Cronaca

Consiglio superiore degli sprechi

Si taglia su tutto meno che su poltrone e stipendi del Csm

Plenum del Csm – Credits: Alessandro Di Meo/Ansa

C’è un settore in cui, anche in tempi di spending review, i tagli diventano taglietti, se non operazioni di vero e proprio maquillage. È la giustizia, dove capitoli di spesa ed enti paiono intoccabili. Il più intoccabile è il Consiglio superiore della magistratura, principale tra gli organi di autogoverno del terzo potere. Accanto al Csm infatti esiste un omologo per la giustizia tributaria, il Consiglio di presidenza, c’è poi quello della giustizia amministrativa, un altro ancora per quella contabile, nonché un Consiglio della magistratura militare.

Andiamo per ordine. È un dato ormai incontestato che il Csm, organo costituzionale deputato a garantire l’indipendenza della magistratura, sia diventato un surrogato sindacale legato a doppio filo all’Associazione nazionale magistrati. Il meccanismo è semplice: le correnti politicizzate chiedono voti ai magistrati e in cambio offrono favori da parte dei rispettivi consiglieri in seno al Csm. Il sindacato delle toghe, diviso in correnti, è l’azionista di maggioranza assoluta e decide su trasferimenti, promozioni, procedimenti disciplinari, incarichi extragiudiziari. I consiglieri, insomma, sono chiamati a regolare le carriere di coloro ai quali devono nomina e prebende.

Ma quanto costa il Csm? Scovare bilanci e cifre attuali non è facile, perché nei suoi corridoi il termine trasparenza è sconosciuto. Gli ultimi dati ufficiali sono contenuti in una Gazzetta ufficiale del 2011: due anni fa il budget del Csm ammontava a 35 milioni 374 mila euro, per una pianta organica di 243 addetti. Lo stipendio del suo vicepresidente Michele Vietti, per legge equiparato a quello del primo presidente della Corte di cassazione, è di 140.904 euro netti. Lo stipendio degli otto consiglieri eletti dal Parlamento ammonta a circa 111 mila euro, sempre al netto, cui vanno sommate le indennità di presenza. Queste vanno anche ai 16 componenti togati, che invece continuano a percepire la retribuzione da magistrato. Fino al 2011 i compensi dei consiglieri potevano gonfiarsi a dismisura grazie al meccanismo perverso dei gettoni di presenza, che consentiva di ottenere 306 euro per la partecipazione a un plenum, 144 euro per una seduta di commissione o del comitato di presidenza, 351 euro per le sezioni disciplinari. In questo modo un consigliere che sostava anche per poco in una commissione diversa dalla propria accumulava gettoni. Gli abusi hanno poi indotto il Csm a porre qualche freno. Le nuove regole vietano di partecipare a commissioni diverse da quella di appartenenza e fissano un tetto alle indennità: si può arrivare a 2.760 euro netti mensili per i membri laici, a circa 4 mila netti per i togati.

Ma ci sono altri mille rivoli di spesa, basta analizzare il bilancio. Si scopre che poco meno di 4,9 milioni sono stati destinati alla voce «oneri dei componenti del Csm»: i 24 eletti più i due di diritto, cioè il primo presidente e il procuratore generale della Cassazione. Costoro si riuniscono soltanto 12 volte al mese, ovverosia quattro volte a settimana per tre settimane, fatta eccezione per i membri della sezione disciplinare che si trattengono a Roma anche il venerdì (per un totale di 15 giorni al mese). E la quarta settimana? Vietti chiarisce che questa «settimana bianca» con cadenza mensile «non è una vacanza: consente ai consiglieri di studiare e approfondire le pratiche da trattare».

Nel 2011 sono stati pagati 630 mila euro di straordinari ai dipendenti del Csm, tra i quali spiccano 30 addetti ai «servizi ausiliari e di anticamera», otto dattilografi, una ventina di uscieri e 20 autisti. Le 23 auto blu, che prima del 2011 erano 31, due anni fa sono costate 300 mila euro, mentre 433 mila euro sono serviti a coprire le spese per pulizia, traslochi, facchinaggio, smacchiatura di tappeti e tendaggi. Altri 17 mila euro sono stati impiegati nella «fornitura di capi di abbigliamento al personale autista e ausiliario di servizio»; 703 mila euro sono andati per incarichi professionali, traduttori e interpreti, di cui nulla è dato sapere. Per fare un confronto: il Csm francese funziona con 11 dipendenti e tre chauffeur.

