Cronaca

Omicidio Meredith: Amanda e Raffaele assolti

Per la corte di Cassazione i due non sono colpevoli del delitto Kercher, a Perugia

Amanda Knox al rientro a Seattle (Ansa/Dan Levine)

La corte di Cassazione ha cancellato la sentenza con la quale la Corte d’Appello di Firenze aveva condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito rispettivamente a 28 e 25 anni di carcere per l’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto a Perugia la sera del primo novembre 2007.

LEGGI QUI TUTTE LE TAPPE DELLA STORIA
 


"Tutte le figure di questa storia sono inserite in una ricostruzione perfetta, come in una foto di Cartier-Bresson, dove ogni particolare trova la sua corrispondenza" ha detto il sostituto procuratore generale Mario Pinelli durante la sua requisitoria-fiume di martedì scorso al termine della quale ha chiesto la conferma del dispositivo di colpevolezza. Sul corpo della ventunenne Meredith Kercher hanno infierito in tre, ha spiegato Pinelli, e dopo l'omicidio la casa di via della Pergola è stata sottoposta a "una estesa attività di ripulitura selettiva". 

Mai citazione fu più impropria e inopportuna. Cartier-Bresson, il grande fotografo francese che ha inventato il fotogiornalismo, con il suo "occhio del secolo" avrebbe sicuramente focalizzato l'attenzione sui dettagli che mai come in questa indagine fanno emergere lacune e superficialità. Pensate alla telecamera che riprende il momento in cui vengono acquisiti i reperti rimasti sulla scena del delitto. Pensate all'immagine di quegli agenti che maneggiano in modo improprio il reggiseno sul cui gancetto verrà poi ritrovata una traccia di Raffaele alla quale si pretende di attribuire un valore scevro da ogni pericolo di contaminazione.

Per non parlare della "ripulitura selettiva" a cui fa riferimento il sostituto procuratore generale. Dopo il delitto, Amanda e Raffaele avrebbero ripulito tutto. Immaginate la scena, le tracce rimaste sul pavimento che parlano: io sono di Amanda. Zac, via. Io sono di Raffaele. Zac, via. Io sono l'impronta di Rudi Guede. No, tu rimani. Surreale? A questo porta la tesi dell'accusa: i due fidanzati assassini avrebbero ripulito le tracce, ma guarda caso dentro la stanza sono state ritrovate solo quelle dell'ivoriano già condannato a 16 anni. La ripulitura selettiva, per l'appunto.

Raffaele durante le udienze era a Roma, speranzoso come non mai che i giudici della suprema corte accolgliessero i motivi di ricorso illustrati in oltre 600 pagine dai suoi avvocati Luca Maori e Giulia Bongiorno. Amanda non si è mossa invece dalla sua casa di Seattle, dove si appresta a convolare a nozze con il musicista Colin Sutherland. 

Le prove scientifiche

Raffaele Sollecito è rimasto solo davanti ai giudici durante questo ultimo disperato tentativo nel quale i suoi difensori hanno volutamente separato il suo destino da quello dell’ex fidanzata americana. Ancora una volta la partita si è giocata sulle prove scientifiche, che nel corso di questi 7 anni e mezzo di processi sono state oggetto di valutazioni differenti, con un contrasto di giudizio apparso a tratti stupefacente. Vedi la traccia di Raffaele sul reggiseno di Meredith, quella di Amanda sul coltello da cucina indicato come arma del delitto, l’orma di piede di Raffaele sul tappetino del bagno. A ogni perizia si è assistito al ribaltamento del giudizio tecnico a seconda della direzione presa dai giudici.

Il movente

Senza entrare per l’ennesima volta nel merito delle prove scientifiche, un altro elemento fondamentale che nel corso dei vari dibattimenti è stato cambiato più volte è il movente, con il risultato finale di farlo apparire raffazzonato. Perché Amanda e Raffaele avrebbero ucciso Meredith quella sera in concorso con l’ivoriano Rudi Guede?

Si era partiti dal gioco erotico: l’omicidio sarebbe maturato durante un’orgia tenuta in quella casa. Peccato che dentro la stanza degli amplessi non ci fossero tracce di Amanda e Raffaele, una circostanza che appariva inverosimile e che veniva giustificata dai giudici con la pulizia successiva fatta dai due fidanzati, che avevano cancellato ogni residuo organico.

Però, c’era un però. Rimanevano dentro la stanza le tracce di Rudi Guede, particolare che portava l’avvocato Bongiorno a chiedere alla corte come fosse possibile che i due amanti avessero riconosciuto e distinto le tracce durante l’opera di pulizia per lasciare quelle dell’ivoriano.

Il movente erotico ha poi lasciato il campo alla lite tra le due ragazze scatenata a causa delle pulizie, per arrivare alla fine all’omicidio come atto finale di una situazione incancrenita tra Meredith e Amanda, che guarda caso uccide l’amica proprio la sera in cui dentro casa c’è un altro uomo, Rudi Guede. Per il quale a questo punto ci si domanda: cosa ci faceva lì quel 27 novembre?

Il ruolo di Rudi Guede

Proprio l’ivoriano finisce per essere il miracolato di una indagine in cui sono stati commessi svariati e pacchiani errori, a cominciare dalle modalità con le quali sono stati acquisiti e conservati reperti fondamentali come il reggiseno di Meredith. Il paradosso attuale è che mentre Sollecito rischia di rientrare in quel carcere dove ha già trascorso quattro anni della sua vita, tra poco si appresta a uscire Rudi Guede, condannato a 16 anni con rito abbreviato per l’omicidio in concorso.

Ma dove sono le prove?

Tornano alla mente le parole di Claudio Patrillo Hellmann, il presidente della Corte d’asside d’appello di Perugia che aveva assolto i due imputati: “Amanda e Raffaele possono anche essere responsabili della morte di Meredith, ma non ci sono le prove. Quelle che abbiamo valutato in dibattimento non le abbiamo ritenuto sufficienti a condannare”. Una presa di posizione netta, onesta e coraggiosa.

E tornano alla mente anche le parole di Alessandro Nencini, presidente della Corte d’assise d’appello di Firenze che ha emesso l’ultima sentenza di condanna. Il giorno dopo aver letto il dispositivo in aula, il giudice si concede ai giornalisti per spiegare come si è arrivati alla sentenza. Un atto irrituale nella forma, considerato in qualche modo anticipatore delle motivazioni, e stonato nella sostanza, visto che Nencini durante l’intervista esprime un giudizio critico sulla scelta di Raffaele Sollecito di non sottoporsi a interrogatorio durante il dibattimento. Un comportamento processuale legittimo che dovrebbe essere del tutto agnostico per i giudici. Senza dimenticare il fatto che la procura e la parte civile non hanno mai chiesto il suo interrogatorio.

Ora si è visto chi aveva ragione. Abbiamo capito uquanto possa essere reale il garantismo della nostra legislazione penale. Dove c'è scritto che “nessuno può essere condannato se non esiste prova certa al di là di ogni ragionevole dubbio della sua colpevolezza”.

Se c’è un dubbio, anche minimo, si assolve, recita il nostro codice. E qui di dubbi ce n'erano  tanti.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti