Cronaca

Trattativa Stato-mafia: il testo del memoriale di Mario Mori

Il documento integrale di 44 pagine che sgretola l'impianto accusatorio del magistrati di Palermo

Il generale Mario Mori – Credits: Ansa/Stringer

“Nel corso del mese di giugno 1992, il capitano Giuseppe De Donno, sfruttando incontri casuali verificatisi nel corso di suoi viaggi da e per Palermo, incontrò e prese contatto con Massimo Ciancimino, da lui conosciuto nel corso di perquisizioni a casa del padre, stabilendo con lui una corretta interlocuzione. L’ufficiale, titolare delle investigazioni sfociate nell’inchiesta mafia-appalti, ben conosceva il ruolo di protagonista che aveva rivestito e che ancora rivestiva all’epoca Vito Ciancimino nel condizionamento degli appalti pubblici e più in generale la sua funzione di cerniera tra il mondo politico-imprenditoriale e l’ambito mafioso”. 

Con queste parole il prefetto Mario Mori, imputato di violenza o minaccia ad un Corpo politico dello Stato, l'8 settembre scorso, di fronte ai giudici della corte d’Assise di Palermo, nell’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia,  ha iniziato le sue dichiarazioni spontanee. 

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Quarantaquattro pagine, con le quali l’ex ufficiale dell’Arma, con tanto di documenti allegati e atti giudiziari, sgretola, se mai occorresse, l’impianto accusatorio dei magistrati di Palermo e ridicolizza le “dichiarazioni” del teste controverso Massimo Ciancimino.  Mori nel suo memoriale: difendendo la correttezza istituzionale del suo operato e di quello del capitano De Donno, ha contrattaccato sgretolando il castello accusatorio dei pm palermitani, con prove alla mano.  La verità di un processo in quaranta pagine.

“Il mio intento” continua Mori “è solo quello di dimostrare che quanto andrò dicendo non pretende di essere accettato sulla parola, ma trova fondamento e riscontro nel materiale inoppugnabile che allego”. 

Il memoriale dell’ex ufficiale dell’Arma, che potete leggere integralmente qui, si snoda su quattro ambiti: i contatti con Vito Ciancimino, le “calunnie” del figlio, Massimo Ciancimino, la cattura di Salvatore Riina e la “fantomatica” Trattativa.    

I contatti con Vito Ciancimino

Ecco cosa dice Mario Mori ai giudici: “Nell’ottica di acquisire elementi utili alla prosecuzione delle indagini per giungere all’individuazione dei responsabili degli omicidi di quell’anno (1992 ndr), in particolare per quanto attiene la strage di Capaci, e sulla base delle interlocuzioni avute con Massimo Ciancimino, siamo dopo l’attentato di Capaci e prima di quello di via D’Amelio, De Donno (che arrestò per due volte l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino a conclusione di indagini, da lui esperite, ndr) ritenne che, opportunamente contattato, Vito Ciancimino avrebbe potuto accettare il dialogo e al limite accondiscendere a qualche forma di collaborazione, se non altro per dimostrare la sua sempre proclamata estraneità a cosa nostra”.

“Su queste basi” continua l’ex numero uno del Ros “l’ufficiale chiese a Massimo Ciancimino se il padre sarebbe stato propenso ad un incontro con lui. Il rifiuto, opposto inizialmente, cadde successivamente e Vito Ciancimino accettò d’incontrare il capitano, che venne da me autorizzato a proseguire i suoi contatti […] L’orrore per le morti di Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, fu asseritamente per Vito Ciancimino la spinta che lo avrebbe indotto ad accettare l’interlocuzione con l’ufficiale. Per Ciancimino il sistema tangentizio era connaturato all’economia nazionale e per forza di cose si sarebbe ricostituito alla fine del periodo, allora in corso, di “mani pulite”.

 Mori: don Vito, si propose come infiltrato. Ma rifiutammo

Sempre nelle sue dichiarazioni spontanee, Mori dichiara: “Sulla base di questa constatazione, egli non esitò a proporre all’ufficiale un piano di lavoro nel quale lui, Ciancimino, per conto della Stato, si sarebbe inserito nel sistema illegale degli appalti al fine di un loro controllo. In pratica una sorta di agente sottocopertura di settore. De Donno prese ovviamente tempo, rimandando ad un’eventuale fase successiva di collaborazione questa ipotesi di lavoro che, stante il personaggio che la proponeva, risultava inattuabile.  La proposta, tuttavia, stava ad indicare una certa volontà di dialogo da parte del Ciancimino e De Donno pensò di sfruttarla chiedendogli se era disponibile ad incontrare un suo superiore, il col. Mori, ottenendone una risposta affermativa”.

