Cronaca

Camping Rivoluzione

Viaggio in Val di Susa e nelle menti dei nuovi contestatori

Contestazione No-Tav in Val di Susa (Credits: Alessandro Di Marco/Ansa)

E' il campeggio europeo dei pugni in tasca, della violenza, del rancore contro il mondo. Sì, la Tav è un po’ come il campo dei ragazzi della via Pál. «Ormai questo tunnel è un mito romantico, uno Sturm und Drang, un luogo di resistenza che ci chiama da ogni parte del continente»: così dice Francesco, arrivato da Fano. È la Val di Susa, campo d’addestramento del ribellismo.

Il cantiere dell’alta velocità attira e recluta come una coscrizione internazionale. Quest’opera, da vent’anni un’incompiuta, è la camera di compensazione dell’antagonismo (europeo e italiano) che fra queste baite ha il suo santuario, nemmeno fosse un bosco incantato. Scendono a piedi, sempre più numerosi, dalla montagna di Rocciamelone: adolescenti francesi, gallesi, inglesi, napoletani, spagnoli... Altri arrivano in autostop con il sacco a pelo sulle spalle, in pantaloncini corti e felpa, gli occhialini da nuoto per proteggere gli occhi dai lacrimogeni. Sono uno strano tipo di scout, pronti alle cariche della polizia, all’azione notturna, alla denuncia con l’aggravante di terrorismo che il procuratore di Torino, Gian Carlo Caselli, ha appena deciso di elevare nei confronti degli attivisti no Tav.

Non è più soltanto la montagna del valligiano che profuma di terra, il barbuto e ostinato cittadino di Susa, Chiomonte, Bussoleno e Venaus che dal 1996 si oppone al treno Torino-Lione in nome della lotta alla distruzione ambientale, allo spreco economico. E non è più la ferrovia che ha già mutato percorso più volte, per alcuni obsoleta economicamente, una discordia condivisa dai governi francese e italiano, che viene adesso contestata e combattuta. Lo ha compreso pure Susa, cittadina omertosa e impaurita quasi come Corleone o Montelepre, dove nessuno riesce più a difendere le ragioni dei no Tav, nessuno che sia disposto ad appoggiare il blocco stradale notturno, un salto di cuore per qualsiasi camionista che oggi teme di essere fermato, costretto a rivelare il contenuto del trasporto, a scendere dal camion, consegnare la bolla di accompagnamento agli incappucciati che si sono appropriati del pezzo d’asfalto che collega la Francia all’Italia.

«La Val di Susa è diventata il ritrovo della feccia europea che ha dichiarato guerra allo Stato. È una mafia senza pizzo, l’incontro tra ’ndrangheta e terroristi, con la contiguità di alcuni intellettuali di sinistra. Qui ci vuole la repressione dura» suggerisce il senatore del Pd Stefano Esposito, che infatti vive scortato.

Quasi quotidianamente l’autostrada Torino-Bardonecchia viene interrotta. Gli insorti vanno a caccia dei pezzi della «talpa»: la grande macchina da scavo che servirà a forare il tunnel e che, divisa in blocchi, da settimane viaggia verso il cantiere di Chiomonte.

Il cantiere è circondato con il filo spinato, sorvegliato dai mezzi Lincedei carabinieri e dalla Celere, diviso in zona rossa con reti alte più di 5 metri, uno stagno di tute mimetiche e caschi blu nel verde della Val Clarea. «Militari e operai sono truppe d’occupazione» dice enfatica Martina, nel presidio di Vernetto. «Noi cerchiamo la talpa come facevano i partigiani coi nazisti. E finirà solo quando vinceremo noi». Martina è un’operatrice socioassistenziale, un’educatrice di bambini: «Sono indagata per terrorismo» ammette; ma se non la identificasse la t-shirt marchiata no Tav sembrerebbe una collegiale con i capelli raccolti nei fermagli colorati, la cipria sparsa sul viso, una vezzosa striscia di rossetto rosso. È accusata di terrorismo come William, come Gaia e Gabriele, che sono in carcere a Caselle (Torino) per avere bloccato un camion a volto coperto.

Gli indagati sono tanti. «Gaia si laurea fra pochi mesi in matematica. Aveva deciso di mascherarsi perché sapeva che, se l’avessero identificata, rischiava di non poter mettere piede in una scuola. L’hanno presa. Non insegnerà mai più» racconta ancora Francesco da Fano, mostrando il foglio d’espulsione che gli vieta l’ingresso a Susa per 2 anni.

Rimangono solo i presidi di Venaus, Vernetto e Chiomonte a riscaldare come la cenere il movimento: sono quasi edicole votive di un pellegrinaggio che i ragazzi intraprendono ogni estate, pensando di giocare alla guerra. Oggi sono i ruderi del massimalismo, della lotta contro gli sgomberi che in vent’anni ha portato più di 280 attivisti a essere accusati di terrorismo. Sembrano colonie estive: le tende, le roulotte con il forno elettrico, una montagna di stoviglie, gli stracci appesi ad asciugare. Ma è qui, tra le fratte di Chiomonte, che sorge la ridotta dei disposti a tutto, una scarpata quasi incollata al cantiere, scrutata dalla Digos. Sotto le tende dormono Eddy, una ragazza del centro sociale Askatasuna, e Mattia, che gira a piedi scalzi tra fari e bombole mentre ascolta Radio Black Out. Sono entrambi veterani della battitura alle reti del cantiere, della carica, dell’azione di disturbo che comincia ogni mattina alle 6. «Adesso la lotta non riguarda la ferrovia, la Tav è solo il marchio di tanti no. A Chiomonte ogni ragazzo porta la lotta a ciò che non vuole. Questa valle è il vaso di tutte le opposizioni» sostiene Eddy, seduta su una panca di legno costruita scorticando un tronco mentre straccia l’ennesimo giornale, accusato di mentire «perché il compito di qualsiasi stampa è reprimere». Forse non sa di parlare come hanno sempre parlato i giovani a vent’anni, non sa che la sua valle divisa descrive l’antico bisogno di avere un sacco di gomma da prendere a pugni.

