ultimi controlli che dicono che nel latte materno, la media in Europa è 5 picogrammi di diossina per grammo, a Taranto 20 picogrammi, con punte di 40. “Perchè non ci hanno pensato prima in tutti questi anni a rendere lo stabilimento più sano? Perchè si guarda solo al profitto e non si pensa alla salute? Ora, noi dovremmo andare tutti in mezzo ad una strada per colpa di chi non ha bonificato: saremo tutti malati, ma almeno quattro soldi a casa li abbiamo – urla una donna che ha il marito in fabbrica -. Fermare l'Ilva significa mettere in ginocchio tante famiglie e l'intera economia, non solo pugliese. Il sequestro non è una soluzione del problema, ma la creazione di un problema ancora più grande”.

La grande paura sta contagiando altri stabilimenti Ilva in Italia. Proteste spontanee di oltre 200 lavoratori dello stabilimento di Cornigliano, a Genova, usciti dai cancelli per protestare contro la decisione dei giudici di sequestrare le aree della società a Taranto. Le lavorazioni svolte a Genova dipendono in gran parte da manufatti provenienti dalla Puglia. “Tra cinque giorni non avremo più materiale da lavorare e i nostri operai potrebbero trovarsi in una situazione tremenda”, ci dice una fonte interna della Fiom.
“E' un provvedimento estremamente sofferto e la sofferenza si coglie in ogni rigo”, ha appena commentato Giuseppe Vignola, procuratore generale di Lecce. Gli operai hanno proclamato uno sciopero ad oltranza. Saranno ore ancora lunghe e piene di tensione per l'Ilva e per Taranto.

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