E aggiunge: “Infatti, l’ufficiale, che mi informava costantemente sullo sviluppo dei suoi contatti, mi aveva prospettato questa ipotesi su cui avevo concordato. Ciancimino, seppure non fosse ritenuto formalmente un “uomo d’onore”, era notoriamente collegato ai capi della “famiglia” corleonese, allora dominante in cosa nostra. Accettai quindi l’incontro, anche se con forti dubbi sui suoi esiti, decidendo di trattare Ciancimino come una fonte confidenziale, seppure tutta da valutare, nella scontata considerazione che per combattere concretamente la mafia occorreva confrontarsi con chi dell’organizzazione conosceva perfettamente i personaggi e le trame, anche se questi tipi di contatti presentavano maggiori problematicità e indubbi pericoli, anche personali. […] Decisi anche, sulla base delle facoltà concessemi dal codice di rito, di non informare, in quella fase, la Procura della Repubblica di Palermo. Ciò in relazione a quanto ho descritto in questa sede sui contrasti sorti tra i magistrati di quell’Ufficio sugli sviluppi dell’inchiesta mafia-appalti ricordati anche dalla dott. sa Liliana Ferraro nella deposizione qui resa il 16.6. 2016”.

Il nostro obiettivo? La collaborazione di Vito Ciancimino

L’ex numero uno del Sisde, durante le sue dichiarazioni spontanee sottolinea più volte, rimarcando bene le parole che “l’intento era quello di ottenere la collaborazione del Vito Ciancimino” o “almeno qualche informazione utile ai fini delle indagini che avevo in corso”.  Così “come emerge dalla stessa risposta da me formulata al Ciancimino a conclusione dei nostri contatti confidenziali e da lui riportata, sia nelle dichiarazioni fatte successivamente ai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo a partire dal 27 gennaio 1993, si veda in particolare le dichiarazioni rese il 17 marzo 1993 alle ore 09.30 che nello scritto di suo pugno, intitolato “I Carabinieri“ , sequestrato al figlio Massimo nel corso di una perquisizione a cui venne sottoposto, in Palermo, il 17 febbraio 2005(…) La mia replica infatti prevedeva la consegna incondizionata dei capi di Cosa nostra posizione questa che fa ampiamente comprendere come una trattativa, basata per sua natura su di un dare ed un avere, non era stata, almeno per quanto mi riguardava, nemmeno ipotizzata”.   Poi l’affondo dell’ex ufficiale dell’Arma: “In questa e in altre vicende, a seconda di quali sono gli specifici interessi di chi le tratta, io e De Donno veniamo considerati alternativamente o dei fuoriclasse dell’investigazione o tanti minus habens che procedevano nelle indagini senza la parvenza del discernimento”.

La cattura di Salvatore Riina

“Il18.12.1992 Ciancimino venne arrestato in esecuzione di un provvedimento di custodia cautelare emesso, sul presupposto del pericolo di fuga, dalla Corte d’Appello di Palermo. E quindi non contribuì in alcun modo alla cattura di Totò Riina, ma sono convinto che, se avesse potuto e ne avesse avuto il tempo, ci avrebbe messo sulla pista giusta. Il 22 gennaio 1993 svolsi il colloquio investigativo con Vito Ciancimino che dichiarò essere sua intenzione riaprire con noi il rapporto confidenziale interrotto dal suo arresto. Gli chiarii la nuova situazione per cui la prosecuzione di un dialogo poteva avvenire solo su di un piano di formale collaborazione con gli organi dello Stato e quindi con la magistratura competente. Dopo qualche tergiversazione egli accettò. Rientrando al ROS, trovai ad attendermi il dott. Caselli. Il magistrato, presente anche il generale Subranni, manifestò la sua soddisfazione per questa prima apertura e mi annunciò che avrebbe iniziato al più presto l’escussione del Ciancimino[…]La tempestività nell’informare della vicenda il Procuratore della Repubblica di Palermo sta a ribadire che, da parte mia, non vi era alcuna volontà di nascondere qualcosa, ma solo quella di incanalare un tentativo sicuramente difficile, ma potenzialmente molto fruttuoso, verso il referente non solo competente per funzioni, ma anche pienamente disposto sostenermi, in quanto convinto dell’importanza dell’iniziativa. Atteggiamento che la precedente direzione della Procura ritenevo non avesse”. 

