Cronaca

Il piccolo Bossetti, mamma Ester e i signori

L'uomo accusato di aver ucciso Yara era un bambino solitario che non legava con gli altri. E nelle carte dell'indagine si scava nel contesto familiare per capire perché avrebbe assalito una tredicenne

Massimo Giuseppe Bossetti

Massimo Giuseppe Bossetti, il presunto assassino di Yara Gambirasio – Credits: ANSA/ UFFICIO STAMPA POLIZIA

Un bambino solitario e riservato, che non legava con gli altri, a differenza della sorella che era molto più espansiva. Così viene descritto Massimo Bossetti dai testimoni, le cui testimonianze sono state riportate negli atti ufficiali a chiusura dell’indagine. Nel quartiere dove abitava da piccolo si diceva soffrisse di crisi epilettiche, ogni tanto sveniva e cominciava a tremare. Un pomeriggio era stato male al punto da chiamare l’ambulanza. La madre era una donna autoritaria, ben vestita, appariscente, curata nell’aspetto, il padre l’esatto opposto.

 


Sono particolari della vita di Massimo Bossetti che dovrebbero restare privati. Ma di fronte a un caso come questo, in cui un uomo di 44 anni viene accusato dell’omicidio a sfondo sessuale di una ragazza di tredici, ogni dettaglio è destinato ad avere un peso. Di più, gli inquirenti negli atti mettono insieme i tanti piccoli pezzetti nascosti della vita di Bossetti e della sua famiglia in un quadro d'insieme che viene definito “contesto predisponente” al reato. Ovvero una sorta di spiegazione del perché un uomo adulto e padre di famiglia rivolge e indirizza le sue attenzioni sessuali verso una ragazza che frequenta la scuola media e porta ancora l’apparecchio per i denti.

Ecco allora che perfino mamma Ester viene chiamata pesantemente in causa. Non soltanto in quanto passaggio investigativo decisivo, attraverso il dna, nell’arrivare all’individuazione di Ignoto uno. Ma soprattutto in quanto mamma di un bambino che è cresciuto in un contesto familiare particolare che potrebbe aver segnato il suo carattere e la sua personalità. Ester Arzuffi era una donna molto chiacchierata in paese, e non soltanto per il modo in cui vestiva, ma perché spesso riceveva in casa “dei signori”, e quando era con loro il marito veniva notato “intrattenersi sul terrazzo a fumare”.

I figli dovevano restare fuori e non potevano rientrare se non richiamati dai genitori. Massimo e la sorella Laura, secondo i testimoni sentiti e riportati a verbale, sapevano cosa succedeva dentro casa e ne soffrivano, anche perché tutti nel vicinato parlavano. Lo scrivono gli investigatori negli atti perché ritengono che proprio queste fasi della vita di Massimo Bossetti potrebbero essere determinanti nella spiegazione del "movente latatamente sessuale del delitto" di Yara Gambirasio.

© Riproduzione Riservata

Commenti