Pensa di ricominciare da qui Pietro, venuto dal Veneto a Susa 2 anni fa e coinvolto al punto da affittare una casa, partecipare ai presidi, alle assemblee, alle ronde, accompagnare chiunque voglia oltrepassare la zona rossa. E anche se si aggira per il bosco con un cannocchiale come un guerrigliero, i pantaloni alla zuava, mai fermerebbe un camion perché non ne avrebbe la forza e gli tremerebbero le gambe, lui che è anemico, figlio di genitori separati, contento che la prossima settimana venga il padre a trovarlo.

Solo il branco li trasforma, giustifica le «requisizioni», i furti alle strutture, le minacce di morte arrivate alla proprietaria dell’hotel Napoleon di Susa, Patrizia Ferrarini, bollata come «collaborazionista» soltanto perché ospita le forze dell’ordine. Per il giorno della festa della donna il sindaco di Susa, Gemma Amprino, ha ricevuto un fascio di filo spinato a forma di rosa e delle mimose costruite con i lacrimogeni. Insieme con una lettera che diceva: «Il primo avviso è scaduto, adesso passeremo ai fatti, sappiamo dove vivi, che auto usi e tutti i tuoi spostamenti. Noi non dimentichiamo, potranno passare ore, giorni...». L’hanno etichettata come sindaco sì Tav, sebbene non lo sia: «Mi hanno messo una maglietta che non ho mai indossato» protesta Amprino «solo perché ho sposato il dialogo con gli enti locali. Però non ce l’ho con questi ragazzi, semmai con i cattivi maestri che li incitano a salire su queste montagne. A Susa è scesa una cappa di terrore, una paura psicologica. Basta guardare i giornali. Chi è contro la Tav si firma; quelli che sono a favore non mettono il nome».

Hanno iniziato a dividersi anche i bambini delle elementari, come la figlia del consigliere comunale di Susa Giorgio Montabone che ha chiesto al padre: «Perché stai coi cattivi? Il padre di Jolanda sta con i buoni». Manicheismo? Anche la lingua è violenza. Basta camminare lungo la zona rossa del cantiere per leggere su ogni masso, su ogni traliccio, frasi contro il commissario Tav nominato dal governo: «Mario Virano figlio di una trivella e di un binario», «La valle sarà il vostro Vietnam», «Botte alle guardie datejene tante». Che fa da controcanto all’odio che prova Giuseppe, poliziotto del reparto operativo che dice: «Vorrei bastonarli come si deve, perché quando li vedo venirmi contro ho paura».

Qui si impara la guerriglia di strada, come si fa un blocco, come si organizzano le ronde contro i camion, come si disturbano gli operai del cantiere. Di sera si assiste alla proiezione di video sui partigiani. Ma si può anche diventare sentinella su Twitter per comunicare l’imminente arrivo di un camion «sospetto», come fa Anna, madre di due figli, che riceve l’sms «camion proveniente da Rivoli» e lo gira ai presidianti del Vernetto per avvisarli.

Strano, però: la violenza di giorno si trasforma in comunità pacifica, dove la vecchia professoressa di educazione civica Eleonora «non si sente né professoressa né donna, né vecchia»; dove ciascuno prepara la moka per il nuovo arrivato, pensa alla colazione, spiega le 150 ragioni dei no Tav, il loro libretto rosso. È tutta gente che conosce da sempre sia il sindaco Amprino, sia il comandante dei carabinieri di Susa, sia il sindaco di Bussoleno, Anna Allasio. «Alcuni di loro» dice lei «li ho visti crescere con la Tav. Tra un paio d’anni rimarranno tante vite sfumate, le denunce che li marchieranno per un’intera vita. Mi chiedo fino a dove si possono spingere, ma non voglio darmi una risposta».

Se lo chiede ogni sera William, quando entra a piedi in autostrada e corre contro i fari di un tir con l’intenzione di fermarlo: «Capirò di volta in volta quale sarà il limite, se superarlo o meno. Non so cosa posso fare per fermare la costruzione. È una bella battaglia, anche se già persa. Ci siamo prefissati come obiettivo l’attacco contro tutto, tranne contro la persona umana». Ma è violenza intimidire un camionista, e William lo riconosce. Lo sa bene ancheMario Fontana, valligiano storico: «Forare la gomma di un camionista è un errore, è chiaro. Hanno sbagliato, comunque i nostri errori rimangono quattro, cinque. Come faccio a impedire a questi ragazzi di venire quassù, dove trovano una comunità? Io non avrei il loro coraggio».

Ma è l’audacia di ragazzi che vogliono essere capitani coraggiosi, è la stessa incoscienza della generazione interventista, la scelta della lotta armata negli anni 60-70. La lotta di questi adolescenti è il giro di boa che segna la fine della giovinezza. Non si accorgono di fargli l’ennesimo torto gli adulti, che in loro trovano un elisir di giovinezza in cambio di un nuovo ’68. Anche questo campo è solo una volta di cielo, un pezzo d’infinito, di quella libertà che Giovanni Boka, il generale dei ragazzi di via Pál, intuisce di avere conquistato solo quando l’ha persa per sempre. Perché la vita è uno strappo necessario «per cui noi, suoi schiavi, ora tristi ora lieti lottiamo».

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