“Il 27 gennaio 1993 iniziarono gli interrogatori di Vito Ciancimino da parte del dr. Giancarlo Caselli e del dr. Antonio Ingroia. Nel corso delle sue dichiarazioni il Ciancimino riepilogò le modalità dei suoi contatti con me e De Donno su cui nulla ebbero ad eccepire i magistrati procedenti, Giancarlo Caselli e Antonio Ingroia” e in merito alle dichiarazioni del Ciancimino, “i magistrati della Procura della Repubblica di Palermo Caselli, Pignatone, Ingroia e Patronaggio conferirono, da quell’estate del 1993 e sino al 1997, una serie di deleghe d’indagini alla Sezione del ROS comandata dal capitano De Donno che le espletò senza che, all’esito, fosse eccepito qualcosa”.

La mancata perquisizione del covo di Riina

“Un anno dopo la cattura di Riina- dichiara Mori ai giudici-  iniziarono una serie di articoli giornalistici che mettevano in dubbio le modalità della cattura del capo di “cosa nostra” ed evidenziavano, in particolare, la mancata perquisizione della sua abitazione […] La polemica, riproposta negli anni, indusse la Procura della Repubblica di Palermo ad aprire per due volte un fascicolo processuale che venne chiuso, in entrambi i casi, con la richiesta di archiviazione. La seconda richiesta non venne accolta dal GUP del Tribunale di Palermo che dispose (18 febbraio 2005) il rinvio a giudizio mio e del capitano Sergio De Caprio che aveva proceduto materialmente all’arresto, per favoreggiamento del Riina, con l’aggravante dalla finalità di avere agevolato l’associazione mafiosa. Con sentenza del 20 febbraio 2006, la terza Sezione Penale del Tribunale di Palermo ci assolse perché il fatto non costituiva reato e la Procura della Repubblica non interpose appello. Nel corpo della motivazione venne tra l’altro affermato che non vi era stata nessuna trattativa tra i Carabinieri del ROS e cosa nostra”.

Massimo Ciancimino, calunniatore

Nel memoriale Mori parla ampiamente anche del controverso teste Massimo Ciancimino, che per la prima volta un tribunale italiano, lo bolla come “calunniatore”. Ecco le sue parole:  “Il signor Massimo Ciancimino, a partire dalla primavera del 2008, ha rilasciato una serie di dichiarazioni ai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo in relazione ai rapporti che il padre intrattenne con me e l’allora cap. Giuseppe De Donno”.

“Su questi rapporti, come inizialmente ho ricordato, sin dalla seconda metà degli anni novanta, erano intervenute, in sedi giudiziarie diverse, sia le dichiarazioni mie e di De Donno, che quelle di alcuni collaboratori di giustizia, trovando ampio risalto e diffusi commenti sugli organi d’informazione. Voglio cioè dire che praticamente tutto, sin da quell’epoca, era noto. Logica avrebbe voluto che, in quel periodo, se Vito Ciancimino o i suoi familiari avessero ritenuto di individuare falsità, o ricostruzioni degli avvenimenti non aderenti alla realtà, avrebbero potuto intervenire a loro volta per puntualizzare o smentire ogni aspetto ritenuto falso o non corretto, al fine di ristabilire la verità ed il loro buon nome”. “Nel frattempo però egli era stato coinvolto in un procedimento penale relativo alla gestione del patrimonio paterno che, in appello, lo ha visto condannato a tre anni e quattro mesi di reclusione. Nel contesto di questa vicenda, egli aveva subito, 17 febbraio 2005, una perquisizione, prima da me ricordata, disposta dalla Procura della Repubblica di Palermo, nella quale era stata sequestrata documentazione autografa di Vito Ciancimino, relativa anche alla fase dei contatti con me ed il cap. De Donno[…] anche allora Massimo Ciancimino, seppure sollecitato dai magistrati che procedevano, aveva ritenuto di tacere e mantenne tale atteggiamento anche durante il processo in primo grado che lo riguardava, iniziato il 15.11.2006, e conclusosi per lui, con una condanna a cinque anni ed otto mesi di reclusione”.

“Solo il 7 aprile 2008, un mese dopo l’inizio del procedimento d’appello a cui era interessato, aperto il 6 marzo 2008, il Ciancimino decise di rilasciare dichiarazioni in merito ai rapporti, di circa sedici anni prima, tra il padre e gli ufficiali del ROS”.

