Cronaca

Morte di Marco Vannini, tutti indagati per omicidio volontario

Clamorosa svolta nell'indagine sul ventenne rimasto ucciso nell'abitazione della fidanzata. Dopo Antonio Ciontoli, tutti gli altri componenti della famiglia presenti quella sera sono finiti nel mirino della procura

vannini

Marco Vannini nella foto del suo profilo Facebook – Credits: Facebook

Clamorosa svolta nell'indagine sull'omicidio di Marco Vannini, il ventenne di Cerveteri rimasto ucciso mentre si trovava nell'abitazione della sua fidanzata.

La notizia è che tutti coloro che quella sera si trovavano dentro l'abitazione sono stati iscritti formalmente nel registro degli indagati della procura di Civitavecchia con l'accusa di omicidio volontario.

Si tratta della ragazza di Marco, che si chiama Martina, il fratello Federico, la sua fidanzata Viola, e i genitori. Il papà, Antonio Ciontoli era già stato formalmente indagato per lo stesso capo di imputazione, in quanto dal suo racconto era stato lui a sparare al ragazzo, ma per un incidente mentre gli mostrava la pistola.

La storia è questa. Sono le 23 del 17 maggio 2015. Marco chiama i genitori e dice che si fermerà a dormire a casa della fidanzata. Circa 20 minuti dopo viene ferito con un colpo d'arma da fuoco, una pistola Beretta calibro 9 che appartiene al padre della fidanzata, Antonio Ciontoli, sottufficiale della Marina inquadrato nei servizi segreti.

Ciontoli racconta la sua versione dei fatti: Marco stava facendo il bagno nella vasca, lui è entrato per prendere due pistole che erano in bagno, il ragazzo gli ha chiesto di mostrargliele, lui si è avvicinato alla vasca, ma una pistola gli è sfuggita e nell'atto di riprenderla gli è partito un colpo. In tutto questo Ciontoli sostiene di non essersi reso conto che la pistola fosse carica e pronta all'esplosione.

La pallottola colpisce Marco nella parte alta del braccio destro, penetra nella gabbia toracica, attraversa il polmone e il cuore e si arresta sulla quinta costola sinistra.

Sono le 23,20 circa. La prima telefonata al 118 arriva soltanto 20 minuti dopo. La fa il figlio di Ciontoli, Federico, ma non parla di arma da fuoco e nel corso della telefonata la richiesta di aiuto viene annullata. Federico sostiene di non essere stato creduto dagli operatori, che dal canto loro dichiarano l'opposto.

Alle 24,08 parte una seconda telefonata al 118, e viene chiesto aiuto per un ragazzo che si è "ferito con il pettine". Ovviamente non scatta il codice rosso, arriva l'ambulanza ma nessuno parla di ferita d'arma da fuoco e Marco viene condotto nel vicino posto di primo intervento di Ladispoli ancora in codice verde.

Il medico di turno viene avvisato soltanto all'una che si tratta di colpo di pistola. Scattano i soccorsi, arriva l'elicottero, Marco viene portato al Gemelli di Roma ma muore sul lettino della sala operatoria alle 3,10 per shock emorragico.

Antonio Ciontoli viene iscritto nel registro degli indagati. Ma Celestino Gnazi, avvocato della famiglia Vannini non si ferma qui. Pur non credendo alla ricostruzione fatta dai presenti in quella casa, insiste su quello che è successo dopo: se Marco fosse arrivato intorno alla mezzanotte in sala operatoria, si sarebbe potuto salvare. Chi era presente in quella casa, ritardando i soccorsi, ha accettato il rischio che potesse morire.

Quindi i fatti dimostrerebbero un reato diverso dalla semplice omissione di soccorso. Da oggi si indaga per omicidio volontario.

 

© Riproduzione Riservata

Commenti