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Cronaca

Siena: la festa è finita

Il Santa Maria della Scala, uno dei monumenti più famosi, rischia la chiusura. È solo l’ultimo episodio che si abbatte sulla città del Palio. Travolta da una crisi culturale, politica ed economica. E adesso tocca alla magistratura.

Sbandieratori al Palio di Siena (Credits: Ansa)

Un totem di plastica bianca annuncia alcuni concerti in cartellone lo scorso aprile e una mostra che doveva chiudersi a luglio. Nient’altro a segnalare l’ingresso in uno dei monumenti medioevali più spettacolari d’Europa, l’Ospedale di Santa Maria della Scala, nella piazza del Duomo di Siena: 1.000 anni di storia disposti su otto livelli, che raccolgono in oltre 200 mila metri cubi testimonianze etrusche, romane, medioevali e rinascimentali, fino agli apparati del nosocomio vero e proprio, da cui l’ultimo malato fu dimesso nel 1996.

Adesso il malato è lui, il grande complesso collocato su quella che Cesare Brandi definì «l’Acropoli di Siena» e che ha rischiato di chiudere i battenti il 1° settembre, se non fosse intervenuta la mobilitazione dei senesi, che ha portato prima il governatore della Toscana Enrico Rossi a promettere uno stanziamento di 400 mila euro e poi il commissario del Comune di Siena Enrico Laudanna, insediatosi a giugno dopo la caduta del sindaco pd Franco Ceccuzzi, a dirottare 70 mila euro destinati ai festeggiamenti di fine anno verso questa emergenza culturale e occupazionale.

Ma se i botti di fine anno hanno evitato quello del Santa Maria, come chiosano cinicamente i senesi, tutti sanno che si tratta solo di una boccata d’ossigeno che permetterà di tenere aperta la struttura per qualche mese, visto che la gestione ordinaria dell’immobile costa 1,2 milioni l’anno. Di nuove mostre neanche a parlarne: quella sui Lorenzetti è pronta da due anni ma mancano i soldi per gli allestimenti, mentre del progetto per portare al Santa Maria della Scala la Pinacoteca nazionale e il dipartimento di storia dell’arte dell’università non c’è più traccia. Con il ridimensionamento in atto, oltre a un buon numero di sale, verrà chiuso anche il Museo archeologico, mentre la biblioteca di uno dei più importanti storici dell’arte italiana, Giulio Briganti, rimarrà aperta ma spiccherà nel suo splendido isolamento. «L’idea iniziale era di farne il centro documentale dell’arte figurativa senese» dice Pierluigi Piccini, che come sindaco di Siena aveva ideato il nuovo Santa Maria della Scala. «Per questo comprammo la Biblioteca Briganti, a cui dovevano aggiungersi altre acquisizioni più i laboratori dell’università, unendo il patrimonio della curia a quello del comune. L’idea era che chiunque nel mondo volesse parlare d’arte senese dovesse venire qui».

A questo punto solo la visione di fondo dell’architetto Guido Canali, che pensò la ristrutturazione del Santa Maria come un cantiere permanente, si è avverata: infatti, dopo i 25 milioni di euro investiti per restaurare 20 mila dei 40 mila metri quadrati del complesso, ne servirebbero almeno altrettanti per completare i lavori.

Ma come si è giunti al disfacimento della cultura senese? Il colpo di grazia è arrivato nel 2007, quando Santa Maria della Scala passò al comune, diventandone un semplice ufficio, un’appendice clientelare che si popolò di personaggi che nulla avevano a che fare con la cultura, ma contigui alla politica, quella che impasta tutta la città.

Poi è arrivata la crisi finanziaria mondiale, la disastrosa acquisizione dell’Antonveneta da parte dell’Mps che ha assorbito quasi 10 miliardi di patrimonio, mentre i 2 miliardi riversati sul territorio dalla fondazione in 15 anni si sono come dissolti. E così si è detto addio (forse) per sempre alla «boriosa autosufficienza» di Siena, come la definiva Ceccuzzi, prima con l’arrivo del tandem «straniero» Alessandro Profumo-Fabrizio Viola al vertice di Rocca Salimbeni e poi con lo sbarco del commissario prefettizio Laudanna al vertice del comune, caduto a giugno per mano di otto esponenti del Pd contrari alle nomine in Fondazione Mps e ora sospesi dal partito.

Ma Ceccuzzi crede ancora al progetto di una fondazione pubblico-privata per rilanciare Santa Maria della Scala. «Ammetto che in passato ci sono state troppa burocrazia e una scarsa gestione culturale» dice l’ex sindaco, che è già in pista per un secondo mandato e chiede elezioni anticipate a novembre per salvare il salvabile in città, «ma con la fondazione si poteva condividere la gestione e la banca era pronta a partecipare, così come eravamo a un passo dal fare entrare anche la curia nel progetto di un museo dell’arte senese. Bastano 100 mila euro e si parte».

