Il momento più buio della notte è quello che precede l’alba. E la distesa di casupole che fino al 2010 ospitava i marines americani di stanza a Sigonella è ancora coperta da un nerissimo mantello. Più di 3.500 richiedenti asilo sbarcati sulle coste siciliane vivono in quest’alveare colorato di rosa, sperso fra gli aranceti della Piana di Catania. Adesso è diventato il centro d’accoglienza più grande d’Europa: il Cara di Mineo. Non sono nemmeno le sei del mattino quando per strada cominciano a sentirsi i primi passi. Il cielo color pece mimetizza i volti. Ma passi pesanti rompono il silenzio. Uno, due, dieci, cento uomini sono pronti a offrirsi come braccianti. Disposti a sudare nei campi per la paga mortificante oggi «elargita» sul mercato del lavoro nero italiano: dieci euro al giorno.

I migranti sono i nuovi schiavi. È l’ultima degenerazione dell’operazione «Mare nostrum», che l’anno scorso ha raccolto 165 mila immigrati nel Mar di Sicilia. Un numero imprecisato di loro, ancora in attesa di asilo, si è trasformato in mano d’opera a bassissimo prezzo: braccianti arruolati per la raccolta di arance, carciofi, olive. Mineo, Ramacca, Grammichele, Palagonia, Scordia: le campagne dei paesi nei dintorni del Cara sono ormai piene di disperati, disposti a ogni fatica in cambio di qualche euro. Tutti vedono. Tutti sanno. Ma nessuno parla. La tratta degli schiavi prosegue ogni giorno. Mentre le istituzioni, la politica e i professionisti dell’accoglienza osservano omertosi.

Le ombre nere diventano corpi all’alba. Alle sei e mezza, attorno del Cara, si materializza l’incessante viavai. Gruppetti di migranti vengono prelevati direttamente davanti al centro. L’ingresso è sorvegliato da decine di militari, ma quel brulicare anomalo non li tange nemmeno. A pochi metri un ragazzone con il giubbotto bianco gira in tondo su una bici. È alto e muscoloso. Si ferma alla vista della nostra auto che rallenta. «Amico, vuoi lavoro?» domanda. E intanto mostra il suo cellulare. «Chiamo altri quattro?». Il ragazzone è il «caporale» che cerca di organizzare una squadra di braccianti. Cerca di invogliarci: «Dieci euro a persona». Ma di fronte alla nostra risposta titubante schizza via, alla ricerca di un altro cui offrire un lavoro.

I meno spudorati intanto raggiungono, a piedi o in bici, la statale 417 che da Gela porta a Catania. Si fermano agli incroci, davanti alle pompe di benzina, a lato di un’ex casa cantoniera dell’Anas. E qui aspettano, immobili e pazienti. Che qualcuno passi e li carichi su un furgone, o un’auto, per poi scaricarli in campagna. Quattro mesi fa, al bivio di Grammichele, la Polizia stradale di Caltagirone (Catania) ha fermato un camion guidato da un produttore di Mazzarrone che coltiva cipolle. Sotto il telone l’uomo nascondeva venti immigrati del Cara: afghani e marocchini, soprattutto. Altri sono stati scoperti nel cassone di un’ape: un altro agricoltore li aveva arruolati per lavori di fatica.

Al Cara di Mineo si sono organizzati anche con il servizio di taxi abusivo: quattro scassate monovolume stazionano ormai stabilmente dietro una curva, sulla strada che porta al centro. Il viaggio per Catania, andata e ritorno, costa dieci euro. Le macchine sono guidate da altri extracomunitari residenti nei paraggi. La Polizia stradale, guidata da Emilio Ruggeri, ha fermato molte volte i taxi abusivi. Ma né le multe, né le denunce e nemmeno sequestri delle auto (rubate) hanno scalfito il business. Che adesso ha cominciato a diversificarsi: quando non ci sono «corse» per Catania, le monovolume raccattano gli immigrati dagli incroci e li portano da un’azienda agricola all’altra, in cerca d’impiego. Questo porta-a-porta va avanti da tempo. Adalgisa Maccarrone, produttrice di arance di Mineo, racconta: «Sono cominciati ad arrivare un anno fa, a gruppi di quattro cinque, a piedi e in bici. Oggi me li trovo davanti a casa a chiedere lavoro. È una processione incessante e giornaliera. E molti piccoli produttori sfruttano la situazione: un bracciante italiano costa 60 euro al giorno; loro invece si accontentano di dieci, più un panino per pranzo».

Ne intercettiamo cinque sulla statale, in fila indiana, a cavallo di bici malridotte. Intabarrati fino ai capelli, zainetti in spalla, hanno una pedalata fluida: alle 6,15 del mattino i cinque già corrono verso ignote piantagioni. Il termometro segna pochi gradi. Un bivio dopo l’altro, si lasciano dietro indicazioni stradali e incroci squinternati. I cinque, per lo sforzo, continuano a sbuffare nuvole di alito. Pedalano per 20 chilometri, scartano Palagonia, si infilano in una stradina in salita. Poi, in un lampo, guardano indietro, scendono dal sellino e s’infilano in uno sterminato agrumeto. Qui accendono un fuoco per scaldarsi. E alle 7,30, quando arrivano due italiani, cominciano a raccogliere arance da terra. Fanno una breve pausa alle 12: ingurgitano un panino seduti sulle cassette di legno. Poi riprendono al lavoro. Continueranno fino alle 16, quando inforcano di nuovo la bicicletta e tornano al Cara. Ancora in fila, sulla trafficatissima 417.

Il mercato dei migranti è sotto gli occhi di tutti. Sono almeno 200 i richiedenti asilo sfruttati ogni giorno, stima la Flai-Cgil, il sindacato degli agricoli. Tre mesi fa ha tappezzato i paesi della zona di manifesti con una scritta cubitale: «Contro il lavoro nero». Sotto, il monito: «Gente senza scrupoli impiega nelle nostre campagne, per un salario irrisorio, persone disperate che tolgono l’impiego ai braccianti italiani». Nuccio Valenti, segretario della Flai-Cgil nella zona, spiega: «Da tempo presentiamo denunce: al prefetto, ai sindaci, all’ispettorato del lavoro. Ma nessuno fa niente. Evidentemente perché gli immigrati sono un business: dovrebbero rimanere qualche mese, invece in media restano più di un anno. E fanno comodo a tutti: al consorzio di comuni che gestisce il centro, a chi è assunto dal Cara, agli alberghi pieni di militari. E a chi ha bisogno di braccianti».

Soltanto a Ramacca, dove decine di extracomunitari arrivano ogni giorno per raccogliere carciofi, il tema è stato discusso in consiglio comunale. Il 29 ottobre scorso, all’ordine del giorno era iscritto il tema: «Immigrati e condizione sociale». Un documento firmato da alcuni consiglieri comunali sollecitava il dibattito: «Lo sfruttamento di questi lavoratori da parte di pseudo imprenditori che schiavizzano queste persone può creare condizioni di forti tensioni sociali». Infine, la richiesta di intervento a tutte le istituzioni. Ma il risultato è sotto gli occhi: l’illecito mercimonio prosegue, incessante. Al Cara di Mineo la permanenza media degli immigrati è la più alta d’Italia: 14 mesi. E politici e istituzioni siciliane continuano a voltare la faccia. Hanno già derubricato il nuovo schiavismo a innocuo apprendistato.        

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