Cronaca

Quella sottile arte della diffamazione

A processo i giornalisti dell'Espresso che accusarono la portavoce di Maroni. Non indagata, ma intercettata per un anno

maroni-votino

Isabella Votino, portavoce di Roberto Maroni - Milano, 23 febbraio 2017 – Credits: ANSA/MARFISI

Un tempo la gogna mediatica richiedeva almeno un avviso di garanzia, oggi è un requisito superato. Basta che la vostra utenza telefonica finisca in un brogliaccio della polizia giudiziaria, in qualche carta dell'inchiesta, ed ecco che il vostro nome sarà spiattellato ai quattro venti insieme a quello di temerari 'ndranghetisti.

Succede a Isabella Votino, portavoce del presidente della Lombardia Roberto Maroni, che il 6 novembre 2014 si ritrova protagonista involontaria di un articolo de L'Espresso dal titolo "L'antimafia intercetta Lady Pirellone". Di primo acchito, il lettore è indotto a ritenere che la professionista beneventana sia implicata in giri loschi e mafiosi. Procedendo nella lettura invece si scopre che le collusioni criminose non riguardano lei, che non risulta neppure indagata, ma un'inchiesta della Dia di Reggio Calabria su presunti collegamenti della 'ndrangheta con la politica leghista.

La colpa della Votino è essere stata risucchiata nel gorgo delle captazioni telefoniche, come prevedibile per la portavoce di una figura apicale della Lega. "La donna per quasi un anno" scrivono i giornalisti Lirio Abbate e Giovanni Tizian "è stata ascoltata dagli 007 dell'antimafia mentre discute alleanze tra partiti in vista delle elezioni lombarde con alcuni leader del Pdl. Il profilo che emerge dalle conversazioni non è quello di un portavoce, ma di un vero consigliere politico di Maroni".

Viene da chiedersi se sia giusto impiegare i soldi dei contribuenti per ricostruire il "vero ruolo" di una giovane lavoratrice, all'epoca 35enne, che ricopre un ruolo impegnativo a metà tra burocrazia e politica. L'attività dei magistrati dovrebbe puntare ai reati, non ai retroscena del potere. Votino non ha mai ricevuto un avviso di garanzia, l'inchiesta naviga in acque incerte, le indagini vanno avanti da anni senza l'ombra di un rinvio a giudizio.

In compenso, si staglia una montagna di melma mediatica. L'onnisciente Roberto Saviano non perde occasione per far sapere che lui sa, così rilancia l'articolo su Facebook con postilla savianea: "Maroni, da ministro degli Interni, s'indignò perché avevo semplicemente parlato di presenza della 'ndrangheta al Nord e di interlocuzione con la Lega. Col senno di poi credo che la sua indignazione fosse piuttosto paura. E che ci fosse molto di più di un'interlocuzione", ohibò.

Adesso i due cronisti de L'Espresso dovranno difendersi in tribunale poiché il gip di Roma li ha rinviati a giudizio con l'accusa di diffamazione aggravata. È imputato pure l'ex direttore del settimanale Luigi Vicinanza. Il processo avrà inizio il 18 ottobre davanti all'ottava sezione penale del tribunale capitolino. Per carità, la presunzione di innocenza vale per tutti, inclusi i cronisti de L'Espresso che pure negli ultimi tempi han combinato qualche pasticcio.

Come non ricordare l'intercettazione inventata su Lucia Borsellino ("Va fatta fuori come il padre")? I due cronisti che riportarono il colloquio mai documentato e smentito dalla stessa procura palermitana tra il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta e il suo medico, Matteo Tutino, sono stati rinviati a giudizio per calunnia e pubblicazione di notizie false. E che dire dell'intollerabile linciaggio mediatico ai danni della virologa Ilaria Capua, eletta deputata nelle file dei montiani e inchiodata nel ruolo di trafficante di virus da una memorabile copertina per la quale mai nessuno ha chiesto scusa? Com'è noto, la scienziata è stata prosciolta da ogni accusa, si è dimessa dal Parlamento ed è andata a dirigere un centro di ricerca in Florida.

© Riproduzione Riservata

Commenti