Cronaca

Un po' di chiarezza sulle indagini su Yara

Dna, peli, sangue, auto, furgone. L'inchiesta su Massimo Bossetti si sta complicando

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L'inchiesta sul delitto di Yara Gambirasio è tutt'altro che conclusa. Lo ha detto il pubblico ministero Letizia Ruggeri, il 20 giugno scorso, in una conferenza stampa senza precedenti (nell'ex aula di Corte d'Assise di Bergamo, con autorità costrette in piedi per il tutto esaurito). E se lo dice la pubblica accusa c'è da crederci. Anche perché non tutto è filato liscio in questa indagine che rimarrà negli annali della storia criminale. Come pure peseranno, nel processo a carico di Massimo Bossetti, le liti, le discrepanze e alcuni passaggi ancora oscuri della vicenda sul come si è giunti fino a lui.

Lo scoop di Alfano. Placata la tempesta di polemiche sul ministro dell'Interno Angelino Alfano, che nella foga di divulgare la notizia dell'arresto di Massimo Bossetti ha anticipato anche la sentenza ("Individuato l'assassino di Yara Gambirasio", tweet delle 18.24 del 16 giugno), oggi è possibile ricostruire i retroscena di un arresto istituzionalmente rocambolesco. Con la procura che pianifica il blitz nel cantiere di Seriate assieme ai carabinieri, riservandosi di avvertire la Polizia solo all'ultimo minuto utile perché qualche agente, recuperato nei corridoi oziosi della questura del tardo pomeriggio, indossi la pettorina di nylon con la scritta "Polizia" ben evidente e si precipiti al cantiere. Tra loro anche quell'agente, più probabilmente un funzionario, che si premura, doverosamente, di tenere informati i suoi vertici. E di vertice in vertice... Intanto, però, una cronista del corriere di Bergamo aveva fiutato l'agitazione degli investigatori. Si precipita fuori dalla redazione ma sbaglia valle e, mentre cerca affannosamente conferme al telefono, Alfano le brucia lo scoop della carriera.

Toghe in guerra. lo scontro non è solo tra organi dello Stato. Da anni, a Bergamo, sul caso Yara, procura e tribunale sono in guerra. Da quando il gip Ezia Maccora ha rifiutato a più riprese la richiesta di archiviazione del marocchino Mohamed Fikri chiesta dal pm Letizia Ruggeri. Oggi lo scontro si ripete, con lo stesso pubblico ministero che arresta indicando, tra le motivazioni del fermo, anche il pericolo di fuga dell'indagato. E lo stesso gip che, non potendo scarcerare l'uomo il cui Dna era sugli slip di Yara, "non convalida il fermo di Bossetti Massimo Giuseppe perché illegittimamente disposto" ma, al contempo, "applica la misura cautelare in carcere". Questione di lana caprina, si dirà. Dispettucci tra uffici giudiziari. In realtà sintomatici e forse anticipatori di possibili schermaglie in punta di diritto almeno nella fase predibattimentale del processo.

Cortocircuito tra periti. Sul corpo di Yara, nel campo di Chignolo d'Isola, furono repertati centinaia di peli e capelli. Nella rincorsa ad individuare il proprietario del Dna, Ignoto 1, queste formazioni pilifere erano state messe da parte. Solo grazie alle ripetute richieste dei consulenti della famiglia Gambirasio, e dopo un altro scontro tra gip e pubblico ministero, i capelli sono arrivati all'istituto di Medicina legale dell'Università di Pavia, incaricato di estrapolare i profili genetici da peli e capelli. Un lavoro improbo, reso ancor più difficile dal numero di peli animali e dal deterioramento dei reperti che, dopo tre mesi agli agenti atmosferici, hanno perso parte del patrimonio biologico. A sorpresa, nei giorni scorsi, il direttore dello stesso dipartimento, il professor Fabio Buzzi, in un'intervista, dichiara inequivocabilmente che in quei peli c'è il Dna di Ignoto 1, cioè di Massimo Bossetti.

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Come dire, per Bossetti, "fine pena mai". Le affermazioni del professor Buzzi però, confermate a più riprese e su vari organi di stampa, provocano imbarazzo, non solo in procura. I cronisti cercano di contattare il pm Ruggeri, irraggiungibile. Trovano allora, al cellulare, il procuratore capo di Bergamo, Francesco Dettori che, colto per strada a Milano, risponde che non gli risulta. Più preciso, nelle ore successive, il dottor Carlo Previderè, genetista incaricato della perizia che sta svolgendo nei laboratori diretti dal professor Buzzi. Che all'Ansa dichiara: "La notizia circa la corrispondenza di una formazione pilifera all'indagato è totalmente priva di fondamento". Fine? No, perché poco dopo lo stesso dottor Previderè chiede un mese di proroga per depositare la perizia in procura. La stessa perizia che per il suo direttore sarebbe stata consegnata "a giorni".

Il Dna dei misteri. E poi c'è quel Dna, la prova regina. Quella lasciata da Bossetti sugli slip e sui leggings di Yara. Come ci si è arrivati davvero? Il pm Ruggeri, in conferenza stampa, ha ammesso che il Dna della madre di Bossetti era stato prelevato già nel 2012, nell'ambito di quelle ricerche a tappeto nelle valli bergamasche volte ad individuare la madre di Ignoto 1, dato che era risultato essere un figlio illegittimo di madre ignota. Il pm Ruggeri, sempre in conferenza stampa, aggiunge anche che il cellulare di Bossetti, assieme a quello del fratello, era stato agganciato dalle celle telefoniche che irradiano il segnale nei luoghi dove Yara è scomparsa. Insieme ad altri 120 mila utenti. Che sarebbero stati tutti sottoposti a prelievo di Dna, anche ci fossero voluti dieci anni.

E invece un pettegolezzo di un anziano della val Seriana, confidato ad un maresciallo del posto, ha portato alla svolta, permettendo di individuare, in poche ore, il presunto assassino. Ma con cosa fu comparato il Dna della madre di Bossetti? Secondo alcune indiscrezioni quel Dna faceva parte di un lotto di campioni che per errore sarebbero stati confrontati non con quello di Ignoto 1, bensì con quello dei Gambirasio. Vero? Oggi nessuno lo vuole confermare ufficialmente. Perché è il momento di distribuire la meritata gloria a chi, magari anche commettendo qualche errore, ha collaborato ad un'indagine che più complessa non si può. E, sempre a proposito del dna di Bossetti su Yara, di che si tratta? Sangue, saliva, o altro? Gli avvocati di Bossetti, Claudio Salvagni e Silvia Gazzetti, vogliono saperlo. Perché, dicono, la sua origine potrebbe svelare dinamiche e responsabilità di un delitto ancora tutto da chiarire.

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