Cronaca

Stato-mafia: quel processo è un assurdo

Parla monsignor Giorgio Caniato, per 42 anni cappellano nelle carceri e per altri 14 Ispettore all'amministrazione penitenziaria

Il processo sulla trattativa Stato - Mafia – Credits: Ansa

Ha 87 anni, monsignor Giorgio Caniato, ma ha energie fisiche e mentali da far paura alla generazione 2.0. Usa un linguaggio immediato, poco incline alla diplomazia. Proprio per questo è amato e detestato. Ha grande carisma su laici e fedeli. Gesuita, ha trascorso 56 anni nel sistema penitenziario: prima come cappellano di San Vittore con e poi come ispettore generale dei cappellani presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il Dap. Della prigione conosce tutti i segreti e i misfatti. Da sempre oppositore della struttura carceraria come “anti-umana” e “anti-cristiana”, Panorama è riuscita, a intervistare questo alto prelato, che ha vissuto tutta la sua vita dentro le carceri come missione.

Monsignor Caniato, lei ha conosciuto tutti i direttori generali dell’amministrazione penitenziaria: Nicolò Amato, Adalberto Capriotti, Alessandro Margara, Gian Carlo Caselli, Giovanni Tinebra, Franco Ionta. Persone diverse, che hanno lasciato un’impronta sul Dap. Tra di loro, chi una visione degli istituti di pena più simile alla sua?
Certamente il dottor Margara, non c’è dubbio.

Ha conosciuto il giudice Francesco Di Maggio, ex numero due del Dap?
Certo! Benissimo. Era un ottimo magistrato. Un uomo perbene, con principi saldi e ferrei. Avevamo visioni opposte: lui era per l’applicazione del 41 bis, il cosiddetto cardere duro. Io no.

Cioè?
Ho trascorso oltre mezzo secolo di vita nel mondo penitenziario. Prima come cappellano a San Vittore per 42 anni. Poi come ispettore generale dei cappellani del Dap per 14 anni. La misisone pastorale è una sola: significa l’azione della Chiesa in tutti i suoi membri per la realizzazione del suo essere e della evangelizzazione. Gesù ha accostato tutti gli uomini, parlando, operando anche miracoli, senza chiedere nulla. Deve pensare alla tutela dei più poveri, e all’adeguamento del sistema penale alla dignità umana.

Ha avuto modo di conoscere l’ex ministro Giovanni Conso?
Certamente. Ho conosciuto tanti ministri della Giustizia. Conso era un illustre giurista, una persona adamantina, con un altissimo senso del dovere istituzionale, del diritto e del garantismo.

Proprio Conso, quando era Guardasigilli, revocò molti decreti di 41 bis. Secondo la Procura di Palermo, che sta celebrando un processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia contro imputati mafiosi e uomini di Stato, questa revoca sarebbe la prova di un segno di “alleggerimento”, di “distensione” nei confronti di Cosa nostra.
Non posso credere che si pensi una cosa del genere. Un patto tra la mafia e uomini delle istituzioni perché hanno alleggerito il 41 bis? Così si riscrive una storia, è una ricostruzione completamente distorta dalla realtà. Rimango esterrefatto! Conso aveva un alto senso del dovere dello Stato. Ma quale patto e patto: Conso ha revocato (i 41 bis, ndr) per l’alto rispetto alla legalità costituzionale. Erano incostituzionali. Scommetto che ad affermare queste accuse sono quei famosi furbetti delatori, dei collaboratori di giustizia… Non mi faccia aggiungere altro, per favore!

Quando ha iniziato il suo servizio nelle carceri?
Ho trascorso 56 anni nei penitenziari italiani. Oltre mezzo secolo di vita. Prima come cappellano a San Vittore, per 42 anni. Poi come ispettore generale dei cappellani del Dap per 14. È stato grazie a monsignor Cesare Curioni che mi sono avvicinato a questo mondo. Ricordo che nel 1954, a 27 anni, chiesi di essere ammesso tra i cappellani delle carceri. L’allora, cardinale Alfredo Schuster mi reputò troppo giovane e mi designò dopo un anno monsignor Giovanni Battista Montini, che poi divenne Papa Paolo VI.

