Cronaca

A Scampia regnano droga e terrore

L'omicidio nella scuola materna purtroppo non sarà l'ultimo episodio di sangue di questa faida

Il cortile della scuola materna di Scampia dov'è avvanuto l'omicidio (Credits: Ansa/Cesare Abbate)

“Vogliono tutto e subito. Spesso agiscono sotto l'effetto della cocaina. Per mille euro sono pronti a uccidere. Di notte e di giorno. Non esitano a violare quello che, nell'immaginario collettivo, è considerato un luogo sacro. Non hanno regole. Più alzano il tiro, più acquistano prestigio”.

Sono le anime nere risucchiate nel gorgo di Scampia. Carnefici e vittime di se stessi. Nell'ultima faida due killer, incappucciati e in sella a uno scooter, sono entrati persino nel cortile di una scuola materna. Hanno sparato a un gregario della fazione opposta mentre i bambini cantavano le canzoncine di Natale. L'omicidio più feroce di sempre. O forse, "solo l'ultimo delitto” dice Giacomo Di Gennaro, docente di sociologia all'Università Federico II di Napoli, che coordina del master in criminologia e diritto penale attivato in Ateneo e collabora con la Procura di Napoli come consulente in delicate indagini sulla camorra.

Cosa sta accadendo a Scampia?

“I vecchi capi che reggevano i clan sono tutti in galera. Sulla scena ci sono i nuovi gruppi: giovani, molti giovani, che si sono “formati” nella cultura della violenza della precedente faida di Scampia: nel 2004 erano bambini o adolescenti, ora tentano di prendere le redini del comando, mostrando cinismo e aggressività che, per certi aspetti, lasciano interdetti ma hanno una spiegazione semplice nel vissuto di questo quartiere martoriato e in questo salto generazionale. I ventenni cercano di appropriarsi del controllo delle piazze di spaccio. Con gesti eclatanti puntano a farsi riconoscere come boss nascenti. Devono dimostrare che non hanno paura di colpire e che sono affidabili nel portare a termine azioni di sangue anche per legittimarsi agli occhi dei grandi fornitori di droga legati alla mafia o ai cartelli esteri. Combattono, dunque, una guerra tra clan o fazioni rivali, ma sono anche in lotta tra loro. Per il dominio interno all'organizzazione. A Napoli non c'è una lunga tradizione di “pax territoriale” e permane un'alta densità di gruppi criminali e camorristici. Ciò produce accordi facilmente disgreganti e disgregabili”.

È una guerra senza regole che affonda le radici nel passato?

“Non nella storia della camorra. Negli anni 70 e 80 c'era ancora un codice che regolava le attività illegali e sociali dei gruppi criminali napoletani: stabiliva che donne e bambini, sacerdoti e anziani non dovevano essere coinvolti o colpiti, anche quando si generavano situazioni di conflitto. C'era una condivisione, per così dire, di valori e significati comuni anche tra i boss e gli uomini che reggevano il clan. Carmine Alfieri è tra gli ultimi esponenti di questa vecchia camorra che, nella gestione degli affari illeciti, comunque non escludeva l'intimidazione e la violenza. Ma negli anni 90 questo sistema è saltato, come dimostra il lungo elenco di vittime innocenti, uccise per sbaglio nei conflitti, per effetto di uno scompaginamento dei già numerosi gruppi criminali. E per la posta in palio: il traffico di droga in una delle piazze più importanti d'Europa”.

C'è un episodio che segna il passaggio tra il vecchio e nuovo sistema?

“C'è un elemento che accomuna i nuovi episodi: la cocaina, spesso assunta prima di compiere un agguato. In passato, c'era piena consapevolezza e attenzione nell'azione criminale, ciò significava anche fare in modo di non colpire altre persone. Dalla fine degli anni 80 molti killer reclutati dalla camorra fanno uso di droga”.

Questo significa che tutti possono diventare bersaglio e nessun luogo è più inviolabile.

“Come accade, purtroppo, da anni. Lino Romano, il giovane assassinato per un errore di persona dai killer di Scampia, è l'ultima vittima innocente di un lungo elenco in cui spicca, ad esempio, il nome di Annalisa Durante, a 14 anni uccisa per strada, a Forcella, da una pallottola vagante”.

L'impressione è che a Scampia i nuovi gruppi criminali alzino ancora il tiro. Perché?

“La sfrontatezza senza dubbio è una caratteristica di questa faida e si capisce perché il territorio da un bel po' di settimane è molto controllato da tutte le forze dell'ordine. Ma, per scadenza dei termini di custodia cautelare, sono usciti di galera diversi affiliati a clan di camorra. C'è una stretta correlazione tra le scarcerazioni e la recrudescenza nello scontro. Il tentativo è quello di ridisegnare la mappa delle aggregazioni e del comando. Alzare il tiro è un modo per acquistare prestigio”.

Non crede che l'ultimo terrificante agguato, di mattina, davanti alla scuola materna, possa produrre l'effetto contrario: ridurre il consenso, rompere il muro d'omertà?

“La lunga lista di vittime innocenti avrebbe già dovuto produrre una forte mobilitazione. Questo non accade innanzitutto perché c'è l'idea distorta che il problema non ci riguarda fino a che non esplode, e poi avere fiducia nello Stato non è automatico”.

Quanto può durare questa strategia del terrore?

“Ancora poco, a mio parere, per due ragioni. La prima è che non si tratta di uno scontro tra grandi clan. La seconda per l'esperienza sul territorio maturata nelle indagini del 2004 dalle forze dell'ordine: sono in grado di prosciugare più rapidamente questa scia di sangue. Ma non sarà l'ultima faida”.

È una triste previsione che applica alla camorra la teoria dei corsi e ricorsi storici?

“È una previsione realistica, non rassegnata. O meglio, un appello a non sottovalutare il contesto della faida. Nel quartiere alla periferia di Napoli restano da abbattere due Vele su tre, da assegnare le case popolari. Disagio e degrado riproducono le generazioni criminali. Eppure, come la Tav, anzi più del progetto dell'Alta velocità, ridisegnare urbanisticamente questi territori dovrebbe essere oggi una priorità. Il presidio delle forze dell'ordine è utile, non risolutivo. Occorre ridare un volto umano a Scampia”.

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