Cronaca

Matteo Olivetti, il nuovo (vecchio) avanza

L'erede della storica dinastia lancia una nuova sfida industriale. Da Ivrea contro il mondo

Matteo Olivetti

Non tutti lo sanno, ma c’era una volta la Silicon Valley italiana. Già nei primi anni del ‘900, nel canavese,lembo di terra tra Torino e la Valle D’Aosta, Camillo Olivetti prima e suo figlio Adriano poi, sono stati a capo della prima ditta produttrice di macchine da scrivere e da calcolo in Italia.  A Ivrea si lavorava e si faceva ricerca e sviluppo, si inseguiva l’avanguardia tecnologica e si mettevano le basi dello stato sociale, una sorta di vero welfare per impiegati e le loro famiglie.

L’Olivetti esportava l’ idea italiana di futuro nel mondo e attraeva le migliori menti dell’ architettura, del design, della comunicazione e dell’ arte (da Figini e Pollini, a Filippo Turati alla famiglia Levi  per citarne solo alcuni n.d.r.). Ogni macchina da scrivere doveva essere la migliore tecnicamente, ma anche la più bella. Utile, ma anche desiderata. Quello che oggi rappresenta l’iPhone,  negli anni ‘50 era la Lettera 22.  Poi, la favola italiana, un giorno, è  terminata, ma come nelle migliori saghe, c’è sempre un personaggio in cerca di rivincita.

Classe ’65, architetto con uno studio avviato, assessore comunale ad Ivrea, sposato con due figli e un cognome ricordato dalla toponomastica cittadina. Matteo Olivetti, pronipote di Camillo e nipote di Adriano, non ha più voglia di raccontare solo della fabbrica di mattoni rossi di via Jervis. Il suo dna pretende di più.  Ecco perché, ecco cosa.

Come si affronta una tale eredità culturale e imprenditoriale?

Con difficoltà. Il mondo che mi circonda sbatte contro i valori che mi hanno insegnato sin da piccolo. E’ vero che il cognome che porto in alcune occasioni fa aprire delle porte, ma ormai non c’è più quella potenza economica che, fino a quando Adriano era vivo, avevamo come famiglia. Oggi siamo del tutto estranei a quello che l’azienda con il nome Olivetti rappresenta e per quel che mi riguarda, vivo del mio lavoro di architetto, porto avanti i miei pesanti ideali e cerco di passarli ai miei figli, ai miei collaboratori. Ancora oggi, dopo l’annientamento in Telecom e le vicende legate alla sorte dell'Olivetti, c’è ancora gente che mi ringrazia perché ai tempi di Adriano figli o parenti hanno avuto modo di studiare, fare carriera o ricevere aiuti durante gli anni della guerra.

Lei fa parte di un pezzo di storia rimasto nel cuore della gente. Ma perché tutto è finito?

La colpa è degli interessi della casta politica che ha imperato sul nostro Paese dal dopoguerra. Adriano era promotore di una società definita da molti utopica che cercava di mescolare il benessere sociale e culturale  con il benessere economico. Tutto troppo bello per essere vero, è infatti poi arrivato quello che poi Valletta ha definito “il cancro da estirpare dalla Olivetti”, l’elettronica.  C’è da dire che il modello virtuoso ha resistito fino al ’90, quasi trent’anni dopo la morte di Adriano. Per questo ad oggi gli americani usano la  Olivetti come esempio di buona impresa e ci sono molti  corsi universitari che prendono spunto dalla nostra esperienza canavese per formare le nuove generazioni.

E’ come dire che un imprenditore alla Adriano potrebbe rinascere negli USA più facilmente che in Italia?

Intendo dire che l’imprenditorialità americana è legata a un sistema più democratico, quella italiana è legata alle grandi famiglie. Se uno ha delle buone idee negli Usa ha più possibilità di essere ascoltato e valutato per la sua bravura. In Italia ci sono troppe lobby. Conosco pochi imprenditori italiani che aiutano i giovani talentuosi e quei pochi sono ispirati dalla idee di Adriano Olivetti, come Loccioni e Robur. Poi, senza buona imprenditoria non puoi creare cultura e progredire socialmente, tutto è legato a doppio filo.

A proposito di America. Tutti sono pazzi di Steve Jobs, della Apple.  Cosa raccontare alle nuove generazioni dell’impresa di Adriano? Come farli innamorare di un modello nazionale?

