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Cronaca

"Votate i nostri amici. Perché la 'Ndrangheta è il Vangelo".

Le intercettazioni dei boss che condizionavano le elezioni in Calabria. E puntavano alla Lombardia

Blitz contro la 'Ndrangheta a Reggio Calabria (Credits: LaPress)

Questo mondo ormai è fatto così: in nome degli interessi tradiscono la propria madre, il padre, il fratello. Ma io no. Io mi sento diverso. Io ho camminato sempre con la saggezza. E l’uomo della Sacra Corona è più di un compare: è un fratello di sangue. E se gli uomini apprendono tutti questi sacramenti, che non possono violare, non devono violare neanche questo. Questo è il Vangelo”.

Una religione da osservare, preservare, tramandare. E, soprattutto, da proteggere dal malcostume e dalla moderna degenerazione del crimine. Per riuscirci avevano creato anche un gran consiglio mafioso. Con un nome che rimanda, appunto, nostalgicamente, ai tempi antichi: la Corona.

Si sentivano sulle spalle il peso della responsabilità e la grandezza di una missione, come gli ultimi dei Mohicani, i boss calabresi finiti in manette nel corso di una vasta operazione portata a segno fra la Locride e la Lombardia dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria. Quaranta ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Direzione distrettuale antimafia e coordinate dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal Pm Antonio De Bernardo che colpiscono alcuni dei clan storici della Calabria: dai Romano di Antonimina, i Varacali di Ardore, i Raso di Canolo, dai Nesci di Ciminà passando dagli uomini della famiglia Fabiano di Natile di Platì.

Ataviche e longeve le loro tradizioni, ma moderni i loro obiettivi: condizionare gli ambienti politici locali durante le elezioni, affinché nelle poltrone del potere potessero sedersi i loro amici e sodali. C’erano riusciti, in piccolo, decidendo il nome del presidente della Comunità montana "Aspromonte Orientale". E d’abitudine avvicinavano i sindaci o i consiglieri comunali delegati di diverse amministrazioni per “suggerire” loro chi votare. Ma non si accontentavano. E fra i loro obiettivi futuri ci sarebbe stato anche quello di esercitare un peso sulla scelta e sulle votazioni dei candidati alle elezioni regionali in territorio calabrese e lombardo, dove già la lo scandalo legato al nome di Domenico Zambetti (l’assessore alla Casa che avrebbe comprato voti dai clan per 200mila euro) ha fatto crollare la giunta. Utilizzando i tradizionali metodi mafiosi: pressioni psicologiche, estorsioni, danneggiamenti.

Le cosche condizionavano gli appalti pubblici, il settore movimento terra e quello edilizio. E fin qui nulla di nuovo. La novità è infatti un’altra, ed è senza precedenti. Per tutelare l’organizzazione criminale calabrese – attualmente la più influente in Europa e in buona parte del mondo con espansioni in Australia, Canada e Sud America – i capi delle “locali” (le organizzazioni che comprendono più ‘ndrine di una stessa area geografica) avevano messo in piedi un “gran consiglio mafioso”, composto appunto dai cinque capi delle locali, chiamato “Corona”. Con due finalità: coordinare le attività delle singole organizzazioni dislocate per area e – appunto – tramandare e preservare i valori storici della ‘Ndrangheta.

Le intercettazioni contenute nell’ordinanza di custodia cautelare, che Panorama.it pubblica in esclusiva, delineano il “mandato” degli uomini d’onore, e la loro ossessione per la fedeltà all’organizzazione criminale, che osservano al pari di una fede religiosa: “L’uomo della Sacra Corona – dice il boss senza sapere di essere ascoltato dai carabinieri – è un fratello di sangue, e questa fratellanza vale molto più di quella naturale. Voi vi siete segnato. E io mi sono segnato nel 1962. Ci siamo segnati tutti e due, dunque, e siamo rientrati in un discorso che è sacro”.

I capi consiglieri incontrano il “capo corona” ai matrimoni, alle feste religiose, ed è in quelle occasioni che avvengono gli scambi più proficui. Trattative nelle quali è bandito l’uso della violenza, anche verbale, ritenuto pericolosa contaminazione del mondo delinquenziale moderno, e tutto si risolve con mediazione e pacatezza, per mantenere la pax criminale: “Peppe ha fatto un macello, si è comportato come un animale – si legge ancora nelle intercettazioni – e ora io tutto quello che voglio è parlare con voi tre, perché giustamente la pace la fanno gli uomini sensibili, gli uomini che hanno il cervello. Gli uomini che logicamente sanno dove arriva l’umiltà”. “Ora ci sediamo, belli e puliti – dice ancora il boss che invita alla trattiva – e parliamo con calma”.

Dove l’unica cosa che conta non sono le singole vite degli affiliati, né le scalate gerarchiche o il potere, ma il bene della “Santa”, onorato come una religione: “Noi non siamo qui per durare in eterno. Ognuno ha preso la sua strada, e prima o poi ce ne andiamo tutti. Ma noi non siamo cristiani abusivisti, o disonesti. Noi siamo cristiani onesti. E valutiamo ogni pietra davanti alla via. Abbiamo un discorso sacro nelle nostre mani. E non possiamo violarlo”.

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