Cronaca

Luttwak: "Ecco perché gli stranieri non investono in Italia"

Se gli imprenditori stranieri non investo nel Belpaese è colpa dei tribunali inaffidabili

Ecco perchè gli stranieri non investono in Italia

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Italia come Burundi. Il primo cerchio dell’inferno italiano ha un nome preciso: giustizia. Nel rapporto del 2012 sulla competitività globale di 144 paesi il World economic forum colloca l’Italia al 42° posto. Nel giudizio la giustizia pesa, eccome. Per l’efficienza del sistema giudiziario la nostra performance è ai livelli del Burundi ed è surclassata da Zambia e Bangladesh. Si sottolinea inoltre «la percezione di una mancata indipendenza del sistema giudiziario che aumenta i costi delle transazioni economiche e indebolisce la fiducia degli investitori».

Da lungo tempo Edward Luttwak, politologo ed esperto statunitense di strategie militari, usa parole critiche sullo stato della giustizia italiana. Secondo Luttwak sarebbero tre i principali fattori penalizzanti per gli investitori nazionali e stranieri. «Innanzitutto, c’è l’inefficienza di un sistema caratterizzato dalla lentezza, che è incompatibile con la certezza del diritto. Fra le economie avanzate Italia e Brasile sono gli unici paesi a registrare una tale disfunzione. I magistrati dovrebbero mirare ad accelerare le procedure. Invece il tempo, che per l’investitore è una variabile fondamentale, per loro è del tutto ininfluente».

Ha parlato di tre fattori. Gli altri due?
Il secondo è dato dall’arbitrarietà dei magistrati, che nel vostro Paese sono in grado di arrestare le persone senza le prove che il principio dell’habeas corpus richiede in un paese democratico.
Gli arresti facili si addicono a una dittatura, non a una democrazia.
Negli Stati Uniti il caso di Amanda Knox (processata per l’omicidio della studentessa inglese Meredith Kercher a Perugia, ndr) ha acceso i riflettori su quello che noi percepiamo come un orrendo abuso. Ed è ancora più grave che i responsabili di tali condotte non vengano né processati né rimossi.
Il terzo fattore.
Io lo definisco imperialismo giurisprudenziale. A colpi di sentenze si criminalizzano attività economiche e incidenti che altrove sono soggetti alla giustizia civile. Pensi al caso Thyssen Krupp o alla vicenda Eternit. La tragedia dell’amianto ha riguardato circa 40 paesi, ma soltanto in Italia i due proprietari stranieri sono stati condannati a 16 anni di carcere per disastro doloso. Altrove i medesimi fatti si sono tradotti in cause civili, risarcimenti milionari alle vittime fino alla bancarotta dell’impresa. Ma nessuna condanna penale.

È una buona idea l’inappellabilità delle assoluzioni di primo grado?
Non è una buona idea, è essenziale. È l’unica protezione del cittadino contro gli eccessi del sistema. Il concetto di «double jeopardy» (l’essere processati due volte per lo stesso reato, ndr) segna la linea di confine tra paesi liberi e paesi senza libertà.
Il problema è che una seppure timida riforma non passa senza il placet della magistratura.
In Francia la magistratura è sottoposta al ministero della Giustizia. Ciononostante il sistema, che pure è simile nel suo impianto a quello italiano, non spaventa allo stesso modo gli investitori. È più tenue l’elemento dell’arbitrarietà e non c’è imperialismo giurisprudenziale.

In Italia l’ipotesi di sottoporre i magistrati all’esecutivo farebbe gridare al golpe...
L’indipendenza dall’esecutivo e dal legislativo è un principio cardine. In Italia però si è andati ben oltre: i magistrati hanno letteralmente colonizzato il sistema per garantirsi arbitrio, irresponsabilità e impermeabilità a qualunque criterio economico.
Da noi può capitare che un magistrato faccia e disfaccia un movimento politico senza mai dimettersi dalla magistratura. Antonio Ingroia è un caso limite. Tutti i cittadini, inclusi i magistrati, hanno diritto a entrare nell’agone politico. Quello che non è ammissibile è che un magistrato il quale imbastisce processi con evidenti ricadute politiche il giorno dopo si candidi contro la stessa parte politica che ha perseguito da pm. Per giunta senza alcun intervallo temporale. Come se non bastasse, pretende di tornare a fare il pm. Negli Stati Uniti un procuratore democratico non si sognerebbe mai di aprire un’inchiesta contro un gruppo di repubblicani perché sarebbe travolto dalle accuse di agire non per ragioni giuridiche, ma politiche. Che poi Ingroia continui a percepire uno stipendio senza lavorare è un palese abuso della «casta» che ha colonizzato il sistema. Lo ha asservito a sé anziché servirlo.

Dal 1988 a oggi, in Italia, a fronte delle 406 cause civili avviate nei confronti di un magistrato per «dolo
o colpa grave», le condanne sono state quattro in tutto.

In Italia manca un efficace sistema per assicurare la responsabilità dei magistrati. L’apparato che dovrebbe farlo non funziona. Pur vivendo in America, da anni sento parlare di Henry John Woodcock, che arresta persone in seguito assolte o prosciolte. Negli Stati Uniti sarebbe processato per «prosecutorial abuse», che è un crimine a tutti gli effetti. Come se un soldato equipaggiato di un fucile per difendere i cittadini si mettesse a sparare sui passanti.

In Italia il 40 per cento dei detenuti è in attesa di giudizio. La metà di loro andrà incontro ad assoluzioni o proscioglimenti.

In North Carolina nel 2006 ha fatto discutere il caso della Duke University, dove alcuni atleti furono accusati di stupro razziale verso una donna di colore. Le accuse si dimostrarono false e gli imputati furono assolti. Il procuratore però è stato processato, radiato dall’ordine e ha trascorso un giorno dietro le sbarre. Sono stati gli stessi colleghi a perseguirlo per tutelare la rispettabilità della professione. Se in Italia si tenesse un sondaggio sulla fiducia dei cittadini nella giustizia, il risultato sarebbe assai negativo.
Recentemente il procuratore di Milano ha chiesto ai giudici di valutare la professionalità dei pm in udienza, ma il Csm lo ha frenato perché «potrebbe rischiare d’innescare nella dinamica processuale un elemento di disturbo e d’interferenza con sviluppi non facilmente prevedibili».Che ne pensa?

In Italia gli avanzamenti di carriera dei magistrati avvengono per anzianità. Mancano parametri di valutazione del merito e della produttività. Quanto alle carriere di pm e giudice, bisognerebbe separare i due percorsi e far sì che sia impossibile passare dall’uno all’altro. Allo stato attuale il sistema non garantisce imparzialità di giudizio: si presta a condizionamenti indebiti e amplia il perimetro di potenziali abusi.

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