Il modello Olivetti non deve essere raccontato, ma vissuto e adattato alle future esigenze delle nuove generazioni. Ho ereditato la capacità di credere tanto nelle future tecnologie quanto nei giovani con buone idee e credo al fatto che con metodologia olivettiana si possano ancora raggiungere obiettivi e realizzare sogni. Una base storica vincente può per un futuro imprenditoriale e innovativo è quello che auguro alla startup che seguo come architetto.

Startup? Mescoliamo filosofia di famiglia e nuovi miti da garage?

Sto rilanciando la mia fame d'imprenditorialità in qualcosa di nuovo, di giovane, di creativo, di tecnologico, con tanta ricerca di base e tante idee socialmente appetibili. Dopo aver cercato di portare il carbonio nel mondo del design e aver progettato e dato vita a un villaggio bioclimatico a Ivrea in tempi ancora “preistorici” in materia, adesso sono preso da “Re Start Entertainment”, una startup che si occupa di engineering entertainment.

Cioè?

Abbiamo in mente di rivoluzionare il modo di socializzare e interagire delle persone creando dei network globali di intrattenimento, spazi innovativi, polisensoriali, che ricreano esperienze emozionali legate a luoghi lontani. In poche parole, dei centri di eccellenza del divertimento basati su design, interattività, interconnessioni nei quali l’utente potrà scambiare e promuovere le proprie esperienze.  Il concept è di Marco Scappoli, un 30enne esperto di comunicazione e aspirante imprenditore incontrato un paio di anni fa. La sua idea mi ha coinvolto e come me ha trascinato un team di esperti che ad oggi lavora giorno e notte per la messa a punto del progetto.

Adesso non mi dica che avete anche voi un garage!

Il nostro “garage” è Ivrea.  Scherzi a parte, lo spirito che anima ognuno di noi è quello delle belle avventure americane e ci aggiungiamo  la filosofia olivettiana, quella che spero di trasferire a Marco, il più giovane del gruppo.

Ma come si fa? Come si tramanda una filosofia di imprenditorialità? Che poi nel suo caso è anche di famiglia?

Adesso si seminano idee, poi una volta superata la fase di ricerca di investimenti,  sono certo riusciremo a dare come surplus al progetto quegli obiettivi sociali che una buona azienda deve stimolare. Come me ci sono nel gruppo altri ex olivettiani come Franco Giorgio e Ivano Gregori che ha lavorato per Olivetti proprio in Silicon Valley, loro sanno di cosa parlo. Gli altri contribuiscono con le proprie esperienze lavorative a fare del progetto qualcosa di unico: Andrea Greguoldo per lo sviluppo e la ricerca di soluzioni digitali, Massimo Pettiti per la relation investiment, Michele Poletti nel digital signage e Michele Cavaliere che sviluppa il concetto ospitality.  Un bel team! Ah, aggiungerei…

Aggiunga!

In questo momento sto definendo una forma di progettazione creativa con Domenico Tappero Merlo basata  su principi filosofici olivettiani proprio a sostegno dei giovani creativi. Ciò che stiamo facendo con Marco può diventare un modello esportabile ovunque, adattabile alle future esigenze di mercato, basato in poche parole sulla commistione di tecnologia e rispetto delle radici culturali. In questo momento bisogna credere nel futuro e seguire un metodo rende le cose più facili. Ve ne daremo la prova al più presto.

Immagino i vantaggi nell’avere un cognome così importante per chi vuol fare nuova impresa rispetto ad un giovane “Rossi” qualsiasi!

Sì e no! E’ importante perché ti da credibilità, ma allo stesso tempo tutti si aspettano da te l’impossibile o forse quello che fino a quando la mia famiglia era in Olivetti era considerato come possibile. E’ il rovescio della medaglia. La gente si ricorda di tutto ciò che fai, specialmente le cose fatte male. Adesso per esempio siamo nella fase di ricerca di un primo seed di investimento. Quanto è difficile farlo qui in Italia. Anche se nel gruppo uno si chiama Olivetti.

Ha respirato aria di grandi cose fin da piccolo e ora ha il suo gruppo di avventurieri. Soddisfatto?

È parte del mio modo di essere: mi sveglio presto la mattina e vado a dormire tardi la sera. Devo conciliare lavoro da architetto, l’essere padre e voler fare business. Moglie e colleghe mi sopportano. Come gli altri del gruppo ho un solo obiettivo: cambiare il mondo.  Mi hanno insegnato a fare questo.

Memoria. Eredità. Futuro. Adriano sarebbe stato d’accordo.

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