Cronaca

Quando il maschio ti prende a calci

Il caso di Rosaria Aprea, l'ex miss cui il fidanzato ha spaccato la milza a calci, ci interroga sulla subcultura maschilista del nostro Paese. Forse - per rifondare una cultura del rispetto tra i generi - bisognerebbe ripartire dalle parole e dal linguaggio

Di Franca Roiatti

“Le ho dato solo un calcio” dice Antonio Caliendo. Rosaria Aprea, la sua fidanzata ventenne (e madre di suo figlio), è in un letto d’ospedale senza più la milza, picchiata da un uomo che dice di essere dispiaciuto, di amare questa bella ragazza, incoronata miss nel 2010. La polizia cerca di far luce su una vicenda che ha precedenti.  Antonio aveva già alzato le mani su Rosaria, per gelosia raccontano le voci e le cronache. Lui si difende davanti al Gip: una lite banale, lei mi ha spinto, l’ho spinta anche io”. 

 

Si schernisce Antonio, e ammette altri momenti di tensione,  liti, “qualche schiaffo”, quasi fosse normale, quasi Rosaria fosse un pallone, cui durante una partita dai  un calcio stizzito  perché non riesci a fare goal o subisci troppi falli. E poi ti scusi con l’arbitro per evitare il cartellino giallo.  L’aspetto più agghiacciante di questa vicenda, come di molti episodi di violenza ai danni di mogli, compagne, amiche, è questo tentativo di  minimizzare, di ricondurre tutto a un raptus momentaneo, a una situazione sfuggita di mano: uno schiaffo troppo forte, un “solo” calcio di troppo. Molti uomini sembrano incapaci di comprendere fino in fondo la gravità di quanto hanno commesso, a volte perfino di fronte alla morte delle donne che dicevano di amare.

 

Che cosa alimenta questi comportamenti mostruosi? Che cosa allontana così tanto gli uomini dalle donne, e fa loro credere che siano palloni da prendere a calci? Da dove nasce questa rabbia che annichilisce il pensiero e il dialogo all’interno di una coppia o di una famiglia?  È colpa della crisi del maschio, spaventato dalle donne volitive e autonome? Oppure della (sotto)cultura che vuole la donna ridotta a corpo da esibire e da abusare? Le ragioni probabilmente sono molte e ad accomunarle c’è una profonda ignoranza, ovvero una scarsa conoscenza del valore dell’altro. Proprio come la conoscenza comincia dalla parole, credo che la battaglia contro la violenza debba partire dalle parole. Suggerire alle donne maggior “sobrietà”, ovvero meno tacchi e gonne più lunghe per essere prese più sul serio (e magari non suscitare gelosie) non è un contributo intelligente al dibattito, è una sciocchezza. Mettere a tacere qualcuno urlando e insultando è già un’aggressione. Il rispetto deve partire dal linguaggio, non è un esercizio sterile. Serve a capire che un calcio non può mai essere “solo” un calcio.    

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