Non è da meno, va detto, il Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, i cui membri (eletti lo scorso 5 agosto) si riuniscono appena una volta alla settimana, fatta eccezione per la «settimana bianca»: quella, come al Csm, è sempre destinata a studi e approfondimenti lontano da Roma. Di solito i 15 componenti del Consiglio tributario si riuniscono il martedì, ma se c’è qualche commissione che va per le lunghe possono trattenersi anche il mercoledì mattina. Le spese di viaggio e alloggio dei consiglieri sono rimborsate e soltanto da qualche anno è previsto l’obbligo di presentare la fattura, di utilizzare soltanto alberghi 4 stelle convenzionati e di spendere per il vitto non più di 61 euro al dì (se sfori, paghi di tasca tua). Nel 2012 il governo Monti ha imposto un taglio del 10 per cento alle indennità dei consiglieri tributari, la cui retribuzione non può superare i 64.800 euro lordi l’anno. Si tratta all’incirca di 3 mila euro netti al mese, che si sommano alla retribuzione originaria di ogni membro.

All’interno del Consiglio, che si riunisce quindi tre o quattro volte al mese, esiste dal 2008 un «Comitato unico di garanzia per le pari opportunità» cui è affidata la nobile missione della «rimozione degli ostacoli che impediscono la piena realizzazione di pari opportunità tra uomini e donne nel lavoro dei giudici tributari». Dato che fino al 2012 il comitato non si è mai riunito, lo scorso giugno il Consiglio di presidenza si è premurato di rafforzarne l’organico estendendo la membership a 15 componenti, cui vengono rimborsate anche le spese per i, finora assai rari, pellegrinaggi romani.

Se le pari opportunità rappresentano un’incontestabile urgenza, si osa invece sollevare qualche dubbio sulla necessità di tenere in piedi la macchina della magistratura militare, dotata anch’essa del suo organo di autogoverno. Mentre si passano al setaccio le spese dei parlamentari, nessuno batte ciglio sul fatto che lo Stato stipendi 48 magistrati che ogni anno trattano in media 60 procedimenti in tutto. Sono perlo più reati da poco, dall’insubordinazione all’assenza dal servizio.

Anche tra i magistrati si fa largo l’idea che forse non sia conveniente foraggiare per 365 giorni un organo cui manca l’oggetto del contendere, tanto più dopo l’eliminazione della leva obbligatoria e l’esaurimento delle cause per i crimini di guerra. I magistrati militari, comunque, hanno gli stessi stipendi e la medesima automatica progressione di carriera dei colleghi ordinari. Anche per loro cancellieri, segretari, assistenti, guardie, autisti e auto blu. In tempi di crisi, dove viene presentata come grande «vittoria democratica» l’aumento dei prezzi alla buvette della Camera, non si capisce perché nessuno metta mano a una situazione tanto inefficiente. Se poco hanno da fare i magistrati militari, figuratevi il loro consiglio di autogoverno, un organo di sette membri istituito nel 1988 con gli stessi compiti del Csm, ma limitatamente ai 48 magistrati militari superstiti.

Sempre in tempi di spending review, si potrebbe discutere del privilegio dei magistrati amministrativi (in particolare, a quelli del Tar del Lazio e del Consiglio di Stato) i quali, oltre a percepire le generose retribuzioni, possono ricoprire un incarico espressamente inibito agli ordinari, ovvero quello di presiedere le commissioni arbitrali grazie alle quali incamerano compensi a percentuale su somme milionarie. «Ritengo sia una situazione da far cessare» commenta Vittorio Borraccetti, membro togato del Csm. «Sarebbe meglio evitare perché simili compensi possono comportare un elemento di disturbo». Ma i magistrati amministrativi non ci pensano nemmeno, e anche loro per autogovernarsi hanno un Consiglio di presidenza: 19 membri con rimborsi e indennità di missione al seguito. In ultimo, si stagliano solitari e laboriosi i Consigli giudiziari, ovvero gli organi territoriali di autogoverno costituiti presso ogni corte d’appello. Qui si lavora per davvero. Spetta infatti a questi piccoli «Csm distrettuali» l’attività consultiva svolta in materia di carriera dei magistrati e di cambio di funzioni, nonché l’attività istruttoria nei procedimenti per la magistratura onoraria. Bene, i membri di questi organi decentrati (sei componenti nei distretti con meno di 350 magistrati) non percepiscono alcuna indennità, ma hanno diritto a una riduzione del carico di lavoro dei due terzi rispetto ai colleghi. La ragione è che macinano lavoro per davvero, quindi vengono sgravati di ulteriori compiti. Forse, in tempi di crisi e tagli, la logica dello sgravio dovrebbe prevalere. Ma per ora, a quanto pare, prevalgono soltanto i rimborsi.

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