In che rapporti era con monsignor Cesare Curioni?
Ottimi. Amicali. C’era intesa e stima reciproca. Avevamo la stessa visione del mondo carcerario. E fin dal mio ingresso come cappellano a San Vittore, ho mi sono dato immediatamente da fare per una mia azione pastorale nel mondo carcerario.

Vale a dire?
Non ho mai voluto essere un burocrate. La civiltà di una nazione si misura anche dalla dignità della pena detentiva. E quando le condizioni delle carceri e negli istituti di pena sono disumanizzanti e disumane, tali cioè da non indurre il processo di riconquista del senso di valore a qualunque detenuto, che è Uomo prima di essere detenuto,allora le istituzioni falliscono nel raggiungere i loro scopi. E io ho sempre denunciato il fallimento dello Stato, nel concepire in questa maniera gli istituti di pena dove vigono norme contrarie alla dignità e ai diritti fondamentali dell’uomo.

Lei ha conosciuto anche monsignor Fabio Fabbri?
Sì.

Sapeva che don Fabbri, nel 2008 è stato indagato da due Procure: per riciclaggio in Svizzera e per truffa ai danni dello Stato a Livorno, e che entrambi i fascicoli, per mancanza di “collaborazione” con gli investigatori Usa, sono stati archiviati per insufficienza di prove?
Purtroppo sì.

Nel 2003 lei scrisse una lettera al Parlamento, come ispettore generale dei cappellani del Dap,  in cui reclamò  che “certe restrizioni per i detenuti al 41 bis, “avevano il solo scopo afflittivo di costringere i detenuti a diventare delatori cioè collaboratori”. E precisç: “Non dico pentiti perché per me il pentimento è una cosa seria”. Può spiegarsi meglio?
Innanzitutto non era una lettera, ma una relazione che mi era stata chiesta dalla presidenza del Consiglio e dai due rami del Parlamento. Io ero cappellano a San Vittore quando venne applicato il 41 bis, nel 1992. Ho visto situazioni aberranti. Lo Stato non può rispondere al male con altro male. Inoltre, e questo l’ho sempre detto, sia come cappellano a San Vittore che aveva la competenza per la Lombardia e sia da ispettore generale, che il 41 bis era fallimentare. Infatti i mafiosi cosa facevano? O eccellevano per buona condotta e quindi ricevevano in premio la revoca dell’isolamento, o sceglievano di fare i delatori, o i collaboratori di giustizia. Ma non erano affatto pentiti: il pentimento è cosa seria. Loro si prendevano solo gioco dello Stato e dei magistrati.

Sempre in quella relazione lei disse che il regime di carcere duro equivaleva per “lo Stato italiano ammettere la tortura” e che la “legge Scotti-Martelli conteneva norme anticostituzionali che per fortuna furono tolte”...
Confermo ogni parola. E hanno fatto bene a togliere quel decreto. Era antiumano e anticristiano.

Perché?
In quel periodo, parlo delle bombe di mafia, c’era una grande confusione. Per cui lo Stato reagì in maniera emozionale, repressiva, da “tortura”. Se tu Stato preso dall’emozione crei leggi che sono anticostituzionali, con due sentenze della Consulta che ti dicono che stai violando le norme fondamentali della Costituzione, tu che dovresti dare l’esempio e la garanzia di applicare la legge e garantire i diritti di tutti, che messaggio dai ai detenuti, ai mafiosi, alla società? Quello di non rispettare la legge. Per amministrare la giustizia, lo Stato deve per forza rispondere al male del reato con un altro male, che tra l’altro è incostituzionale? È un paradosso.

Tutti i cappellani delle carceri erano contro il decreto Scotti-Martelli del 1992?
Io parlo per me e sono stato ascoltato molte volte dal Parlamento come cappellano di San Vittore. Ma non ho dubbi. Certamente gli altri cappellani non erano a favore di quel decreto: era disumanizzante.

Ma in complesso come è stata la sua esperienza?
Ho visto situazioni aberranti. Lo Stato non può rispondere al male con altro male. Ho sempre detto che il 41 bis era fallimentare. Infatti i mafiosi furbetti cosa facevano? O eccellevano per buona condotta e quindi ricevevano premi, cioè la revoca dell’isolamento carcerario o facendosi due calcoli con i soldi dello Stato sceglievano di fare i delatori, o i collaboratori di giustizia. Ma non erano affatto pentiti. Il pentimento è cosa seria. Loro si prendevano solo gioco dello Stato e dei magistrati.

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