Molti di più ne serviranno per sostenere il progetto Siena Capitale europea della cultura 2019. Per presentare la candidatura c’è tempo fino al prossimo giugno, però il lavoro fatto finora (e finanziato con 130 mila euro avanzati dalla mostra di Duccio del 2003) non piace quasi a nessuno: a partire dal direttore di candidatura Pierluigi Sacco, docente di economia della cultura allo Iulm, fino al logo scelto dal comitato, in cui campeggia un «Sieu2019» che solo pochi mesi fa si è scoperto essere il nome di un paesino romeno. Tutto da rifare, quindi.

Sarà un autunno caldo anche per le altre istituzioni cittadine e per la banca che, dopo perdite di 1,617 miliardi nel primo semestre 2012, entro settembre vuole chiudere il capitolo esuberi, sindacati permettendo. Al centro della trattativa ci sono i 2.400 dipendenti del Consorzio informatico, il cosiddetto «back office»: dovrebbero essere ceduti alla Bassilichi, società toscana partecipata anche dall’Mps, che però applica il contratto dei metalmeccanici, molto meno vantaggioso di quello bancario. Poi c’è il nodo dei contratti di solidarietà: secondo fonti finanziarie, l’accordo sulla loro applicazione a tutti i dipendenti Mps sarebbe già stato raggiunto a Roma, dove al vertice dell’Abi siede Giuseppe Mussari, che dal 2001 al 2006 è stato presidente della Fondazione Mps e poi al vertice della banca fino all’avvento di Profumo ad aprile 2012. E, proprio come presidente dell’Mps, Mussari il 19 ottobre si dovrà presentare davanti al gup per una richiesta di rinvio a giudizio nell’ambito dell’indagine sulle modalità di ampliamento dell’aeroporto di Ampugnano, alle porte di Siena, insieme ad altri nove indagati.

Il 14 dicembre, invece, il gup dovrà decidere sul rinvio a giudizio per i componenti del seggio e della commissione elettorale che il 21 luglio 2010 elessero Angelo Riccaboni a rettore dell’Università di Siena. L’ateneo, al centro di un’altra inchiesta per un buco di oltre 200 milioni, per cui sono già state rinviate a giudizio 18 persone con l’accusa di dissesto, nel 2011 ha registrato un disavanzo di gestione di 38,8 milioni e prevede un rosso di 22,4 anche quest’anno. Per questo ha ceduto due immobili, San Niccolò per 73 milioni e l’Ospedale Le Scotte per 108, ma adesso torna sul mercato con Palazzo Bandini Piccolomini (base d’asta 6,5 milioni), mentre in città si scommette che stia per essere messo in vendita anche l’immobile di Pian dei Mantellini, sede della facoltà di matematica.

Voci che si rincorrono, come quelle, poi confermate, dell’apertura da parte della Procura di Siena e della Corte dei conti di un fascicolo su un presunto buco nel bilancio 2011 da 10 milioni di euro nell’Asl 7. Per la Regione Toscana si tratta solo di uno squilibrio di circa 10 milioni e «se l’Asl di Siena ci avesse comunicato per tempo la differenza tra il preconsuntivo 2011 e il consuntivo definitivo non ci sarebbe stato nessun problema a conferire alla stessa asl le risorse necessarie per raggiungere il pareggio di bilancio». Ma la notizia fa discutere la città, visto che a capo della Asl 7, da dicembre 2009 a settembre 2011, sedeva Laura Benedetto, moglie del presidente della Regione Toscana Rossi.

E in questo clima di continua emergenza si teme lo scoppio dell’ultima bomba, quella che riguarda il dissesto finanziario del comune. Nella sua ultima bozza di delibera la Corte dei conti ha rilevato una valutazione «complessivamente negativa in termini di sana gestione finanziaria e di mantenimento degli equilibri di bilancio negli esercizi futuri» che si è conclusa con l’avvio della procedura «ai fini delle valutazioni sull’effettiva sussistenza delle condizioni di dissesto o predissesto». E se questo vale per la gestione 2010, chissà che cosa potrà accadere con quella 2011 e 2012, su cui pesa anche il doppio abbassamento del rating comunale da parte di Moody’s.

Intanto il commissario Laudanna, tacciato da alcuni di occuparsi troppo di Palio e poco di bilanci, ha deciso di mettere in sicurezza i conti della città aumentando al massimo l’addizionale comunale Irpef. Solo le 17 contrade non la pagheranno: per il quinto anno consecutivo sono state esentate dal pagamento delle tasse, ma stanno ancora aspettando i 700 mila euro tradizionalmente erogati dalla fondazione per il Palio. Gli sbandieratori non dichiareranno imponibile, ma forse la festa è davvero finita.

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