Cronaca

Il segreto degli ombrelli Made in Cina

Come fanno gli ambulanti a vendere migliaia di ombrelli in tutta Italia? Questione di organizzazione

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Giorgio Sturlese Tosi

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Sono migliaia in tutta Italia, spuntano quando piove e si raccolgono fuori dalle stazioni ferroviarie o nelle piazze più affollate. Sono i venditori abusivi di ombrelli. Noi camminiamo frettolosamente, scansando le pozzanghere, e li percepiamo appena; a volte sono provvidenziali e allunghiamo loro 5 euro in cambio di un ombrello, che spesso durerà giusto il tempo di un acquazzone.

Nessuno sa che con quei 5 euro alimentiamo un mercato clandestino che ne vale milioni, e che parte e finisce in Cina: un mercato che è controllato dalle triadi orientali, le organizzazioni mafiose che dalla Repubblica popolare controllano i traffici in tutto il mondo. Da là infatti partono quegli ombrelli, tutti uguali, che bengalesi e senegalesi vendono nelle nostre città, stipati in centinaia di container spediti via mare o ferrovia. Container che vengono poi scaricati nei porti di Napoli, del Pireo, ma anche di Amburgo, dove ormai transita l’80 per cento di tutte le merci cinesi destinate all’Europa.

L’organizzazione per la distribuzione della merce è davvero eccezionale, quasi militare. Aggirati i controlli doganali, i parapioggia (che non hanno né certificazione né etichetta) vengono caricati su camion. E qui entrano in gioco le triadi cinesi. Molte inchieste condotte dalla magistratura spagnola, tedesca e francese, e un’indagine recente della Direzione distrettuale antimafia di Firenze (denominata per l’appunto «China Truck», cioè «camion cinese»), hanno scoperto che il trasporto su gomma di merci cinesi è un monopolio delle organizzazioni criminali di Pechino e Shanghai, disposte a contendersi ogni tratta con la violenza. Il risultato è una lunga scia di sangue, che segue i tragitti dei furgoni con morti e feriti a Duisburg, Parigi, Madrid, ma anche a Prato, Roma e Napoli.

Il contrasto è difficile. Eppure ricostruire la filiera di questi oggetti di pessima qualità non lo è affatto. A Milano, per esempio, basta seguire le indicazioni degli ambulanti senegalesi che bazzicano vicino alla stazione centrale o nel cuore della Chinatown cittadina, nelle strade e stradine della zona occidentale attorno a via Paolo Sarpi, dove i negozi sono quasi tutti orientali. Il cronista di Panorama finge di voler acquistare 500 parapioggia. Il prezzo che gli viene chiesto è di 1 euro per quelli piccoli e di 2 euro per quelli grandi. In stazione i bengalesi li rivendono rispettivamente a 5 e 10 euro. Ci fanno scendere in grandi magazzini sotterranei dove sono stipati centinaia di scatoloni pieni di pezzi. Fuori piove, e nei magazzini c’è fermento. Chiediamo di vedere la merce, ma i venditori cinesi sono sbrigativi: altri clienti sono già in coda. Il pagamento avviene solo in contanti, e in nero. Fuori, intanto, ha smesso di piovere, ma il venditore che ci ha preso in carico non si preoccupa. Gli ombrelli invenduti, infatti, vengono tutti nascosti nelle edicole gestite dai bengalesi o nei cespugli delle piazze del centro. Gli ambulanti andranno poi a recuperarli al prossimo acquazzone; e gli ombrelli torneranno ad aprirsi, a migliaia.

L’Agenzia delle dogane, nel 2017, ha scoperto e sanzionato 444 tonnellate di merce introdotta in Italia dalla Repubblica popolare aggirando le normative fiscali e doganali, per un valore che supera i 13 milioni di euro: la cifra è piccola, e va considerata come indicativa, perché è vero che deriva da controlli sempre più sofisticati, condotti soprattutto sui container nei porti, ma sono pur sempre fatti «a campione» e quindi casuali. Si stima in realtà che per ogni container pieno di merce illegale colpito dalle verifiche dei nostri doganieri, o della Guardia di finanza, ne passino indenni almeno altri 20.

In quei container, è ovvio, ci sono anche gli ombrelli che piovono nelle nostre città. Una volta a destinazione, i parapioggia vengono scaricati nelle Chinatown italiane. Sempre a Milano, la Polizia locale ha creato una squadra proprio per contrastare l’abusivismo commerciale, e dall’inizio dell’anno ha sequestrato oltre cinquemila ombrelli e fatto 520 contravvenzioni. La squadra si mette in azione appena comincia a piovere, anche perché gli ombrelli violano tutte le norme di sicurezza: soprattutto quelli più piccoli hanno parti malcostruite, che spesso si rompono e possono ferire. Gli ombrelli cinesi, però, non sono ancora entrati nella «black list» degli oggetti pericolosi la cui vendita è proibita in Europa. Così chi li mette in commercio, se non ha violato norme fiscali o commerciali, non rischia nulla.

È difficile dire se il business della pioggia abbia qualcosa a che fare con la vecchia teoria della farfalla, secondo cui se in oriente un insetto sbatte le ali in occidente può scatenarsi un uragano. Una cosa, però, è certa: se a Milano inizia a cadere qualche goccia, a Hong Kong un mafioso sorride. 

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