“Dichiarazioni, caratterizzate da un’inusitata diluizione nel tempo, accompagnate da fughe di notizie e preannunci sensazionalistici, inframmezzate da interviste sui giornali ed apparizioni televisive ben orchestrate, hanno creato una sorta di processo mediatico, tutt’ora in corso, che ha finito per indurre, nell’opinione pubblica, convincimenti che i fatti e gli esiti processuali non hanno assolutamente ratificato ed hanno, anzi, sonoramente smentito”.  “Oltre agli aspetti che riguardano i contatti miei e del dott. De Donno con Vito Ciancimino che tratterò qui di seguito, Massimo Ciancimino ha sottolineato che il padre: aveva rapporti con il prefetto Emanuele De Francesco e l’Alto Commissario Domenico Sica; aveva fatto parte di Gladio; era stato contattato dal ministro Attilio Ruffini per evitare che la mafia si intromettesse nelle ricerche dell’on. Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse; era stato anche interessato, sempre dall’on. Ruffini, perché non emergessero le responsabilità della Francia nel disastro aviatorio di Ustica; era in contatto con tale  “Carlo/Franco“, un funzionario dei Servizi di Sicurezza che assicurava il collegamento con i ministri Mancino e Rognoni, i quali erano al corrente della trattativa in corso tra il padre e i Carabinieri. Con questa persona anche Massimo Ciancimino aveva avuto rapporti sia diretti che mediati da altri appartenenti ai Servizi”.

“Il Ciancimino gioca la sua utilitaristica partita, infatti riportando in maniera volutamente asettica, ma soprattutto de relato, affermazioni e vicende della vita del padre, si è ritagliato una parte che è nello stesso tempo quella di vittima e di spettatore. Spettatore però interessato a comparire quale dichiarante pienamente credibile per la Procura della Repubblica di Palermo nel cui Tribunale si decidono le sorti della principale vicenda nella quale era stato direttamente coinvolto e relativa al patrimonio paterno” ma “ che la sua collaborazione appaia sospetta, consegue, in primo luogo, dalla constatazione che egli si è deciso a rilasciare dichiarazioni, solo a circa sedici anni dalle vicende di cui riferisce, ed anche a rate. Sono infatti ormai numerosissime le sue dichiarazioni, diluite nell’arco di oltre otto anni e supportate da una altrettanto cospicua produzione documentale!”.

“Io non credo proprio che Vito Ciancimino abbia incontrato il prefetto De Francesco almeno per quanto attiene l’epoca dei fatti indicati da Massimo Ciancimino, 1990/1992, dato che il dott. De Francesco era in pensione da almeno cinque anni e quindi non ricopriva più da tempo incarichi istituzionali  […]però risulta evidente il tentativo del giovane Ciancimino di legarmi in qualche modo all’ambito dei Servizi di allora, e quindi anche a quel “Carlo/Franco”, che nelle sue ricostruzioni risulta costantemente immanente ma, novello Godot in versione 007, mai si manifesta ad altri, così da non essere ancora identificato e questo malgrado calchi la scena informativa asseritamente dall’epoca del ministro Restivo, cioè da più di quaranta anni. Un caso veramente unico nella storia dell’intelligence italiana!”.

Mori: ma quale Trattativa!

“Per trattativa io intendo una negoziazione che presuppone un dare ed un avere. Se questo è il senso che si vuole attribuire ai miei contatti con Vito Ciancimino, allora siamo proprio fuori tema”, dice risoluto l’ex ufficiale dell’Arma” e “ questo termine da me e dal dott. De Donno usato nelle nostre dichiarazioni davanti alle Corti d’Assise di Firenze e Caltanissetta quando avremmo potuto adoperare invece analogamente contatto, relazione, rapporto, scambio di idee, abboccamento, discussione ed altri simili, è diventato la parola d’ordine per un certo tipo di approccio del tutto fuorviante e scorretto ad una specifica indagine su cosa nostra” E proprio sul termine evocativo di Trattativa che “si cimentano tuttora i cultori un tanto al chilo della materia per elaborare ipotesi a vanvera, al solo scopo di tenere in piedi artificiosamente una ben definita impostazione ideologica. Per me Ciancimino era solo ed esclusivamente una potenziale fonte informativa da trattare in base al disposto dell’art. 203 c.p.p. che consente all’ufficiale di pg. questi tipi di contatti”.  

 

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