Cronaca

Matilda: perché la Cassazione riapre il caso

A dieci anni dalla morte della bambina, torna sotto processo il compagno della madre, il bodyguard Antonio Cangialosi

La Cassazione riapre il caso Matilda. A dieci anni dalla morte della bimba di 23 mesi, uccisa il 2 luglio 2005 in una villetta di Roasio, Vercelli, è stato accolto il ricorso degli avvocati della madre, contro il non luogo a procedere nei confronti del suo compagno di allora, Antonio Cangialosi. Lo scorso 3 giugno, infatti, il gip di Vercelli Paolo Bargero aveva confermato il non luogo a procedere nei confronti dell'uomo che si trovava all’interno dell’abitazione al momento della morte della bambina.

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Dopo l'assoluzione nel 2012 in via definitiva della madre, hostess di Busto Arsizio (Varese), Elena Romani, la procura aveva chiesto il rinvio a giudizio per Cangialosi.

Il fascicolo torna quindi in tribunale a Vercelli, dove sara' affidato a un nuovo giudice. "Una vittoria per noi", commentano i legali Roberto Scheda e Tiberio Massironi, che ora affilano le armi per l'ennesimo round giudiziario di una vicenda ancora senza fine. E, soprattutto, senza un colpevole.

Eppure i due erano soli nella villetta di Roasio (Vercelli), il 2 luglio di dieci anni fa, quando la bimba, nata da una precedente relazione della madre, si era sentita male ed era poi morta per le conseguenze di una lesione alla schiena. La bimba, che era stata messa a dormire nel letto matrimoniale, piangeva disperatamente: aveva vomitato sulle lenzuola.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la mamma la lavò, poi uscì a stendere i panni. Il convivente restò con la piccina e, ad un certo punto, vedendo che continuava a stare male, chiamò un'ambulanza. Inutilmente.

Ma chi era stato a procurare le lesioni sul corpicino di Matilda?

Scagionata in primo grado, Elena in appello trovò un giudice, Alberto Oggè, che non solo confermò l'assoluzione, ma indicò in Cangialosi l'autore di un gesto "insensato e feroce": l'uomo, che secondo il magistrato non amava quella bimba non sua, una volta rimasto solo le aveva posato un piede dietro le spalle, schiacciandolo fino a farle un male irreparabile.
Per i giudici supremi quel trauma venne prodotto "durante l'assenza dall'abitazione della Romani, uscita nel cortile per stendere all'aria il cuscino lavato". Quindi, il non luogo a procedere nei confronti dell'uomo è annullato. E il caso riaperto.

"La mamma Elena e i nonni materni della piccola Matilda non hanno mai perso le sperenze di dare giustizia alla propria bambina e hanno avuto massima fiducia nel ricorso che abbiamo presentato in Cassazione lo scorso giugno- spiega a Panorama.it , l'avvocato Roberto Scheda - adesso la Procura di Vercelli per dare finalmente il nome al colpevole ha come linea guida la sentenza della Corte di Assise e d'Appello di Torino che ha assolto Elena Romani, la madre. In quella sentenza ci sono tutti gli elementi per poter fare chiarezza su che cosa è accaduto dieci anni fa".

Ma pur manifestando una certa soddisfazione per la sentenza della Cassazione arrivata ieri in tarda serata, l'avvocato Scheda ha un'unica paura, terrore: la prescrizione.

"Il 2 luglio 2015 saranno dieci anni esatti dalla morte della piccola Matilda- conclude il legale- e la prescrizione per questo omicidio preterintenzionale è il vero nemico. Il nemico che dobbiamo combattere per avere finalmente giustizia"    

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